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+ Mansueto Bianchi

Celebriamo in questa domenica la memoria della Dedicazione della cattedrale di Roma, di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma e perciò, secondo l’antica espressione liturgica, “la prima e la madre di tutte le chiese”. C’è un termine, una parola che rimbalza attraverso le tre letture che abbiamo ascoltato. Partendo dal profeta Ezechiele, poi attraverso San Paolo, e fino al Vangelo di Giovanni. E la parola è questa: il tempio. Non si tratta di un interesse archeologico sul tempio di Gerusalemme. Si tratta invece di una domanda che è sempre stata pungente dentro la riflessione e l’esperienza delle persone, e che è pungente anche dentro la nostra vita. E la domanda è questa: ma Dio dov’è? Dove lo incontro il Signore? Quale è la casa di Dio, il “dove” di Dio? Se la casa di Dio, se il “dove” di Dio è il tempio,  il luogo edificato, allora quel luogo lo costruisco io, lo decido io, lo possiedo io. Se il luogo, il “dove” di Dio è il tempio materiale, allora io sono il padrone di Dio, io sono il dio di Dio. Perché è un Dio nelle mie mani, è un Dio di cui posso disporre, è un Dio a cui posso dire “tu stai lì”. E difatti se la casa di Dio, se il “dove” di Dio è il tempio, è la materialità di un edificio, allora esiste il sacro e il profano, esiste la sacralità di uno spazio, il tempio, il luogo di Dio, il “dove” di Dio. Ma questa sacralità di uno spazio è contornata dalla profanità della vita. Per cui io varco la soglia del tempio ed entro nello spazio di Dio, nella relazione di Dio; esco dalla soglia del tempio e sono dentro la solitudine o l’ateismo delle mie quotidiane vicende.

E c’è un’altra risposta, che è quella che la Parola del Signore ha fatto sbalzare attraverso le tre letture percorse dal termine “tempio”. E la risposta è questa: il “dove” di Dio è la vita, il “dove” di Dio è la persona; la persona e la vita sono il luogo, sono la casa di Dio. Allora io non posso più dire “Dio è mio, io possiedo Dio”, ma dirò “Io sono suo”, perché se il luogo di Dio è la vita, se il luogo di Dio è la persona, la mia vita, la mia persona, allora nasce l’esperienza dell’incontro, allora nasce l’esperienza dell’amicizia, del riconoscersi, allora sorge la grande categoria, non intellettuale, ma vitale, la grande categoria biblica dell’alleanza. Perché l’incontro tra me e lui non si iscrive più sotto la categoria del possesso  -  Dio è mio -, ma sotto la categoria del dono: l’incontro è essenzialmente dono. Il “noi” è pura gratuità.

Ma se la casa di Dio è la vita, se la casa di Dio è la persona, se la categoria, la strada su cui io lo incontro è il dono, la gratuità, l’alleanza, allora cambiano anche le relazioni tra di noi, allora cambiano anche le geografie della nostra vita. La prima lettura di Ezechiele ci raccontava la visione del profeta che vede una sorgente scaturire dal lato destro del tempio, e il ruscello che scaturisce dal tempio arriva nel deserto dell’Áraba e il deserto fiorisce e raggiunge le acque del Mar Morto, acque in cui non c’è germe di vita e quelle acque pullulano di vita. Il rapporto con Dio nella categoria del dono, dell’incontro, dell’alleanza, la casa di Dio che è il “noi”, dell’amicizia e del vincolo tra me e lui, trasforma le relazioni, cambia il nostro modo di rapportarci, ci mette insieme non più sotto il segno o sotto la legge delle relazioni di potenza, di furbizia, di convenienza,di soggiacenza,  ma ci pone insieme sotto la logica del dono. La legge del nostro incontrarci e il donarci, la legge del nostro incontrarci è l’amarci. E nasce la Chiesa, così, in questo modo. Non tanto la Chiesa come organizzazione, come struttura, ma la Chiesa come la gioia dell’incontro, la Chiesa come lo stupore dell’essere reciprocamente donati, regalati l’uno all’altro, la Chiesa come fioritura del “noi”, dentro il deserto dell’Áraba. La Chiesa come pullulare di vita dentro l’aridità delle acque salse, amare, del mar Morto. In un contesto di storia, di società, di relazioni, come quello nel quale siamo immersi, fiorisce il “noi” della Chiesa, fiorisce l’incontro tra le persone sotto il segno dell’amare, e perciò del donarsi e del servire.

Una festa, come quella di oggi, una memoria come quella di oggi, la Dedicazione della basilica di San Giovanni in Laterano, chiede a ciascuno di noi di diventare costruttore della Chiesa, che vuol dire non costruttore dell’edificio ma costruttore di vite, della nostra e dell’altrui vita. Il primo rimando è a quei giovani che voi incontrate, che voi educate e formate, a quei giovani che voi servite e li servite perché gli volete bene. E fiorisce il “noi”, il “noi” dell’amicizia, il “noi” dell’incontro, il “noi” dell’amore che è il “noi” della Chiesa. E’ quell’acqua che raggiunge il deserto dell’Áraba e lo fa fiorire. Raggiunge la morte del Mar Morto e lo fa vivere.

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