L'Azione cattolica e il primo annuncio

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Mons. Mansueto Bianchi incontra l’Azione Cattolica di Altamura – Gravina – Acquaviva delle Fonti

19 febbraio 2015

Dovrei stasera riflettere con voi sul tema dell’Azione Cattolica e il primo annuncio. E vorrei farlo partendo da un momento che è stato estremamente significativo per tutti noi. Cioè il momento dell’incontro, dell’udienza che abbiamo avuto con la figura stupenda di papa Francesco. Ricorderete che era il 3 maggio dello scorso anno, e in quella occasione il papa ci regalò, come Azione Cattolica, tre verbi. E io vorrei parlare del primo annuncio proprio coagulandolo, strutturandolo questo primo annuncio attorno a uno dei verbi che il papa ci regalò. Ed è il verbo “andare per le strade”, il verbo “uscire”. Un verbo che ritroviamo negli orientamenti dell’Azione Cattolica per il corrente triennio, un verbo che ritroveremo nella traccia in preparazione al Convegno Ecclesiale di Firenze nel novembre del 2015. Allora dicevamo l’annuncio, il primo annuncio, non soltanto per il dono del papa e per gli orientamenti dell’Azione Cattolica e la traccia in preparazione al  Convegno Ecclesiale di Firenze, ma anche per il Nuovo Testamento il primo annuncio si collega in maniera forte con questo verbo. Il verbo “andare”. Ricordate la consegna di Gesù? in Matteo 28, “Andate dunque e fate miei discepoli tutte i popoli”; e in Marco 16, “Andate in tutto il mondo e evangelizzate ogni creatura, annunciate il Vangelo ad ogni creatura”. Vedete: annuncio, annunciare, uscire. E vorrei aggiungere un altro elemento che ci aiuta a collocare sull’orizzonte giusto questa nostra riflessione, vale a dire questo uscire di cui parliamo, e attorno al quale cerchiamo di coagulare alcune riflessioni sul primo annuncio, questo uscire è un verbo che viene da lontano. Viene da lontano perché è il primo verbo, è il grande verbo che Dio ha coniugato con l’uomo. Se noi pensiamo alla creazione, se noi pensiamo alla storia della salvezza, alla vicenda di Israele da Abramo in poi, attraverso l’Esodo fino a Gesù Cristo, se noi pensiamo alla persona di Gesù, che cosa è tutta questa storia della salvezza! Questo agire di Dio in mezzo alla nostra umanità, se non l’uscire di Dio incontro all’uomo? Che cosa è la storia della salvezza se non l’incamminarsi di Dio sulle strade della nostra umanità? Il suo andare per le strade della storia? Questa è la storia della salvezza: è la salvezza della storia perché Dio ha camminato sulle nostre strade, sulle strade della storia. Allora potremmo dire che questo verbo “uscire”, ci collega con il grande movimento, il movimento sorgivo, fontale della Trinità che esce da se stessa, di Dio ce si fa lontano da Dio e viene a porre la propria presenza, viene a porre il centro nella nostra lontananza, nella nostra periferia, nella nostra marginalità. Davvero nella persona di Gesù, nella persona del Figlio, Dio, e con lui la Trinità, entra nello spazio della nostra lontananza, entra nello spazio della nostra maledizione per riconsegnarci all’abbraccio, per riconsegnarci alla benedizione dell’essere figli. La Trinità (questa è un’immagine di Bruno Forte) che raggiunge l’esilio per riconsegnare l’esilio alla patria. La Trinità che esce verso quell’esilio, verso quella periferia che noi siamo perché l’esilio, l’umanità possa essere ricondotta, riconsegnata alla patria trinitaria. Allora quell’uscire di cui noi parliamo, questo uscire che viene davvero da molto lontano, e attraverso il Vangelo si riconosce con il movimento sorgivo, fontale che scaturisce dal cuore della Trinità e raggiunge la storia, questo uscire, di cui vogliamo parlare stasera a proposito del primo annuncio, altro non è che un raccogliere come Chiesa il gesto che ha fatto Dio, un raccogliere come Chiesa il cammino di Dio, lo stile con cui Dio ha compiuto questo gesto nella persona di Gesù di Nazaret, e imparare da lui come si esce, cosa vuol dire uscire verso le persone, che cosa vuol dire uscire verso la vita, incontrare la vita, incontrare la storia, che cosa vuol dire camminare sulle strade della nostra umanità. Perciò questo uscire la Chiesa, e nella Chiesa l’Azione Cattolica, questo uscire lo impara dal Signore, e lo impara nei suoi contenuti e nel suo stile nella misura in cui, e siamo ancora nei verbi di papa Francesco, nella misura in cui rimane, nella misura in cui rimane davanti a lui, davanti al Signora, davanti a lui ad ascoltare la sua parola, come Maria di Betania, seduta ai piedi di Gesù, ad accogliere quella parola che costantemente ci evangelizza e quindi ci trasforma il cuore, rendendolo da cuore di pietra, fermo, stabile, sedentario, a cuore di carne capace di vita, capace di cammino, capace di uscite verso le persone, capace di prolungare dentro la nostra vicenda la storia di Dio, la vicenda di Dio che si è incamminato incontro a noi. Scendendo a valle da questo monte trinitario da cui siamo partiti, è allora possibile dire che il primo annuncio, questo uscire chiede anzitutto un superare, un rovesciare, un certo tipo e un certo modo di essere Chiesa che riscontriamo frequentemente tra noi. Non solo organizzativamente, ma anche come mentalità, come atteggiamento mentale, ancor prima che come ratio procedura pastorale. Vale a dire una Chiesa che si guarda allo specchio, una Chiesa che subisce il trauma dell’erosione, di questo progressivo rimpicciolimento, impoverimento,  anche nella dimensione numerica., forse da voi qui in Puglia molto meno evidente che in altre regioni d’Italia. Nella mia Toscana, per esempio è addirittura drammatico. Apro una parentesi e la chiudo subito: mi diceva qualche mese fa un vescovo di una diocesi toscana, quella di Livorno, che la maggioranza dei bambini non vengono battezzati. E’ vero che in questo bisogna calcolare i bambini nati da gente straniera, di fede islamica; tutto sta bene, ma sostanzialmente sono pannolini caldi, perché la vicenda del cristianesimo in Toscana è una vicenda drammatica. Di fronte a questa progressiva erosione che da decenni sta mettendo alla prova la nostra vicenda ecclesiale, spesso nelle nostre chiese, nelle nostre diocesi, parrocchie, ma anche dentro di noi vediamo levarsi una triplice reazione. Tre possibili reazioni: la prima è quella dell’intristirsi, è quella dell’appassire, dello spengersi, diventando una Chiesa depressa, una Chiesa che in certo modo si piange addosso. Una Chiesa che non sospiro dice “bei tempi!”, guardando indietro. C’è un secondo modo di reagire, ed è quello diventare una Chiesa ringhiosa, una Chiesa in un certo senso che si pone come parallela, come alternativa, in un atteggiamento di confronto e di scontro nei confronti del contesto nel quale vive, nei confronti del tempo nel quale vive. E c’è una terza reazione che vedo presente nelle nostre parrocchie, nelle nostre chiese, ma anche come tentazione dentro di voi. Quella di diventare una Chiesa scodinzolante, cioè una Chiesa che rincorre il mondo, una Chiesa che dice al mondo "sono come tu mi vuoi", una Chiesa che si conforma, che si configura al mondo non sopportando di essere marginale, non sopportando di essere minoritaria, non sopportando di contare meno. Vorrei dirlo anche in un altro modo, che mi impressiona un po': diventa la Chiesa della citazione. La Chiesa che parlando al mondo cita, cita il già detto, il già conosciuto, ciò che altri possono dire o fare molto prima e molto meglio di lei. E' una grande tristezza questa della Chiesa che porta l'annuncio del Vangelo al mondo, che porta, che dovrebbe portare l'annuncio del Vangelo al mondo e che si riduce ad essere la Chiesa della citazione, la Chiesa di ciò che già altri hanno detto, la Chiesa che ripete e rilancia a livello di megafono l'ultimo grido della sociologia, della psicologia, di ciò che l'opinione pubblica sponsorizza o di ciò in cui meglio e più si riconosce. Allora dinanzi ad un cristianesimo di minoranza, dinanzi ad una società ampiamente secolarizzata, o ci si chiude come all'inizio, nel cenacolo per paura dei Giudei, o ci si chiude nella logica della setta, oppure ci si consegna alla logica dell'uscita, alla logica dell'estroversione. Ed è per esempio la reazione di Gesù dinanzi alla crisi galilaica del suo ministero, del suo annuncio, della sua predicazione che invece che ritrarsi amplia l'orizzonte dei destinatari della sua proposta ed intensifica, radicalizza la proposta stessa, la rilancia su un orizzonte, su una dimensione ancora più ampia e ancora più radicale. O si diventa quindi setta, o si esce; si diventa Chiesa in uscita consapevoli che la nostra destinazione è il mondo, la nostra casa è il fuori. PErchè la Chiesa non è per la Chiesa, ma la Chiesa è per servire il mondo in ordine alla salvezza. La Chiesa è per il mondo in ordine alla salvezza del mondo.

Una Chiesa quindi che esce, che sceglie di uscire, una Chiesa che sceglie la strada dell'annuncio, e dell'annuncio del Vangelo, non di essere la Chiesa che cita ma la Chiesa che annuncia, una Chiesa di questo tipo deve ripensare e riformulare la sua ordinaria pastorale, la sua pastorale in atto, in un modo diverso, in una funzione missionaria. Che voglio dire? Voglio dire che una Chiesa che annuncia, una Chiesa che si focalizza sull'annuncio del Vangelo, una Chiesa in uscita non è che deve fare qualcosa di diverso prima di tutto, non è che deve fare qualcosa di più prima di tutto, non è che deve aprire un nuovo ufficio di Curia prima di tutto: deve fare ciò che fa in un modo diverso. Allora, che vuol dire in un modo diverso? Vuol dire non solo essere attrezzata a rispondere alle richieste che riceve dalle persone, ma essere attrezzata per mettersi accanto alle persone, e per suscitare nelle persone la domanda. Perché il vero problema oggi, non è che manca la risposta della Chiesa alla domanda della gente, è che si sta spegnendo la domanda dentro la gente, è che la gente rimuove certi capitoli decisivi e "pericolosi" per la vita, per l'esistenza, per il nostro modo di voler vivere la vita, di voler percorrere l'esistenza. Allora non si tratta semplicemente di essere attrezzati a rispondere la richiesta, si tratta di aiutare la gente a leggersi dentro e a capire quanto drammaticamente si porta stampato dentro, solcato dentro, nella propria carne, nelle pagine della propria vita il bisogno di Dio, il bisogno di Gesù Cristo. Si tratta di mettersi accanto alla gente per aiutare la gente a decifrarsi, a pronunciarsi, a dare nome a quei sentimenti che gli pervadono la vita, che gli amareggiano e tante volte gli sciupano la vita perché non riescono ad essere formulati, ad essere pronunciati come attesa, come domanda, come bisogno di un incontro e di una risposta. Aiutare le persone a decifrarsi, aiutare le persone a leggersi dentro, aiutare le persone a pronunciare le parole del cuore. E non parlo di cuore in senso del romantico, parlo di cuore in senso biblico: aiutare le persone a pronunciare le parole del cuore, cioè esprimere quel bisogno di interiorità, di profondità, di affidabilità, di significato che ciascuno si porta drammaticamente dentro, tanto più drammaticamente quanto più facilmente le snobba o le rimuove.

Ed ancora: una Chiesa che si attrezza per essere Chiesa in uscita, per essere Chiesa in annuncio vuol dire una Chiesa che guarda negli occhi chi è lontano, guarda negli occhi chi è fuori. Il primo gesto non è quello di puntare il dito, il primo gesto non è quello di girare la testa da un'altra parte, il primo gesto non è neppure quello di stringerci tra di noi. Il primo gesto è di guardare in faccia la lontananza, è di guardare in faccia le persone che pronunciano il no o che vivono il no. Guardarle in faccia. E guardarle in faccia con simpatia. Simpatia non vuol dire approvazione, ma vuol dire un calore umano, vuol dire una disponibilità umana nei confronti di queste vicende, nei confronti di queste persone. Una Chiesa in uscita, una Chiesa che si focalizza sull'annuncio, sul primo annuncio del Vangelo alle persone vuol dire una Chiesa che ha meno passione per le scadenze, per le formule, per gli oggettivi adempimenti e ha più passione, ha più dedizione per le persone, per il loro accompagnamento, per l'incontro vero con le persone, così come le persone sono, senza sognarle o volerle diverse da come sono. Certo, poi uno intende incamminarle, intende trasformarle, ma l'incontro è con la persona così com'è. Voi guardate gli incontri di Gesù nel Vangelo: non ha mai fatto una selezione previa, dicendo "io incontro soltanto quelli che sono da un certo punto in su, quelli che vanno dal 6 in su". Ha incontrato anche quelli che andavano dal 6 in giù. Una Chiesa poi che si focalizza sull'annuncio al nostro tempo, alla nostra gente, al nostro mondo è una Chiesa (e questo il papa ce lo sta dicendo fino a farci venire i brufoli) che assume come criterio cardine la misericordia nei confronti delle persone. La misericordia che vuol dire una gradualità, una progressività, vuol dire che il tutto subito non esiste nel cammino della vita, nel cammino delle persone, a meno che uno non vada a cavallo verso Damasco. Ma di solito questo non esiste. Esiste come quando sorge la luce, come quando diventa giorno, inizia un iniziale chiarore che lentamente cresce e tante volte è insidiato dalle nubi, e tante volte è oscurato, e tante volte c'è una giornata guastata anche sotto l'aspetto dell'intensità e del chiarore della luce. Ma il cammino delle persone verso il Signore, verso la fede è un cammino che ha questa progressività, e dunque ha bisogno di una gradualità, ha bisogno di una pazienza, ha bisogno di un accomagnamento. Non si può essere subito esigitivi, non si può essere subito tassativi: occorre la longanimità. Io spreco troppe parole per dire una cosa ovvia: io guardo quel che Dio fa con me, ed il minimo che possa fare è fare altrettanto con gli altri. Perché se lo fa lui, e lo fa con me, vuol dire che lo posso fare anch'io con gli altri. Questo è lo stile, questi sono anche i contenuti. Allora uscire: uscire vuol dire per esempio accorgersi che la fedeltà (e questo lo dice il Papa tondo tondo, è scritto nell'Evangelii gaudium) è diversa dalla conservazione. Essere fedeli al Vangelo non vuol dire continuare a fare quello che si è sempre fatto perchè lo si è sempre fatto. La fedeltà è più vicina alla conversione che alla conservazione. Se posso rubare un'immagine che non è mia, la conservazione è cenere, la fedeltà è fuoco. Sono due cose molto diverse tra loro: una è cosa morta, fredda, l'altra è cosa viva, vitale. Allora per rimanere fedeli al Signore, per rimanere fedeli al Vangelo, per rimanere fedeli alle persone che sono le persone di questo tempo, che sono le persone di questa stagione, bisogna avere il coraggio di tentare, bisogna avere il coraggio di sperimentare, bisogna avere il coraggio di cercare. Quante volte il papa ha fatto appello alla fantasia?! Quante volte il papa ha fatto appello all'immaginazione?! Bisogna avere il coraggio di (e l'avverbio è importante) motivatamente cambiare. Non cambiare da spavaldi, non cambiare da avventurieri, ma motivatamente cambiare. Ancora: focalizzarsi sul primo annuncio, entrare nella logica dell'uscire, di questa Chiesa en salida, di questa Chiesa in uscita. Bisogna essere leggeri, e leggeri vuol dire che bisogna essere essenziali. Questo vuol dire essere leggeri. Ed ancora una volta, questa cosa non la dico io stasera, non la dice neppure papa Francesco, la dice Gesù nel Vangelo: se voi prendete il capitolo 6 di Marco, il capitolo 10 di Matteo e il capitolo 9 di Luca, dove Gesù dice quale deve essere l'attrezzatura dei 12 inviati in missione, voi vi accorgete che siamo nell'assoluta essenzialità e nell'assoluta leggerezza. Non prendete, non prendete, non prendete ... Che vuol dire questo? Tento una traduzione, ma la a traduzione è soprattutto vostra, soprattutto di una Chiesa e di un'associazione che si raccoglie a riflettere su questi temi. Voi conoscete la pelle della vostra gente, voi conoscete queste cose dentro il metabolismo stesso, la vicenda stessa della vostra Chiesa. Tento quindi una traduzione, che più che traduzione vuol essere una indicazione di direzione. Questo vuol dire per esempio rendere più elastiche, più essenziali le nostre strutture, i nostri apparati ecclesiali perché, ritorno a dire, la vocazione del missionario, di una Chiesa missionaria secondo il Vangelo è leggera. Allora le nostre strutture, i nostri apparati ecclesiali hanno bisogno di essere purificati, hanno bisogno di diventare trasparenti o di ridiventare trasparenti, perché forse il passare del tempo e  l'uso ha addensato calcare che non permette più il passaggio, ha addensato opacità che non permette più la leggibilità del messaggio che anche le strutture, che anche gli apparati sono chiamati a trasmettere. E forse in certi casi bisogna cercarne di nuove. E quello che io dico della Chiesa in generale lo dico anche dell'Azione Cattolica. Anche l'Azione Cattolica è chiamata ad un cammino di allegerimento, di essenzializzazione. E' chiamata ad un cammino di verifica della proprie strutture, dei propri apparati per interrogarsi circa la trasparenza, circa la capacità di comunicare Vangelo, di comunicare proposta, una proposta limpida, di Azione Cattolica, anche attraverso gli apparati, anche attraverso le strutture. E mi chiedo ancora: ma l'affanno pastorale che stanno vivendo le nostre diocesi, le nostre parrocchie, che stanno vivendo i nostri preti, che stiamo vivendo noi vescovi (ancora una volta forse in certe regioni più accentuatamente, in altre no), all'affanno pastorale che stiamo vivendo è certamente sintomatico di una Chiesa che non è ancora abbastanza leggere per l'uscita missionaria, che non ha ancora abbastanza focalizzato l'essenziale e si è concentrata sull'essenziale. E forse è pedagogica anche questo affanno che tutti stiamo vivendo, forse è ancora pedagogico, cioè c'è anche un messaggio di Dio che torna a dirci "andate, ma non prendete, non prendete, non prendete!". Tento ancora una traduzione, ma questo, grazie a Dio, è dichiarata dal papa alla lettera, nell'Evangelii gaudium. Una Chiesa in uscita, una Chiesa focalizzata sull'annuncio, una Chiesa che ritrova e ricerca il criterio della trasparenza, della leggerezza, dell'essenzialità, e la trova, l'essenzialità, nell'annuncio del Vangelo, soprattutto nel primo annuncio del Vangelo, è una Chiesa che sa, che sente, che vive. Non tutto ha la stessa importanza, non tutto è comprensibile o vivibile fin dal primo momento. Prima c'è il Vangelo, prima c'è Gesù Cristo, e dopo c'è la dottrina, e dopo c'è la morale, e dopo c'è il diritto. E' quel famoso criterio della gerarchia delle verità che è segnato nel Concilio Vaticano II, ed anche il linguaggio cambia, il linguaggio dell'annuncio, il linguaggio del primo annuncio, il linguaggio che fa lo stile di una Chiesa in uscita è un linguaggio che cambia, è un linguaggio diverso. Diventa non un linguaggio in positivo, ma un linguaggio propositivo, un linguaggio che valorizza il bene che trova già nell'interlocutore, quelle scintille, a volte anche solo minimali, che trova in lui, che sono presenti nell'altro. E' un linguaggio dialogico, è un linguaggio narrativo, è un linguaggio testimoniale, non è un linguaggio assertorio, non è un linguaggio escludente. E' un linuaggio capace di mediazione, capace di progressività, è un linguaggio pedagogico, funzionale rispetto al dono e alla proposta che si vuole comunicare alla vita degli interlocutori. Ed ancora, vorrei aggiungere l'annuncio del Vangelo, il primo annuncio del Vangelo, e quindi una Chiesa che esce. Non è mai soltanto una parola: il primo annuncio, come l'annuncio del Vangelo, non è mai soltanto parola, non è mai soltanto dire. E' persona: l'annuncio di Dio a noi è Gesù Cristo; la parola di Dio detta a noi, il logos è una persona: è Gesù. Allora l'annuncio è persona, è vita, sono mani, sono gesti, sono opere trasfigurate dal Vangelo. Vedete, per esempio, i miracoli che Gesù opera nei vangeli, che hanno questo significato. Sono annuncio del Regno, sono visibilità del Regno, uniti alle sue parole. Noi forse abbiamo un concetto troppo intellettualistico, troppo dottriniario, troppo libresco di quello che è l'annuncio, per cui pensiamo subito che annunciare voglia dire andare a dire. E invece annunciare vuol dire prima di tutto essere, vuol dire prima di tutto vivere. Si annuncia prima di tutto con le mani, si annuncia con il volto, si annuncia con l'esperienza, con quello che ti capita di vivere, si annuncia radicalmente con la santità della vita, con la santità delle persone. Allora l'annuncio ha bisogno di opere, ha bisogno di realizzazioni, ha bisogno di visibilità, ha bisogno di essere l'incontrato, toccato. E' quella che l'Evangelii gaudium nel capitolo 4 chiama la dimensione sociale dell'evangelizzazione. Ed è quella che con stupore noi stiamo constatando nella Chiesa italiana, perché preparandoci al Convegno di Firenze e chiedendo alle chiese in Italia, alle diocesi in Italia e ad alcune associazioni, movimenti, di raccontarci un frammento della loro esperienza in cui stanno constatando che la fede genera una nuova umanità, un modo nuovo di vivere la vita, un modo nuovo di essere persone. Raccontateci, diciamo loro, un frammento di esperienza in cui voi costatate che il Vangelo mette le ali all'uomo, che il Vangelo promuove la dignità dell'uomo. Ci sonno arrivate duecentocinquanta testimonianze dalla Chiesa d'Italia. Viene fuori un prato fiorito che nessuno sospettava. Tutti pensavamo, più o meno intensamente, di camminare nella steppa, e non ci stavamo accorgendo che germogliava una primavera attorno a noi. Mi veniva in mente, mentre scorrevo queste vicende, queste cifre, seguendo proprio l'organizzazione del Convegno di Firenze, la frase che Dio dice nel profeta Isaia: "Ecco, io sto facendo una cosa nuova, ed essa già germoglia: ma non ve ne accorgete?". Soprattutto questafrase finale: ma non ve ne accorgete? Ma come fate a non accorgervene? ad essere così ciechi? ad essere così ottusi, da non vedere, da non capire che sta germogliando la primavera? Attraverso questii duecentocinquanta racconti, una massa che nessuno si aspettava, e dai quali verrà generato il Convegno di Firenze, si vede una vitalità di Chiesa, una presenza di Chiesa sulla frontiera dell'annuncio che non è fatta soo di parola, ma è fatta soprattutto di mani, di cuore, di tempo, di dedizione, di pazienza, e che sta generando un modo nuovo, più gioioso, più umano di vivere, nella concretezza dei capillari della vita, non i massimi sistemi. E' proprio come una marea che sta salendo dal basso. Dicevo che il primo annuncio ha bisogno di vite, ha bisogno di persone, che mostrino persuasivamente la bellezza e la fioritura dell'umanità, dell'essere credenti. E in questo l'Azione Cattolica ha tanto da dire, ha tanto da fare, ha tanto da mostrare. Ricordate  come i padri ci hanno continuamente chiamato? Azione Cattolica, scuola di santità. Una delle prime cose che arrivando all'Azione Cattolica mi ha colpito di più è la lista lunghissima dei santi e dei beati dell'Azione Cattolica. Una cosa che fa venire i brividi. I brividi in senso positivo, tanto da farci dire "Ma non è possibile, non l'avrei pensato mai!". Una fioritura di santità, a tutte le latitudini. Ed ancora: certamente che l'annuncio ha bisogno anche della parola, ha bisogno dell'annuncio esplicito, dell'annuncio tematico, perché questo diventa come l'alfabeto, diventa la chiave di lettura di quello che fai, di quello che sei, di quello che vivi, e lo tira fuori dal mutismo, lo tira fuori dalle possibili ambiguità. Ed ancora vorrei dire il primo annuncio, una Chiesa in uscita, ha una forte attenzione e una forte gravitazione sui poveri. Ricordate quando Gesù si presenta nella sinagoga di Nazareth per dire che cosa è venuto a fare? Per dire quale è il suo compito, quale è la sua missione: lo Spirito del Signore è sopra di me; prese il rotolo del profeta Isaia e lo lesse. Mi ha inviato per recare l'eVangelo ai poveri. E si tratta di una povertà concreta. In queste settimane papa Francesco ha commentato così: chi non ha toccato i poveri con le mani non li ha mai incontrati. Per dire come concretamente deve essere incontrata la povertà, come concretamente deve essere evangelizzata la povertà. Allora il primo annuncio ha questa gravitazione, ha questa tensione privilegiata nei confronti dei destinatari che sono i poveri, i preferenziali, perché lo sono di Dio, e anche perché il Vangelo ci viene incontro attraverso di loro, attraverso ciò di cui sono umanamente ricchi, attraverso ciò che non hanno, attraverso quello che dovrebbero avere o che potrebbero essere. Il Vangelo ci viene incontro: i poveri ci evangelizzano.  E allora lasciamoci evangelizzare dai poveri nel momento in cui usciamo per evangelizzarli. E un altro elemento vorrei aggiungere è che l'annuncio del Vangelo ha bisogno di una Chiesa, e non di una Chiesa qualsiasi: ha bisogno di una Chiesa che noi dobbiamo diventare, che noi vorremmo diventare, una Chiesa caratterizzata, solcata, incisa (lo accennavo già prima) dalla misericordia. Una Chiesa, per dirla con le parole di papa Francesco, ospedale da campo, perché la misericordia precede il giudizio, perché la misericordia non abroga il giudizio; la misericordia comprende e supera il giudizio, perché la misericordia non è nemica della legge, non è nemica dell'osservanza del precetto; voi ricordate quello splendido esempio che fa Sant'Agostino quando parla del rapporto dei precetti e l'amore?! Lui fa l'esempio della rondine: tu prendi una rondine. Se prendi le ali della rondine e le poni sopra una bilancia, quelle ali hanno un peso. Ma se tu prendi le ali e le metti al corpo della rondine, diventano lo strumento della sua leggerezza, la possibilità del suo vincere il peso, del suo levarsi in volo. Questo è il rapporto tra il precetto e l'amore, questo è il rapporto tra l'osservanza e l'amore, questo è il rapporto (potremmo dire) tra l'istituzione, tra ciò che di istituzionale c'è nella Chiesa e l'amore, la dimensione spirituale della Chiesa. Le ali e la rondine, il precetto e l'amore.

Ed ancora, l'atteggiamento della misericordia perché l'annuncio cristiano sulla persona ci dice che la persona è di più, la persona è più grande dei suoi gesti, è più grande delle sue opere, è anche più grande dei suoi errori, è anche più grande delle sue colpe. Ed allora questo di più della persona bisogna fare credito, perché questa è fiducia nella persona, nella risorsa del cuore, ma è anche fiducia nella potenza di Dio, è anche fiducia nella provvidenza di Dio. E vorrei aggiungere che per evangelizzare, per annunciare occorre che le nostre comunità cristiane, ma prima di tutto occorre che noi Azione Cattolica, occorre che le nostre comunità cristiane siano umanizzate, cioè siano intensamente umane, intrise di misericordia. E, ripeto, misericordia: non dico qualunquismo, non dico "ma che vuoi che sia!", non dico snobismo progressista. Dico misericordia. E quindi intense si umanità, attente alle persone e alle singole storie di vita, accoglienti non di pelle ma di cuore nei confronti delle persone. Non si tratta di un galateo quando si parla dell'accoglienza: si parla di un'apertura della vita, perché la persona possa entrare nella tua vita, possa trovare accoglienza dentro la tua vita. Si tratta di quel verbo che tante volte viene riferito a Ges, soprattutto nel Vangelo di Luca, tre volte almeno, quando si parla della vedova di Naim, quando si parla del Buon Samaritano, e quando si parla del ritorno del figlio prodigo dal padre. Si dice che Gesù, oppure il Samaritano, oppure il padre, si commosse, fu travolto da un'irrefrenabile dinamismo, slancio di amore. Questo vuol dire l'accoglienza, perchè così ci accoglie Dio. Il Buon Samaritano, il padre che accoglie il figliol prodigo, Gesù stesso all'incontro con la vedova di Naim: sono Dio che accoglie l'uomo. E l'accoglie con questa disponibilità, con questa irrefrenabilità di amore, con questa intensità di amore, in modo che le nostre comunità cristiane, ma prima di tutto la nostra Azione Cattolica, siano veramente casa. E ti facciano sperimentare che tu sei l'atteso, che tu sei importante, che tu sei prezioso come fa Dio. C'è più festa in cielo per un peccatore che si converte che non per 99 giusti. Allora è importante, diventano importanti i rapporti personali, i rapporti intensi, le relazioni autenticamente umane dentro l'associazione, dentro l'Azione Cattolica, dentro le relazioni di Chiesa, ma anche nei rapporto con chi è lontano, anche nei confronti di coloro ai quali noi rivolgiamo il nostro annuncio. Perché attraverso questa intensità umana, questo calore umano si può veicolare l'annuncio del Vangelo, il dono del Vangelo, e si può intuire che la comunità cristiana non è prima di tutto un'organizzazione, ma è una famiglia. Biblicamente viene anche definita così la Chiesa: è una famiglia, è una casa, dove c'è accoglienza, dove c'è affetto, dove c'è gioia per i fratelli che giungono.

Ed ancora vorrei aggiungere alcuni elementi conclusivi. Uno è questo: una Chiesa che annuncia, una Chiesa in uscita deve respirare il clima della corresponsabilità nel suo interno. Che vuol dire essere una Chiesa corresponsabile? Vuol dire che la corresponsabilità è possibile soltanto tra persone responsabili. Non è possibile tra avventati, non è possibile tra persone che cercano soltanto la scalata del potere o che cercano soltanto il dominio sugli altri, o lo spadroneggiamento su settori di vita della comunità. La corresponsabilità chiede prima di tutto la personale responsabilità. E poi chiede di essere costruita in una scelta condivisa, in una scelta convinta, da parte dei sacerdoti e dei laici, che esige da tutte e due le parti, sia da parte dei preti che da parte dei laici, il superamento di una scorciatoia che non porta da nessuna parte vera, cioè il superamento del clericalismo, del quale non sono innamorati solo alcuni preti, ma sono a volte anche peggio innamorati alcuni laici. Ed ancora la corresponsabilità vive delle motivazioni e del clima della comunione nell'associazione e nella Chiesa. La corresponsabilità si esercita spesso in un clima di fatica, in un clima di pena perchè siamo reciprocamente opachi gli uni accanto agli altri, e non bisogna lasciarci scoraggiare da questo, non bisogna recedere per questo, non bisogna troppo affrettatamente dire "ma vedi che questa cosa non prota da nessuna parte! ma vedi che non serve a niente! ma vedi che coinvolgere le persone vuol dire sono complicarsi la vita! vuol dire solo rendere gli affari semplici!". Non è vero questo. Ricordo infatti quello che mi diceva il vescovo che mi ha ordinato prete, mons. Agresti: è più strada un metro fatto insieme che un chilometro fatto da soli. Allora nella Chiesa l'obiettivo non è l'efficienza, non è l'efficacia, non è il prodotto: è la comunione. E se si riesce a fare un metro insieme è molto più che fare un chilometro da soli, anche se fare un chilometro da soli sembra più efficiente. E aggiungeva, qualora non fosse stato chiaro: la Chiesa è un pachiderma, non è il cavallino rosso (alludendo alla Ferrari). Dicevo quindi il coraggio e la pazienza, la capacità di di coniugare insieme il coraggio di essere pazienti e la pazienza nell'essere coraggiosi.

Ed ancora, sempre sul tema della corresponsabilità, direi che c'è un luogo in cui la corresponsabilità si edifica, si costruisce, proprio si impasta il mattone della corresponsabilità, e sono gli organismi di partecipazione ecclesiale, che hanno bisogno, proprio per una Chiesa in uscita, per una Chiesa attenta all'annuncio, dedita all'annuncio, hanno bisogno di diventare luoghi di vita effettiva, hanno bisogno di diventare luoghi di maturazione delle scelte, di lettura delle situazioni, di verifica dei percorsi fatti e dei metodi usati. L'Azione Cattolica, in questo senso, fa la scelta della parrocchia perchè ritiene, crede che la parrocchia sia un luogo tipico e un luogo capitale per attuare il primo annuncio della fede, così come per attuare l'annuncio e la crescita nella fede. E credo che la parrocchia abbia la vitalità e possa assumere le caratteristiche per essere protagonista di questa nuova stagione di Chiesa. Per due motivi fondamentali: perchè nonostante tutti i suoi limiti la parrocchia è relazione di generazioni, è relazione di età, è relazione di categorie di persone, è ambito, è luogo di incontro in cui si intrecciano le stagioni della vita, in cui si può attivare la comunicazione tra le diverse stagioni della vita. Ed ancora: la parrocchia è luogo velido di presenza, di presenza capillare sul territorio, è vicinanza alla gente, è luogo di incontro, di accoglienza per le periferie umane presenti sul territorio. Occorre però che la parrocchia si attrezzi per questo (ed è il punto da cui siamo partiti); occorre che la parrocchia accetti di rimettersi in discussione, di ripensarsi in profondità, di riformularsi pastoralmente come comunità in uscita. E l'Azione Cattolica allora sceglie con convinzione la parrocchia, sceglie di stare in parrocchia, non di andarse altrove o di costruirsi un altrove rispetto alla parrocchia. Sceglie di stare in parrocchia, ma non in maniera inerme, non in maniera innoqua: sceglie di stare in parrocchia come forza, come spinta in uscita, come profezia di una comunità cristiana in uscita sul cammino dell'evangelizzazione, sul cammino dell'annuncio. In questo modo l'Azione Cattolica sceglie la parrocchia, continua convintamente a scegliere la parrocchia come luogo efficace, efficiente di comunione e di evangelizzazione. E su questo aspetto vorrei ancora spuntare una freccia, e dire che la figura tipica del nuovo evangelizzatore, dell'evangelizzatore in questa nostra stagione, la figura tipica è il laico. Non dico la figura esclusiva, perché abbiamo detto che riguarda tutta la Chiesa. Se la prima evangelizzazione dell'Europa pagana  ha avuto come figura tipica il monaco; se l'evangelizzazione del nuovo mondo, delle grandi scoperte della fine del quindicesimo e del sedicesimo secolo hanno avuto come figura evangelizzatrice tipica il religioso, la nuova evangelizzazione di un'Europa post-cristiana è il laico. Voi siete la figura tipica dei nuovi evangelizzatori. Perché? Perché il primo annuncio oggi accade nel rapporto personale, tra persone, tra vite. Non è più il rapporto da persona  a folla, da persona a massa, ma è il rapporto da persona a persona, è la relazione che si intesse nella famiglia, che si intesse nel giro dell'amicalità, che si intesse nel giro della professione, della vicinanza, del tempo libero. E' questo il nuovo stile, il nuovo modo di evangelizzare, è quel casa per casa, persona per persona. non è più il singolo, magari carismatico, che evangelizza un popolo, che evangelizza una folla. E' l'incontro personale. Ed ancora: il luogo dell'evangelizzazione, proprio perché è una relazione personale è un luogo feriale, è la vita di tutti i giorni, è la vita normale, è la strada, è il crocicchio, è il bar, è il posto di lavoro. E' questo il luogo dell'evangelizzazione, è questo dove tu incontri il lontano, è questo dove intersechi la periferia, è questo dove la parola di Gesù intreccia le parole degli uomini, intreccia la vita degli uomini. E' il laico l'evangelizzatore tipico di questa evangelizzazione perché lui come gli altri, come tutti gli altri, come quelli che vuole evangelizzare, è un esposto, senza protezione, senza rete di protezione, come tutti, alle sfide, alle problematiche, ai rischi del tempo. E' uno come te che, accanto a te, ti parla di lui, ti propone lui.

Ed è uno che è capace di farti vedere come il Vangelo promuove la vita, come il Vangelo rende bella la vita, come il Vangelo dà sapore, dà speranza, dà respiro anche a quelle vicende di vita che sembrerebbero soltanto vita spenta, vita umiliata. L'inabissamento della vita. E' capace di far vedere dentro una vita come la tua, accanto a quella vita che tu sei, come il credere diventa un di più di umanità che caratterizza il cristiano e che è un dono per l'uomo, un dono per la persona.

Vorrei aggiungere, e concludo, che è necessario prima di intraprendere il cammino della missione, il cammino dell'evangelizzazione, in cui l'Azione Cattolica veramente credo che debba portar la bandiera, debba aprire la strada, è importante che i suoi laici che l'Azione Cattolica sia veramente immersa nel mondo, sia veramente immersa nel lavoro, nelle relazioni, nella famiglia, nella politica, nell'educazione, nella società. Immersi nel mondo, immersi nella vita, ma senza esserne sommersi. Scriveva Bachelet: saldamente cristiani e vigorosamente uomini. Guardate, sono due programmi che ne fanno uno solo, e quei due programmi che ne fanno uno solo si chiama Azione Cattolica. Saldamente cristiani e vigorosamente uomini. Uomini e donne per il nostro tempo, per poter essere ponte: è l'immagine di Paolo VI, tra la Chiesa e il mondo, tra il Vangelo e la storia. E un ponte porta sempre due spinte, un ponte ha bisogno di inarcarsi per non cedere, per non frantumarsi: ma questo è il compito dell'Azione Cattolica. E questo è il ruolo tipico dell'Azione Cattolica. L'evangelizzazione nasce non dal disprezzo ma dalla simpatia, dalla presenza, dalla condivisione, dall'essere accanto, dall'ascoltare e dall'incontrare e dall'accompagnare. Allora, in questo senso, direi che la stessa Azione Cattolica, come associazione, è di per sé evangelizzante perché (e l'espressione è di papa Francesco nell'Evangelii gaudium) in un tempo di individualismo triste, porre il segno di un gruppo di persone che stanno fraternamente e gioiosamente insieme, attraversando e percorrendo le strade di tutti e bagnandosi come tutti gli altri quando piove, è un segno nuovo, è un annnuncio di novità, è un germoglio di primavera nel cuore dell'inverno. Di qui l'impegno a vivere bene l'associazione, ed il coraggio di proporla, il coraggio di offrirla, il coraggio di chiederla, il coraggio di difenderla quando occorre, il coraggio di diffonderla. Perché l'Azione Cattolica è di per sè, ripeto, evangelizzante in una stagione di individualismo triste.

Allora credo che l'Azione Cattolica possa in questo senso (e rubo ancora una volta la parola al Papa) prendere l'iniziativa sul cammino dell'uscita, sul cammino dell'annuncio, superando prima di tutto le mediocrità che si porta dentro, le divisioni che si porta dentro, le abitudini stanche che si porta dentro, scuotendosi dal torpore spirituale che tante volte ci fa sonnacchiare anzichè vivere. E non dimenticare che è possibile, anzi, che è necessario uscire, e uscire noi per primi, perchè si ha la sicurezza di una casa, si ha la sicurezza di una casa alle spalle che è l'associazione, che è la Chiesa. Si ha la sicurezza di un'appartenenza che ci arricchisce, che ci genera significato e gioia dentro. E perciò noi per primi, che abbiamo casa, questa casa possiamo aprirla e offrirla a chi non l'ha.

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