Non più schiavi, ma fratelli

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Veglia per la pace - 17 gennaio 2015

Parrocchia San Pio V - Roma

+ Mansueto Bianchi

Cari amici, come si chiama una sera così? Che nome ha una sera così? Mi sono risposto che si chiama “la serata del coraggio”. Mentre i nostri giorni grondano sangue (e penso ad esempio a Charlie Hebdo, e si potrebbe fare una lunga fila di nomi) ci vuole coraggio a pronunciare la parola fratelli, non più schiavi ma fratelli. E perché abbiamo questo coraggio? Perché diciamo che questo è coraggio e non semplicemente faccia tosta? Perché il primo a pronunciare questa parola alla sera di una giornata di sangue è stato Dio. Ce l’ha raccontato poco fa il libro della Genesi: fratelli, non più schiavi ma fratelli. E perché abbiamo questo coraggio? Perché diciamo che questo è coraggio e non semplicemente faccia tosta? Perché il primo a pronunciare questa parola alla sera di una giornata di sangue è stato Dio. Ce l’ha raccontato poco fa il libro della Genesi, mentre le mani di Caino grondavano del sangue del fratello Abele. La domanda di Dio, “Caino, dov'è tuo fratello”, è questa domanda scritta dentro di noi, è scritta dentro la nostra coscienza. Questa domanda ci accompagna giorno dopo giorno, ci accompagna in tutto il cammino della vita: dov'è tuo fratello? E accompagna tutto il percorso della storia così tristemente, come nei fatti ci accompagna anche la risposta di Caino a Dio: “Non lo so, sono forse io il custode di mio fratello?”. La serata del coraggio: allora prendiamola per mano questa parola “fratello”, o meglio, lasciamoci prendere per mano da questa parola, e guidati da questa parola usciamo dallo spazio protetto di questa chiesa e proviamo ad andare negli incroci, nelle piazze, proviamo ad andare nella città. Questa parola “fratello” non è letteratura, non è un buon sentimento, non è l'emozione, la vampata di un momento che poi lascia cenere. Questa parola è un codice di vita, è un criterio di relazione, è un progetto di civiltà. Il Papa, nel messaggio per la Giornata della pace di cui questa sera abbiamo letto ampi brani, ci ha indicato la strada, ci ha indicato un percorso da fare, una distanza da coprire, la distanza che va da dalla parola schiavo alla parola fratello. Non più schiavi ma fratelli. Ci ha detto di intraprendere il percorso che ci fa lasciare alle spalle la parola schiavi e ci incammina verso la parola fratelli. Certo, forse nel dire schiavi si pensa ad una parola di ieri, una parola che appartiene a certe pagine oscure di certe stagioni velate della storia umana. Invece è una parola di impressionante attualità. Che cos'è la schiavitù? Il Papa c'è l'ha detto: la schiavitù è quando la persona diventa cosa, quando la persona diventa oggetto, diventa merce, diventa strumento da usare, diventa risorsa da spremere. Questa è la schiavitù: è la culla in cui questa parola viene accelerata, gli ambiti in cui questa parola, la schiavitù, la cosificazione della persona si realizza. Certo, sono tanti questi ambiti: provo a pronunciarne il nome di qualcuno. Provo a dire tre ambiti, tre culle. Il primo ambito è quello politico: la cosificazione della persona nell'ambito politico vuol dire la discriminazione, vuol dire il razzismo, vuol dire la guerra, vuol dire la limitazione dei diritti o addirittura l’esclusione dai diritti; vuol dire la contrazione degli spazi della libertà, della partecipazione, della democrazia. La cosificazione della persona nell'ambito politico vuol dire la dittatura, la dittatura di un singolo o la dittatura di una parte; vuol dire il terrorismo, una parola che ci ha impressionato in stagioni passate della nostra storia e continua a spaventarci, e torna a spaventarci in questi giorni. Ma c'è anche un'altra culla della cosificazione della persona ridotta a cosa, della persona che vale meno della cosa, che vale meno dell'oggetto: è l’ambito economico. La cosificazione nell'ambito economico vuol dire la povertà, vuol dire la mancanza di lavoro, vuol dire l'impossibilità di accedere alla conoscenza, di accedere alla formazione, di accedere alla cultura; vuol dire la corruzione, vuol dire i sistemi economici che generano in maniera non occasionale, ma strutturale, l'esclusione, lo scarto a livello umano. La cosificazione della persona nell'ambito economico vuol dire il terribile mercatodei corpi nella vicenda del lavoro, il mercato dei corpi nella vicenda della prostituzione, il mercato dei corpi nella guerra (e penso ai soldati bambino di tanti nazioni dell'Africa). Ma c'è anche un terzo nome che bisogna pronunciare, una terza culla sulla quale bisogna aprire gli occhi e nella quale viene generata questa cosificazione dell'uomo, che è la schiavitù, e che è la cosificazione della persona più tacita, più subdola, e quindi anche la più pericolosa. Ed è quella che avviene per relazioni personali, quella che avviene nelle giornate normali, quella che avviene nella vita delle nostre città e delle nostre aggregazioni sociali. Siamo noi che generiamo schiavitù, noi che generiamo cosificazione delle persone, siamo noi, magari senza accorgercene, magari senza pensarci, quando non facciamo discernimento per esempio nelle scelte politiche che avvengono per la nostra città, quando siamo politicamente dei qualunquisti. Siamo noi, quando non facciamo discernimento nelle nostre pur piccole vicende economiche personali e familiari, quando acquistiamo prodotti (ed è il Papa che ce lo dice), beni di consumo che hanno dietro di sé lo sfruttamento delle persone, soprattutto lo sfruttamento delle donne, del lavoro minorile. Ed è possibile oggi sapere queste cose, è possibile oggi avere i nomi di quelle ditte, di quegli enti commerciali che fanno questo, ed è possibile perciò il discernimento, la scelta nell'esercizio dei nostri acquisti. Siamo noi per esempio quando ci lasciamo persuadere nella testa da chi urla di più (come questa sera), quando ci facciamo persuadere da chi parla non a ragione, ma parla alla pancia dei sentimenti, parla alle viscere delle reazioni, degli istinti, piuttosto che alla coscienza e alla razionalità. Siamo noi, quando alle vicende quotidiane ci lasciamo concretamente, minuziosamente guidare soltanto da criteri utilitaristici personali, o di gruppo (poco importa), ma da criteri utilitaristici. Quando usiamo solo per noi stessi per esempio i soldi (e uno potrebbe dire “ma tanto ne ho pochi!”), quando hai speso il tempo solo per te, tante volte perduto e sprecato, o quando hai speso male le tue energie, le tue doti, i tuoi talenti usati solo per te o per quelli che ti corrispondono, per quelli che ti riconoscono, che ti vogliono bene e che in qualche forma possono restituirtelo.  Direbbe Gesù che questa cose le fanno anche i pagani. E non diamo spazio al servizio, non diamo spazio al dono, all’oblazione. Ed ancora, siamo noi quando diventiamo talmente tirchi da non regalare neppure le parole, a quelli con cui nessuno vuole parlare, a quelli con cui è vergogna parlare. Potremmo farlo mille volte al giorno, ma con quello non ci stiamo, con quella figura, con quella persona non ci stiamo. E potremmo elencare lunghe liste anche in questo campo.

Per concludere, dov'è tuo fratello? Io dico che forse sarebbe bene, forse ci converrebbe che questa domanda prima che ce la rivolga Dio alla fine della vita, la rivolgessimo a noi stessi all'inizio di ogni giornata, quando tu stai per uscire di casa, quando incontri i tuoi familiari, tuo padre e tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, i nonni e quant'altro. Dov'è il tuo fratello? E sarebbe bene che questa domanda si gridasse con frequenza, con potenza, dentro alle nostre comunità cristiane, dentro le nostre parrocchie, dentro la nostra associazione di Azione Cattolica. Ecco perché dicevo che una serata come questa si chiama “la serata del coraggio”, perché noi stasera pronunciato la parola fratello in un tempo rosso di sangue, rosso di ira, rosso di aggressività, in un tempo rosso di vendetta. La parola fratello è una parola bucaneve. Lo conoscete il fiore del bucaneve? È un fiore molto piccolo, bianco, che nel cuore dell'inverno, quando tutto è una crosta di gelo, silenziosamente, minutamente (è tanto esile) fora il gelo e fiorisce sulla superficie del gelo. E nel cuore dell'inverno annuncia una primavera che verrà, annuncia una primavera che è alle porte. Penso che la parola fratello sia come un bucaneve, sia come una profezia: è una speranza che noi stasera, la serata del coraggio, torniamo a pronunciare nel cuore del nostro inverno, e non soltanto perché è il 17 gennaio.

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