Le passioni dell'Azione cattolica. Quale spiritualità per l'Ac?

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Conclusioni (22 gennaio 2015)

+ Mansueto Bianchi

Prima di tentare, ma è solo un tentativo, di tirare le conclusioni e fare la sintesi di questo convegno, vorrei che mi risparmiaste la fatica delle citazioni perché ho fatto la sintesi sulle relazioni, sui gruppi di studio e se devo rimandare in continuazione alle relazioni e ai gruppi di studio diventa una vicenda angosciante, quindi risparmiatemi le citazioni. Quindi sarà facilissimo per ciascuno risentire l'eco sciupata di quello che ha detto  nella parole che dico io.

Le passioni dell'Azione Cattolica per una spiritualità del laico di Azione Cattolica. Abbiamo costruito la gravitazione, il centro del nostro convegno su questa parola: le passioni. Noi sappiamo che il termine passione ha due valenze fondamentali: la passione vuol dire qualcosa che ti accende il cuore e quindi attua, moltiplica le risorse della persona, risorse intellettuali, risorse volitive, emotive, risorse spirituali, risorse anche della corporeità. Ma passione vuol dire anche qualcosa che ti è motivo di sofferenza, qualcosa che ti è motivo di difficoltà, di fatica, qualcosa che ha un prezzo che deve essere pagato, qualcosa che è ancora nell'incompiuto e verso il quale stai faticosamente avanzando. Ne abbiamo esplorate alcune di queste passioni. La passione per la vita (Rabitti), la passione per la laicità (Truffelli), la passione per la Chiesa (Galatino). Apro una parentesi, e la chiudo subito: vi raccomanderei una ripresa e una lettura accurata della riflessione di Matteo Truffelli perché, a mio avviso, è stata magistrale, di una articolazione, di una compiutezza, di un realismo che non è facile trovare parlando di questi argomenti.

L'obiettivo quale era? Era il sottotitolo ovviamente. Era quello di configurare la spiritualità del laico di Azione Cattolica, che poi di rimbalzo cade sulla figura dell'assistente, e quindi focalizza dimensioni, aspetti, comportamenti dell'assistente nel suo compito nei confronti del gruppo o del soggetto dell'Azione Cattolica. E abbiamo parlato di vita spirituale, ci veniva ricordato, come l'azione che lo spirito esercita sulla persona, esercita sul gruppo, sull'associazione in ordine al nostro vivere in Cristo, o con Cristo, come San Paolo direbbe. La spiritualità del laico di Azione Cattolica evidentemente parte e deriva dalla sua identità e attua questa sua identità. Allora senza presumere di entrare in definizioni ma solo limitandomi ad una specie di descrizione, io direi così. Il laico è un discepolo di Gesù che vive la sua sequela nel mondo. Ha perciò la figura del laico, e quello di Azione Cattolica intensivamente e ministerialmente rispetto alla parrocchia, rispetto alla comunità cristiana, due poli costitutivi di riferimento, che sono Gesù, di cui è discepolo, e il mondo, nel quale e per il quale egli vive. Questi due termini sono spesso in tensione tra di loro, qualche volta addirittura in conflitto, ma è una tensione positiva e feconda, è una relazione di circolarità, una interrelazione. La tensione (e qui mi affretto, perché sprecherei parole e sfonderei porte aperte) è data dal fatto che spesso il mondo e la sua vita è discepola del suo principe (per usare il linguaggio giovanneo), il principe di questo mondo (tradotta in equivalenza biblica più ampia diremmo "l'idolo", il potere, la ricchezza, il piacere, il successo, o semplicemente una vita exi deus non daretur, in cui l'ipotesi Dio tramonta all'orizzonte della vicenda quotidiana); un altro elemento di tensione è dato da quella frammentazione da cui è caratterizzata la vita nel tempo di oggi e dalla sua complessità. Due aggettivi che non sono sinonimi perché mentre la frammentazione ha dentro di sé qualcosa che ostacola il cammino spirituale della persona non altrettanto si può dire della complessità, anche se le relazioni tra complessità e frammentazione certamente ci sono e dicono di una complessità non organizzata, di una complessità non coordinata. Ne nasce (questo poi genera la fluidità, genera la superficialità) naturalmente uno smarrimento personale, una specie di scetticismo profondo dentro le persone, sulle grandi proposte, ed uno sfilamento od una consegna alla provvisorietà emotiva per quanto riguarda le scelte di appartenenza e di oblazione, di dono di sé. Ma ne nasce anche un grande bisogno e un grande desiderio di un principio unificante nella vita. C'è una sete inconfessata, e spesso snobbata, ma comunque leggibile, riconoscibile nei suoi esiti, di unità personale, di interiorità, di armonia, di voli alti, di respiro a pieni polmoni, perché così com'è ci sentiamo compressi. Dicevamo di una reciprocità positiva tra la vicenda di fede e la vicenda nel mondo, nel nostro mondo oggi, sia perché da un lato il vangelo continuamente genera e plasma la persona e quindi la rende capace di una presenza nuova, di una presenza che è insieme positiva e critica dentro la vicenda del mondo, sia perché il mondo è leggibile anche nelle sue attese, nei suoi appelli, nei suoi desideri e nei bisogni che ha di essere attrezzato del vangelo, di essere raggiunto, visitato dalla proposta del vangelo. Mi parrebbe anche che questo riferirsi dei laico nella sua vicenda al Signore, da una parte, e al mondo, al tempo che vive, con quelle connotazioni che anche dagli ultimi interventi venivano fuori, questo riferirsi del laico a questa duplice polarità, genera tra specifiche tentazioni nella spiritualità del laico. E nella spiritualità del laico di Azione Cattolica a cui l'assistente a mio avviso deve essere particolarmente attento e delle quali deve essere particolarmente avvertito, perché a volte si pongono come un filo nella tela, non certo con una macroscopicità, ma con una tendenzialità, come una gravitazione, non sempre così esplicita ma tante volte presente. Le tre tentazioni sono da un lato il secolarismo, quindi la dissolvenza della specificità cristiana, del riferimento Vangelo, dall'altro lo spiritualismo, e quindi la dissolvenza della polarità del mondo, del tempo nel quale il laico è collocato, un'attivazione di vicenda spirituale nel senso di difesa soprattutto, di difesa dalla complessità, di difesa da quella che è una presenza positiva invece, costruttiva dentro la vicenda del tempo. E una terza tentazione è quella dell'accattonaggio, una tentazione di cui noi più avanzati in età (per non dire vecchi) siamo testimoni almeno fino al Concilio Vaticano II, la famosa spiritualità dei terzi ordini. Ricordate il terzordine francescano, domenicano, carmelitano: tutti gli ordini seri si attrezzavano del terzordine, per i laici, per le persone nel mondo. Evidentemente un caso tipico di accattonaggio spirituale. Siccome cioè il laico è di nessuno, è atipico, è amorfo allora gli conferiamo un colore partendo da una spiritualità che è stata pensata e strutturata per coloro che, consentitemi la semplificazione, vivono fuori dal mondo, o vivono un rapporto con il mondo che è certamente tipico e non è quello tipico del laico. Ecco perché parlavo di accattonaggio spirituale. Ma il raccordo tra essere discepoli del vangelo e vivere nel mondo, non è una vicenda, una tensione che si risolva solo nel livello personale, nel livello di coscienza o di gruppi particolari. Essa ha un luogo vitale, di incontro, ha un luogo strutturale che è insieme personale e collettivo e si chiama "la Chiesa". Non entro ora in una riflessione di ecclesiologia, perché fra l'altro ho visto aggirarsi il professor Tangorra che è docente di ecclesiologia alla Lateranense e quindi non mi azzardo a entrare in questo settore. Dico semplicemente che la Chiesa è strutturalmente il luogo del discepolo, il luogo naturale del discepolo perché è il luogo in cui strutturalmente, vitalmente si raccorda vangelo e vita, si raccorda Gesù Cristo e la storia, si raccorda quella che è la salvezza e quello che è il mondo, quella che è la vicenda delle generazioni nel tempo, con tutto ciò che la Chiesa significa e che la Chiesa dona per la vicenda cristiana. Ripeto, non entro in questo capitolo: dico semplicemente che c'è, perché altrimenti ci prenderebbe tutto il tempo, però è certamente molto presente, molto dentro le cose che verrò ora dicendo. Per cui di fatto la nostra configurazione della spiritualità del laico di Azione Cattolica e del suo riverbero sulla figura dell'assistente avviene all'interno di una triangolazione: il vangelo, la Chiesa, il mondo. Gesù Cristo, la comunità cristiana, la storia- la vita. Cercherò di precisare alcuni tratti della spiritualità laicale, della spiritualità di Azione Cattolica con riferimento alla geografia del vangelo. Vorrei parlare della spiritualità del laico di Azione Cattolica partendo dalla geografia del vangelo che diventa parabola della storia, diventa parabola della vita, dell'identità del cammino del laico cristiano. E comincerei così. C'è una terra che è tipica del laico di Azione Cattolica; del laico tout court, di Azione Cattolica con quella intensificazione e con quella tensione ministeriale che ho detto all'inizio. C'è allora una terra tipica, una terra spirituale tipica del laico di Azione Cattolica, ed è la Galilea. Dico semplicemente alcune annotazioni, alcune pennellate che poi le riprenderemo con quello che diremo dopo. La Galilea perché è la terra della lontananza, della distanza: distanza dalla Giudea, dalla città santa, del tempio. E' la terra della contaminazione (la Galilea gentium) tra pagani e giudei, è la terra del regimo misto, della pluralità. Terzo: è la terra di diversi e contrastanti poteri, anche sotto il profilo politico: i figli e i nipoti di Erode e i romani (e quando dico figli e nipoti di Erode non dico una categoria unica, ma dico una categoria in contrasto). Quarto: è la terra della non evidenza di Dio: la lontananza dal tempio, dove si aveva l'evidenza di Dio, dove Israele aveva l'evidenza della Shekinà, della presenza della gloria di Dio in mezzo a sé. Quinto e ultimo: la terra di una santità profanata, contaminata, la terra del velamento di Dio. Dicevo che la terra tipica del laico di Azione Cattolica è la Galilea perché la spiritualità del laico di Azione Cattolica si imbastisce con riferimento alla geografia della sua vita, che è il lavoro, che è la famiglia, cioè la dimensione affettiva, la dimensione della sessualità, la dimensione della generazione, è la città, il tema del bene comune di cui Truffelli ci parlava, è il dolore, e lo ritroveremo tra poco; è, e vorrei sintetizzare così, una terra in chiaroscuro, è la terra del qualunque. Allora si intuisce immediatamente essendo il laico di Azione Cattolica cittadino della Galilea che la spiritualità del laico ha alcune caratteristiche che notificherei così. Il luogo di Dio è nel dentro, è nel "in", è nel "con". Non è affatto semplice il cercare Dio nella vita qualunque di ogni giorni anziché cercarlo sulla strada della mistica pura, della pura contemplazione. Una vita a regime misto non è affatto più semplice della pura via contemplativa. La seconda caratteristica di questa spiritualità: l'assunzione del rischio, del giocarsi personalmente nelle vicende della vita. Terza caratteristica: è segnata in profondità, nel metodo, dal discernimento, un discernimento che non approda mai alla solarità nella Galilea, ma approda sempre alla penombra e quindi non ti libera mai dalla percezione del rischio e dal rimandarti a un discernimento successivo. Ecco perché dicevo prima che il discernimento fa metodo, non è episodio nella vita spirituale di un laico, ma è metodo, ma p concomitanza alla strada, Ancora una connotazione di questa spiritualità: è la stima della differenza. L'accoglienza come positività della differenza, della pluralità. E aggiungerei l'importanza di una difficile identità, che pure diventa una irrinunciabile originalità. Ho tracciato a pennellate sommarie il concetto della spiritualità del laico di Azione Cattolica, del laico come cittadino della Galilea, perché vorrei riprenderla ora più dettagliatamente specificando alcuni luoghi di questa geografia sommaria che ho chiamato Galilea. Vorrei pronunciare i nomi di alcune città, di alcuni villaggi, sempre lasciandomi guidare dal vangelo, a cui legare specifiche dimensioni della spiritualità laicale. La Galilea è Genezaret, il lago. La spiritualità laicale è Genezaret. Che vuol dire Genezaret? Vuol dire centralmente l'esperienza dell'incontro, il dono dell'incontro. Qui lo devo dire, che è un ritornello di questo convegno, l'importanza, la centralità, la decisività del rapporto con il Signore. E' venuto fuori proprio a ondata nelle relazioni e nei gruppi di studio che avete fatto, e ultimamente negli interventi che ci sono stati poco fa in aula. Direi allora che la spiritualità laicale, che è la spiritualità della Galilea, vuol dire Genezaret, cioè prima di tutto la decisività dell'incontro, il dono dell'incontro che segna decisivamente, connotativamente la tua identità e ti cambia la vita, ti trasforma la vita. E' un incontro che avviene nella vita quotidiana (la Galilea come la dimensione del qualunque), ricordate l'incontro con i primi discepoli, pescatori sul lago, lì li incontra il Signore; è un incontro mediato dai fratelli (ricordate come alcuni discepoli a loro volta incontrano altri e li chiamano a vivere quello che loro hanno vissuto, l'esperienza dell'incontro; è un incontro che genera l'originalità, la differenza, irriducibile delle persone rispetto all'ambiente; è un incontro che ha un prezzo di sofferenza, che ha un prezzo di fatica (ecco il secondo significato di passione, di cui parlavamo all'inizio); ed essi abbandonate le barche, le reti, il padre Zebedeo e i garzoni ... C'è una ascesi nella vita laicali, c'è una rinuncia nella vita laicale che appartiene specificamente ai momenti fondamentali della vita laicale. Basterebbe pensare al rapporto castità-matrimonio per esempio. C'è una ascesi precisa. Basterebbe pensare al rapporto con i beni. E' un incontro che conosce l'esperienza della prova e della purificazione. Ricordate sul lago di Genezaret Gesù che cammina sull'acqua nella notte incontro alla barca, e tutti gridano spaventatissimi "è un fantasma!", oppure Gesù che dorme a bordo della barca, dentro la barca, mentre la barca è travolta dalla tempesta; "ma non ti importa che moriamo?". L'esperienza della prova, l'esperienza della purificazione. Ancora: la spiritualità laicale è Nazaret. Che vuol dire? Anche qui enuncio soltanto perché faccio una sintesi di tipo telegramma. La spiritualità laicale è Nazaret: vuol dire Dio è dentro, dentro le piccole cose (Nazaret), dentro l'apparentemente banale (Nazaret); secondo elemento: vuol dire saper cogliere e vivere dell'essenziale (la dimensione della povertà e dell'austerità, che è chiesta al laico oggi). E ci sarebbe una relazione da porre con la stagione di crisi e di precarietà che stiamo attraversando. Terzo: la vera grandezza è nell'intensità dell'amore non nella notabilità della cose. E' nell'intensità di amore con cui si compiono le cose qualunque, perché Nazaret è questo per trent'anni. Quarto: Nazaret vuol dire la gioia dei piccoli risultati, dunque la libertà spirituale dal successo, dal numero, dalla visibilità. Questo comporta alcune virtù tipiche del laico. Ne indico tre soprattutto. La prima: la virtù della fortezza. Stiamo configurando la spiritualità laicale ... E riprendo quello che ho detto prima: è più difficile essere cristiani nel mondo, è più difficile. E' più difficile essere cristiani in una vita esposta, provocata, spesso nei fatti atea. La virtù della fortezza per custodire il dono del Vangelo, per non farselo strappare via, per poterlo offrire. La virtù della fortezza contro la mediocrità, contro la tiepidezza, contro il compromesso. Pensate quanto è tentato oggi un laico dalla soluzione facile del compromesso. La virtù della fortezza per evitare fughe, per evitare parallelismi: la costruzione della città o della vita in parallelo a quello del mondo, cioè per vivere una relazione fatta solo di difesa, fatta solo di sottrazione perché ha nella radice la paura della sconfitta, il senso di inferiorità. E' molto legato questo a quella barchetta di cui parlavamo stamane nella omelia. La seconda virtù è la dolcezza, vale a dire una relazione, un rapporto senza disprezzo e senza aggressività. Ce n'è tanto in giro, proprio nei nostri cristiani di disprezzo e di aggressività. A volte come ran de vous, per quello che ricevono a causa del loro essere cristiani, ma a volte proprio generato dal loro modo malato di vivere la fede. La virtù della dolcezza: senza disprezzo e aggressività, con stima e simpatia per l'altro che non è come tu lo vorresti o come tu lo desidereresti, e qualche volta neanche come dovrebbe essere. Terzo: la volontà dell'ascolto. Che vuol dire? Credere nel dialogo senza pensare che dialogare voglia dire svendere l'identità, o pezzi di identità. E sempre sotto la virtù della dolcezza porrei lo stile della spiritualità laicale, lo stile della relazione del laico cristiano, che è uno stile sempre di misericordia, mai di giudizio. Il discernimento non è sovrapponibile biblicamente al giudizio. La terza virtù è la fedeltà o, se preferite, della costanza. La declinerei così: non lasciarsi sbriciolare dal passare del tempo, non lasciarsi logorare dal passare del tempo e dal ripetersi delle situazioni, non lasciarsi sbriciolare dalle vicende che si vivono e non hanno impennate, non hanno picchi emotivi. La seconda cosa con cui renderei questa seconda virtù della fedeltà è il rendere quotidiana l'esperienza dell'incontro personale con il Signore, perché non è la fedeltà a custodire qualcosa o a mantenere le posizioni, è la fedeltà ad una relazione, è la fedeltà ad un incontro, è la fedeltà all'amicizia, alla nuzialità. Per questo quotidianamente rinverdire la relazione e il rapporto con il Signore. Un ulteriore elemento per la fedeltà che aggiungerei: l'importanza del sostegno dei fratelli, e quindi l'importanza dell'associazione, l'importanza della comunità. I fratelli come forza, come risorsa. E l'ultima annotazione sulla virtù della fedeltà: avere ben chiaro nella testa, per poi averlo nel comportamento e nelle opere, la differenza che c'è tra fedeltà e conservazione. La fedeltà è un fuoco, la conservazione è la cenere. La fedeltà ha dentro di sé come dimensione non che ci portiamo noi ogni tanto, ma la fedeltà ha dentro di sé intrinsecamente l'istanza del rinnovamento, perché se no è tradimento, e quindi la fatica del pensare e il coraggio dello sperimentare. La spiritualità del laico di Azione Cattolica è il monte delle beatitudini: ricordate in particolare il discorso della montagna in Matteo 5, 6, 7. Perché il monte delle beatitudini? Perché è il luogo della fondamentale formazione di Gesù nei confronti dei dodici. Poi Gesù la riprenderà e la porterà avanti e la perfezionerà questa formazione. Ricordate i cinque blocchi discorsivi del vangelo di Matteo? Ma lo sbozzamento fondamentale, la formazione base è lì, quando Gesù racconta l'assetto costituzionale del Regno di Dio, l'assetto istitutivo, l'ABC, il DNA del Regno di Dio e per luce riflessa dell'identità del discepolo, del volto del discepolo. Una formazione fatta di parola (l'insegnamento di Gesù), fatta di condivisione di vita (lo status normale del rapporto tra Gesù e i discepoli), fatta di esperienza (l'agire di Gesù insieme ai dodici), protratta e cresciuta nel tempo (ecco i cinque blocchi del vangelo di Matteo). O il dipanarsi della vita di Gesù lungo un asse cronologico e geografico che per i sinottici va dalla Galilea a Gerusalemme. Allora questo per dire che la spiritualità del laico che si chiama monte delle beatitudini vuol dire che la spiritualità del laico di Azione Cattolica prevede come momento essenziale, intrinseco alla spiritualità la formazione. Vale a dire: la formazione non è accessoria, non è per chi ha tempo. Senza formazione si rimane laici incompiuti, laici inadeguati. Allora la formazione non occasionale, non spontaneistica, non volontaristica ma una formazione che è progressiva e organica. Io uso gli oggettivi pensando che sono immediatamente compresi e non c'è bisogno di dire che cosa significa. Una formazione che mira a trasmettere non solo la conoscenza, ma un metodo di vita, una regola di vita per il laico. E' un elemento su cui molti gruppi di studio sono ritornati. Questa formazione che fa parte integrante della spiritualità, non è accessoria, ha alcune sottolineature, alcune evidenziazioni, alcuni punti di gravitazione nella spiritualità del laico di Azione Cattolica, che sono: la formazione alla libertà, alla comunione, alla gratuità, alla responsabilità, alla ricerca e al rischio. Sono i numeri primi della spiritualità del laico di Azione Cattolica, sono le cifre caratterizzanti di quella identità, di quel volto. E qui metterei l'importanza della direzione spirituale o, come si è preferito dire in una certa stagione, dell'accompagnamento spirituale, rimandando semplicemente a quello che è stato detto perché è molto. Ancora: la spiritualità del laico di Azione Cattolica è Cafarnao. E Cafarnao è il luogo della missione e della comunità, è il luogo della comunità, della Chiesa in missione. E' la missione in Galilea, nei territori della decapoli, che diventa costitutiva, organica per il gruppi di Gesù e dei dodici: a Cafarnao la Chiesa si fa missionaria, diventa strutturalmente missionaria. E da qui tutto l'impegno che l'Evangelii gaudium ci affida; e l'importanza di rileggere non solo la parrocchia ma l'associazione. L'Azione Cattolica rileggerla sull'Evengelii gaudium, riformularla sull'Evangelii gaudium, cioè su questa Chiesa en salida, su questa Chiesa in uscita. Ed è una missione particolare perché la missione che a Cafarnao diventa strutturale, ed è la Chiesa, vuol dire una missione rivolta soprattutto ai malati, ai poveri, e quindi uno stile particolare di missione. Ripeto però, non mi inoltro su questo perché l'Evangelii gaudium non è chiara: è solare in merito. Però una cosa la vorrei spendere, perché mi pare importante. La missionarietà soprattutto, come volontà di accoglienza ai poveri, a Cafarnao viene elevata all'ennesimo esponente. Ricordate voi l'immagine della casa di Pietro, in cui Gesù è dentro che predica? Ci dice il testo che la casa era affollata di gente, era tutta piena di gente, che non c'entrava e la gente stava sulla porta. Ma c'è un paralitico a cui bisogna dare la precedenza, che non può stare in coda, deve diventare il primo. Non sono  un raccontino queste cose, sono le dinamiche ecclesiali che ci vengono raccontate perché tu le traduca. Allora cosa si fa? Si scoperchia il tetto, e chi sono quelli che scoperchiano il tetto? Sono quattro ministranti. Allora una Chiesa missionaria vuol dire, questa è Cafarnao, una Chiesa talmente aperta fino all'inverosimile, fino al punto che non solo sono aperte le porte e la gente stava anche fuori, ma arriva a scoperchiare il tetto perché la gente possa entrare. E chi lo scoperchia il tetto? I preti! I quattro ministranti che portano il paralitico. Hanno un nome particolare nel vangelo, sono indicati con un termine particolare. Noi siamo interpreti della spiritualità di Cafarnao fino al punto inverosimile di scoperchiare i tetti delle nostre chiese perché la gente entri, in particolare quelli che da soli non arriverebbero mai e che noi andiamo a prendere e portiamo dentro, perché da sé non verrebbero. Il paralitico, fissato sul letto, che arriva portato dal letto e porte portando il letto. Il che vuol dire che il letto rimane, i problemi rimangono, ma prima ti paralizzavano, dopo li porti e cammini. Con i tuoi problemi cammini. La spiritualità della Galilea, la geografia della Galilea, e quindi la spiritualità laicale è la strada, è il villaggio altrove, è l'oltre (di cui ci parla il Vangelo di Marco). "Ci sono altri villaggi, occorre che io vada oltre a predicare" (ricordate al mattino, quando lui era a pregare e tutti lo cercano?!). Che vuol dire? Vuol dire una spiritualità associativa che non si rassegna ad aspettare; occorre che io vada altrove, che non si rassegni ad aspettare che ma che cerca le persone e le cerca là dove sono ("e andava nei villaggi vicini annunciando l'evangelo"), là dove vivono. Vuol dire una spiritualità associativa che ha passione per la gente così com'è, perché andando altrove, andando per i villaggi vicini Gesù annunciava il vangelo al popolo della terra, e il popolo della terra era la gente piccola, era la gente povera, era la gente marginale rispetto alla fede giudaica, rispetto all'ortodossia gerosolomitana. Il luogo della strada, dell'altrove, dei villaggi attorno, vuol dire una Chiesa che si fa carico delle ferite, dei dolori, degli smarrimenti della gente. Ricordate Nain, perché tra i villaggi attorno c'era anche quello. Vuol dire una Chiesa che si fa carico delle gioie delle persone e gli dà respiro, e gli dà fondamento perché fra i villaggi attorno c'è anche Cana, le nozze. Allora una Chiesa che abita le frontiere dell'umano: la sofferenza e l'amore, il dolore e l'amore, e lo stupore. Una Chiesa che rigenera l'umano guarendo i malati, cercando il popolo della terra. E qui il rimando sarebbe a Firenze 2015, il nuovo umanesimo. Una Chiesa, una spiritualità, che lotta contro lo snaturamento del vangelo (gli scribi e i farisei), e ne paga il prezzo. Ed ancora: la spiritualità laicale è il Tabor, la spiritualità dell'Azione Cattolica è il Tabor, ed è l'esperienza dell'interiorità, della profondità, di ciò che è più personalmente coinvolgente, impegnativo, sia da parte di Gesù ("costui è il mio figlio amato"), sia da parte dei discepoli, propriamente dei tre che Gesù porta con sé. Allora tradurre la cifra, il nome Tabor nella spiritualità del laico di Azione Cattolica vuol dire l'Eucarestia. Da molti di voi è stata ricordata: essa è il vertice dell'incontro personale, la fontalità dell'incontro personale, vuol dire l'esperienza della Chiesa eucaristicamente raccolta, che è l'esperienza della fraternità ma fondata sull'essere figli; vuol dire l'esperienza dell'ascolto della Parola (ricordate la voce del Padre? "ascoltatelo! costui è il mio figlio amato"). Vuol dire la sorgente della missione al mondo, della missione alla vita. Non dimentichiamoci però che Tabor configura una spiritualità per il laico che è fatta di salire, contemplare, scendere. Una luce per salire e per scendere, una luce per ritornare nella penombra, per ritornare nel chiaroscuro, cioè nel quotidiano, nel non "videro altri che Gesù solo". Questo è l'approdo perché questa è l'ordinarietà: è la contemplazione ma dentro la città, è la contemplazione ma dentro la comunità, dentro la Chiesa. Da qui l'importanza che i laici di Azione Cattolica siano monaci, ma non monaci nella forma esterna o nella regola di vita, che sarebbe la cosa più semplice. Ma siano monaci nel senso che sappiano costruire prima (questo il compito del direttore spirituale e del confessore) e custodire dopo la cella interiore, che è la cella in cui si costruisce la vita, che è la cella in cui si assume l'alfabeto per guardare, leggere e vivere la vita. Un'ultima cosa che dico è questa: la spiritualità del laico di Azione Cattolica è la crisi galilaica, cioè l'esperienza del fallimento, l'esperienza dell'abbandono, quando Dio ti delude. E Gesù reagisce alla crisi galilaica? Ricordate i due nomi della crisi galilaica: la crisi galilaica secondo Giovanni è Cafarnao, il discorso nella sinagoga, dopo la moltiplicazione dei pani, il pane della vita, "e molti se ne andavano da lui, volete andarvene anche voi?", e secondo i sinottici la crisi galilaica è la sinagoga di Nazaret, dove cominciano a dire "ma costui chi pretende d'essere? non era il figliolo del falegname? sua madre non è Maria? i fratelli e le sorelle non sono qui con noi? chi pretende d'essere?). E' importante vedere come reagisce Gesù alla crisi: reagisce in ampiezza e profondità. Reagisce in ampiezza perché invia i dodici in missione e li invia anche nel territorio pagano, nel territorio della decapoli, e reagisce in profondità perché si incammina verso Gerusalemme, cioè verso la radicale attuazione del piano di Dio su di lui, sulla tua vita. Ci occorre una Azione Cattolica, ci occorre una spiritualità di Azione Cattolica che sia passione. Ritorno così all'etimologia del termine, cioè capacità di patire, capacità di soffrire. Una spiritualità che sappia vivere crisi, fallimenti, fatiche, misconoscimenti, snobbamenti (anche se hanno gli zucchetti rossi in testa), come dono di purificazione e di crescita. Non occasione di nervosismo, di aggressività, di mormorazione o di colpevolizzazione degli altri. Ci occorre una Azione Cattolica che sappia attuare un discernimento sull'evento che è accaduto per riconoscerne le motivazioni. Non basta costatare il fallimento: il fallimento va capito. Non basta registrare la fatica: la fatica va analizzata. Non abbassare mai il livello della proposta a motivo del fallimento perché diventeremmo sale insipido e luce offuscata: allora sì che ci sarebbe il fallimento, e ampliare la cerchia dei destinatari. E' quello che Gesù ci consiglia con il fallimento, con la crisi galilaica. E chiudo dicendo che la spiritualità del laico di Azione Cattolica (e ritorno da dove ero partito) è la spiritualità del laico in Galilea, ma nella Galilea del dopo Pasqua. Ricordate? "Dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete". E' Marco. "Vi precede in Galilea, Là lo vedrete". E' Matteo. "Ricordatevi come vi parlò quando era in Galilea". E' Luca 24, che invece non si stacca da Gerusalemme. E tutto il capitolo 21 di Giovanni che è l'ultimo capitolo del Vangelo, anche se è stato agganciato redazionalmente, è tutto svolto intorno al lago da dove poi la vicenda era partita. E' tutto consumato in Galilea. Allora la Galilea, da dove è iniziato il cammino di Gesù, lì comincia il cammino della Chiesa. Dalla Galilea comincia anche il cammino di ogni cristiano, di ogni laico. La Galilea è il luogo della vita, è parabola della città, è la geografia riconoscibile in ogni terra. La Galilea è il luogo tipico del cristiano laico, è la terra, è la patria dell'Azione Cattolica perché questo è il luogo dove si raduna la Chiesa dopo la Pasqua. Questo è il luogo in cui, attraverso la Chiesa, la Pasqua entra nel cammino del tempo; la Pasqua cammina sulle strade della gente e cammina con i nostri passi. Allora educhiamo l'Azione Cattolica, educhiamo i laici di Azione Cattolica ad avere la spiritualità della Galilea, ad essere cittadini di Galilea.

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