Un primo bilancio di Expo 2015

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L'albero della vita a Expo 2015

di Maria Teresa Antognazza, anticipazione da Segno n.11/2015 – Chiusa Expo sono in molti a interrogarsi sui “frutti” dell’esposizione universale di Milano, che ha avuto il merito di mettere a tema una questione radicale: il futuro del pianeta, dal punto di vista della conciliazione di tre estremi, la salvaguardia dell’ambiente naturale, la sostenibilità dello sviluppo e l’equa distribuzione delle risorse, a partire dal cibo per tutti.

È così, infatti, che lo slogan “Nutrire il pianeta, energia per la via”, almeno nelle intenzioni degli organizzatori, intendeva, per la prima volta nella storia delle esposizioni universali – l’esordio a Londra è del 1851 –, fare dell’ambiente e del diritto al cibo (ovvero della lotta alla povertà) i protagonisti assoluti della riflessione.

 

Ecologia integrale, bene comune

Non si può infatti parlare della “casa comune”, come papa Francesco ci ha insegnato a chiamare il Pianeta, senza focalizzare l’attenzione sul suo abitante eccellente, cioè l’uomo. E dunque, Expo 2015 lascia come primo frutto la provocazione racchiusa nelle parole di papa Francesco, pronunciate in vista dell’inaugurazione dell’esposizione (nel videomessaggio del 7 febbraio 2015), e poi sottoscritte nell’enciclica Laudato si’: solo una “ecologia integrale” può salvare il pianeta, perché nessun “ecologismo”, nessun mutamento di politiche economiche, nessun cambiamento di stile di vita avranno successo se sono sganciati uno dall’altro e se non sapranno puntare efficacemente all’unico scopo di ricercare la «dignità della persona umana e il bene comune», ricordando che «l’iniquità è la radice di tutti i mali».

Guardando al dopo-Expo, dunque, la domanda latente riguarda proprio il grado di consapevolezza che singoli, governi e istituzioni possono aver maturato circa questo orizzonte di senso.

 

Il padiglione Santa Sede/Cei. I messaggi sono stati tanti in questi sei mesi di Expo (l’inaugurazione risale al 1° maggio), come pure il tipo di fruizione delle belle rappresentazioni che i singoli Paesi partecipanti hanno saputo dare del tema dell’edizione milanese. Livelli diversi di riflessione hanno certamente caratterizzato i padiglioni e gli interessi dei visitatori: da chi puntava all’ebbrezza della traversata della rete del Brasile, o ad assaporare le stravaganti ricette della Coca Cola (sponsor non di rado contestato), ad ammirare l’orto verticale americano o invece a soffermarsi sul significato espresso dalle “torri” elvetiche o dalle spettacolari sale del Padiglione Zero. Certamente, ciascuno può aver trovato quello che cercava. E chi ha preteso di più ha avuto pane per i suoi denti. Come certamente è accaduto ai visitatori del padiglione della Santa Sede, che ha abbondantemente superato il milione di presenze e ha offerto una molteplicità di spunti di riflessione.

«Penso sia stata la forza del nostro messaggio – ha detto Luciano Gualzetti, vicecommissario del padiglione della Santa Sede, condiviso con la Conferenza episcopale italiana – ad attirare le persone. Abbiamo accolto i visitatori con due scritte, in varie lingue, poste all’esterno della struttura: “Dacci oggi il nostro pane” e “Non di solo pane vive l’uomo”. Questo approccio ha indotto la gente a entrare, immaginando di poter trovare degli spunti di riflessione. E questo credo che valga anche per i non credenti e i fedeli di altre religioni».

L’allestimento ecclesiale ha accolto i visitatori con una parete di immagini che rappresentavano le ferite dell’umanità: fame, conflitti ed esclusione per quella che papa Francesco ha definito la “globalizzazione dell’indifferenza”. Sulla parete opposta scorrevano le immagini di tre video per descrivere altrettante iniziative di solidarietà della Chiesa cattolica nel mondo: in Burkina Faso, in Ecuador e a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Al centro, il tavolo interattivo che sollecitava a riflettere sul senso della condivisione.

All’interno, inoltre, sono stati raccolti i fondi per i campi profughi in Giordania. È stata superata la cifra di 100mila euro, destinati in particolare a progetti educativi e di sostegno alle famiglie.

 

Le diverse facce dell’umanità. Ma Expo ha anche “messo in scena” le contraddizioni del Pianeta. E così, nell’area dedicata alle “terre aride”, commercianti sorridenti dei più poveri e martoriati paesi africani mettevano in mostra le loro mercanzie e l’artigianato locale, proprio mentre le città e le parrocchie italiane erano – e sono – indaffarate a ospitare uomini, donne e bambini in fuga da quei territori, per sfuggire alla fame e alle sofferenze delle guerre.

Ed è forse questo il secondo “frutto” che ci si aspetta da Expo 2015 e dai numerosi sottoscrittori della Carta di Milano: la visione integrale dell’ecologia (e dello sviluppo del Pianeta) auspicata da papa Francesco significa anche capacità politica (di una politica alta e coraggiosa, come auspicato nella Laudato si’) di tenere insieme le facce diverse dell’umanità, di assumere le contraddizioni della storia ricercando le strade migliori e fattibili per orientare comportamenti e scelte economico-finanziarie verso la “globalizzazione della solidarietà” e uno sviluppo umanamente sostenibile, senza mai voltare la faccia dall’altra parte, rinunciando così al “governo del mondo”.

 

Tra local e global. Come questo potrà avvenire, dipenderà dalle volontà degli attori politici e istituzionali e dalla pressione delle idee che verranno dalla società civile. Qualche ipotesi è stata avanzata. Piero Bassetti, che fu primo presidente della Regione Lombardia, candida Milano a proseguire nella sua vocazione di leader globale di una riflessione su quanto sollecitato da Expo 2015: «Dobbiamo essere capaci di fronte al mondo di prolungare il successo dell’Expo. Condivido l’idea di realizzare nell’area Expo un polo universitario e di ricerca. In questo modo Milano sarebbe pronta a un secondo tempo di successo dopo il primo tempo dell’evento Expo. In questo senso un pensatoio per il dopo-Expo è un’ottima idea. Credo che si debba andare oltre il nodo materiale dello sviluppo della città – la dimensione local – e pensare alla dimensione globale – cioè global – della sfida che attende Milano. Lo spunto può essere il tema dell’Expo: “Nutrire il pianeta, energia per la vita’’. Un tema di carattere globale, che può aprire un dialogo con Fao, Onu e la Chiesa di papa Francesco».

 

Cambiamento di mentalità. «Ci interessa anche il dopo Expo – aveva detto il cardinale Angelo Scola in occasione della Giornata nazionale della Santa Sede, celebrata l’11 giugno scorso –. Vogliamo che lasci una eredità permanente e ci impegniamo a che tutto il lavoro della Chiesa e delle comunità cristiane provochi quel cambio di mentalità richiesto dal desiderio di ritrovare un rapporto equilibrato con il Pianeta. Non va sottovalutato il fatto che miliardi di persone dovranno cambiare decine e decine di piccoli comportamenti. È un lavoro educativo immenso ed enorme con cui si può recuperare tutto il senso dell’uomo: da come si mangerà in famiglia, alle scelte di solidarietà, all’impegno diretto per il cibo dato a tutti». Emblematiche, in questa direzione, alcune iniziative come il Refettorio Ambrosiano (eredità diretta di Expo, al servizio dei poveri della città lombarda), le offerte raccolte nel padiglione della Santa Sede per la Carità del Papa, i libri ecologici promossi dalla diocesi di Milano su temi dell’Expo e «il lavoro che vogliamo fare per il perfezionamento della Carta di Milano, perché il diritto al cibo – ha aggiunto Scola – non resti un elenco di proposizioni su carta ma diventi libertà realizzata».

Tornando all’inaugurazione di Expo, si ritrovano le parole di papa Bergoglio. Quasi un programma per il dopo-esposizione universale: «Facciamo in modo che questa Expo sia occasione di un cambiamento di mentalità, per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane – a ogni grado di responsabilità – non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame. Penso a tanti uomini e donne che patiscono la fame, e specialmente alla moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo».