La strada buona. Scenari, sfide, scelte per una Chiesa in uscita

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Campo Nazionale ACR

Castellammare di Stabia, 6 agosto 2014

+ Mansueto Bianchi

Parlare della Chiesa in uscita vuol dire sostanzialmente percorrere e ridurre a sintesi l'esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium, che per altro non è anche una cartolina: comincia ad essere quasi un libro. Ed è quello che cercherò di fare stamattina lasciandomi guidare dal Papa stesso, e precisamente da quei tre i verbi che lui ci ha regalato nell'udienza del 3 maggio, e che sono diventati poi come il filo conduttore anche degli orientamenti del triennio dell'Azione Cattolica. Vale a dire: rimanere, uscire e gioire. Penso che attraverso uno scavo, per così dire, dentro questi tre verbi sia possibile tracciare quelle che sono, come dice il titolo di stamane, gli scenari, le sfide, e le scelte per una Chiesa, appunto, che voglia essere Chiesa in uscita. Allora lasciarci condurre da questi tre verbi, quasi usarli come codice per riconoscere, comprendere, percorrere l'affidamento che nei l’Evangelii gaudium rappresenta per le nostre chiese e rappresenta per la nostra associazione.

Comincerei subito col primo verbo due punti il verbo, il verbo rimanere. Nell’esperienza di ciascuno di noi c'è una abitazione del corpo, ed è quella in cui fisicamente noi stiamo, il domicilio per così dire, e c'è un abitazione del cuore. Per cui possiamo dire che una persona abita dove ama, dimora dove ha il cuore; tu sei casa per colui che ti ama, e tu abiti in colui che ti ama, in colui che tu ami. Credo che questa esperienza, che è un’esperienza di ciascuno di noi, ci aiuti molto accogliere le implicanze di questo verbo che il Papa ripetutamente usa e che ci ha consegnato nell'incontro. Rimanere è l'ancoraggio della vita; rimanere è la pietra angolare su cui si edifica l'edificio dell'esistenza, il progetto del vivere. Ed è perciò quella che dà solidità, affidamento, sicurezza alla casa che tu costruisci. Rimanere, ripeto, è l'ancoraggio, è la gravitazione del cuore e della vita. Ma questo rimanere come prossimità alla persona che ami è anche l'esperienza fontale, è l'incontro sorgivo che ti dà una faccia, che ti dà un volto, che ti identifica, ti fa riconoscere a te stesso, da significato ai giorni che tu vivi, alle cose che tu fai, ti fa capire in poche parole quale è lo scopo della tua vita, qual è il contenuto della tua esistenza. L'incontro con il Signore, la persona del Signore, è il rimanere del cristiano, è la casa, è la sorgività di tutta la vicenda, è la stabilità, la pietra angolare di tutto il progetto. Allora nell'esperienza dell'incontro con Gesù, nell'esperienza dell'amicizia, dell’amore, del legame, dell'essere uno con Gesù, bisogna che noi rimaniamo se non vogliamo essere foglie secche portate via dal primo vento che soffia. Rimanere nell'esperienza dell'incontro con il Signore, di quell'incontro che ti ha cambiato il cuore, di quell'incontro che ti ha rivelato e ti ha consegnato un altro modo di essere vivo, altri contenuti di vita. Bisogna che l'esperienza di questo rimanere si stabilizzi dentro di noi, che divenga la fonte inesausta che non si secca della qualità del nostro agire, del significato e del valore di quello che andiamo dicendo, che andiamo facendo, di quel che siamo. Allora io vi chiederei, proprio perché l'esperienza di questo incontro, del vostro incontro con il Signore sia un'esperienza che rimane, non un punto della vita, ma un filo rosso che attraversa la vita e intorno al quale si interesse la tela della vita, vi chiederei di ritornare all'esperienza di questo incontro, vi chiederei di ritornarci con costanza perché questo è il modo per rimanere nell'incontro, è un modo per abitare con il cuore nella persona che tu ami, ed è un modo attraverso il quale la persona che senza misura ti ama, il Signore, trova casa dentro di te, abita dentro di te. Non dunque un “mordi e fuggi” nell'esperienza dell'incontro con Gesù, non dunque un contatto, una scintilla di un momento, ma un fuoco che nasce, che alimenta e riscalda la vita. Rimanere nelle esperienze dell'incontro con lui. E guardate, questo non lo dico io, non lo dice il Papa (e sarebbe già molto): questo lo dice Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni ai suoi discepoli, non in un giorno in cui erano andati a far merenda insieme, ma nell'ultima sera. Nella sera suprema, che sarà anche la sera del distacco, Gesù disse ai suoi discepoli: “Rimanete in me”. Andatevi a leggere la similitudine del tralcio e della vite (Giovanni 15), e ritroverete, in maniera quasi ossessiva, soprattutto quando Gesù commenta la similitudine, il ritornare del verbo “rimanere”. Ed è questo, che vorrei tradurre così: che il tuo cuore trovi casa del Signore, e che il Signore trovi casa nel tuo cuore. Questo rimanere diventa la fonte, il nucleo che esplodendosi, dilatandosi, genera l’uscire. Questo rimanere è la forza, la causa, l’alimento della missione, dell’uscire. Nel concetto biblico, nel concetto evangelico, l’uscire, la missione è il centro che si dilata, è il centro che raggiunge la lontananza e la distanza, è il centro che raggiunge la periferia. Questa è la missione. Senza questo rimanere la missione diventa un progressivo dilapidare, smarrire il centro. Senza questo rimanere la missione diventa una sociologia. Papa Francesco direbbe una ONG. Un altro elemento vorrei aggiungere, ed è che il frutto di questo rimanere nel Signore, cioè di questo entrare, di questo vivere nel suo essere figlio del padre, il frutto di questo siamo noi, il frutto di questo rimanere di Gesù nel Figlio è la Chiesa, è la fraternità. Il frutto di questo rimanere è l'Azione Cattolica, è l'associazione. Ed ancora, il frutto di questo rimanere in lui e l’uscire, è il cammino di evangelizzazione, è la Chiesa in missione, è quello che un tempo si chiamava l'apostolato. Questo significa che il rimanere è il cuore e la forza di ogni uscire. Detto in altri termini, l'esperienza dell'essere figli è la forza del diventare fratelli, soprattutto quando diventare fratelli è una strada in salita. L'esperienza del rimanere discepoli, come Maria di Betania seduta ai piedi di Gesù, che lo ascoltava mentre parlava, l'esperienza è come Maria di Nazareth, che custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore; l'esperienza di questo essere discepoli, rimanere discepoli, è il cuore e la forza di ogni apostolo, di ogni apostolato, di ogni cammino di evangelizzazione. Dentro ogni apostolo il cuore è quello del discepolo, i piedi sono dell’apostolo; le mani e la bocca sono dell'apostolo, ma il cuore sono del discepolo, perché se si allenta, se si intiepidisce il cuore del discepolo che rimane ai piedi di Gesù nell'ascolto della sua parola, si indebolisce il passo, si infiacchisce la mano, si affievolisce la voce dell'apostolo. E questo mi pare enormemente importante, perché è affidamento, è consegna del Vangelo. Se voi andate a prendere il Vangelo di Marco al capitolo 3, dove si parla della chiamata dei dodici, Marco usa delle espressioni che anche nella lingua greca sono particolarmente dure, anche stilisticamente, grammaticalmente. Marco scrive: καὶ ἐποίησεν τοὺς δώδεκα, che noi produciamo bellamente “e costituì i dodici”. Ma il testo dice: “e fece i dodici”. E aggiunge il perché li fece: quell’ἐποίησεν è un riferimento all'atto creativo di Dio, non è una storiella qualsiasi, perché dietro un termine c'è una risonanza, c'è una allusione, spesso i termini sono una strizzatina d'occhio che alludono ad altro. Ma poi dice il perché li fece: ἵνα ὦσιν μετ’ αὐτοῦ, “affinché fossero con lui”. Prima di tutto il discepolo, prima di tutto è un rimanere. Non si dice “e fece i 12 per mandarli”, no, ma affinché fossero con lui, stessero con lui. Prima di tutto il rimanere, l'essere un discepolo, lo stare con Gesù, il rimanere con Gesù. καὶ ἵνα ἀποστέλλῃ αὐτοὺς κηρύσσειν: e per mandarli a predicare, traduciamo noi, anche se qui si fa riferimento al kerigma, quindi “per inviarli ad annunciare”. Ma vedete, dopo il rimanere c’è l’andare; prima c'è il rimanere con lui, e poi c’è l’uscire per l'annuncio.  Ecco perché vi dicevo che il rimanere è il fondamento, è il contenuto, è la forza animatrice di ogni uscire. È anche la possibilità di superare le stanchezza, le delusioni, i logoramenti che ogni cammino in uscita inevitabilmente porta con sé. Questo rimanere con Gesù, questo abitare nella persona di Gesù e permettere a Gesù di abitare, di avere casa dentro di noi, questo reciproco rimanere di noi in lui e di lui in noi (andate a ripercorrere le formule di reciprocità nel Vangelo di Giovanni, “io in voi e voi me”, “io nel Padre e il Padre”), questo rimanere ci permette di essere noi per primi continuamente evangelizzati, di essere noi per primi continuamente raggiunti dalla forza, dalla misericordia, dalla capacità fermentatrice del Vangelo (il lievito nella pasta, ve lo ricordate?), e quindi ci permette di essere noi, continuamente, fedelmente, evangelizzati del Signore e per questo di poter essere un Vangelo efficacemente proposto a coloro verso i quali siamo in uscita.

Il secondo verbo: uscire. L’uso comune del verbo “uscire”, di “Chiesa è uscita”, istintivamente ha per noi come soggetto la Chiesa. Siamo noi in uscita. No, non è vero. Perché la Chiesa questo verbo, uscire, lo impara, non lo crea il verbo, non lo usa il verbo; lei, per prima, lo impara. Il primo a uscire è il Signore. Non ci scordiamo mai che il Dio cristiano, il Dio Trinità è in estasi di fronte alla sua creatura (e qui cito il teologo Bruno Forte). Anche qui noi pensiamo che l'estasi sia quella dell'uomo davanti a Dio, e non è vero: la prima estasi è quella di Dio davanti all'uomo, è quella di Dio che va in estasi, che è in estasi di fronte alla sua creatura. Ma che cosa vuol dire estasi? Extatis vuol dire alzarsi, muoversi, da una stasi, da una quiescenza, da una situazione immota e mettersi in movimento verso colui che con la sua presenza, con l'amore che provi verso di lui, ti trae a sè, ti mette in movimento verso di sé. Allora il primo a uscire è il Dio cristiano, è la Trinità che nel Figlio esce verso la creazione. È la Trinità che nel Figlio esce verso la creatura, verso la creatura, verso l'uomo, ma verso una creatura, un uomo che, scusatemi, fa schifo, non ha titoli, non ha bellezza, non ha motivo per chiamare l'amore, per essere amato. È Dio che si fa pellegrino verso una creatura che è collocata nello spazio della distanza, della lontananza, della negazione, che ha le spalle voltate. E Dio, per così dire, va in estasi di fronte alle nostre spalle, perché noi abbiamo rivolto il volto da lui, noi abbiamo distolto il volto da lui e lo abbiamo rivolto verso noi stessi, ci siamo ripiegati nella posizione buddista della contemplazione dell'ombelico. Abbiamo avviato questo movimento circolare: andiamo in estasi di fronte a noi stessi, usciamo per rimanere in quel che siamo. Dio si fa pellegrino, Dio si mette in movimento, esce da se stesso. La Trinità esce dall’esperienza di un infinità, eterna felicità per diventare passione, per diventare dolore senza misura, così come amore senza misura di fronte ad una creatura che è asserragliata nello spazio del rifiuto, della solitudine, dell'egoismo, e quindi ha fatto crescere dentro di sé i semi e la pianta amara, velenosa della disperazione, che germina dal terreno della solitudine. Ecco chi è il primo a uscire: in uscita è il Dio cristiano, in uscita è il Dio Trinità. E ogni volta che tu celebri l’Eucarestia, ogni volta che tu spezza il pane, ogni volta che tu fai memoria della croce di Gesù tu racconti questo Dio che esce incontro a te, racconti di questo Dio pellegrino sulla strada della tua vita, della tua storia, per arrivare a bussare alla tua porta come termine del suo anelito, del suo desiderio, racconti di questo continuo, interminabile Emmaus, che è la storia umana, che è la vicenda di ciascuno di noi. Incamminati verso i nostri tramonti ci lasciamo alle spalle l'esperienza della resurrezione, l'esperienza di Gerusalemme, e percorriamo lo spazio della distanza, della lontananza, camminiamo incontro la sera, andiamo verso Emmaus! E la resurrezione che fa? La resurrezione non rimane a Gerusalemme. La resurrezione si mette sulla strada e ti raggiunge nella tua sera, ti raggiunge nel tuo tramonto, mentre la notte che avanza tenta di inghiottirti, la resurrezione ti raggiunge sul tuo cammino di morte. Camminavano tristi. Il pellegrino di Emmaus. Ecco l’uscita. Ecco l'uscita di Dio, che è quotidiana nella nostra vita. Noi ieri abbiamo celebrato l’eucarestia, noi tra poco celebreremo l'Eucarestia: ma di quale uscita andiamo parlando? di quale Chiesa in uscita andiamo parlando? Chiesa in uscita perché Dio la prende per le orecchie e ce la porta, nonostante punti i piedi. E saremmo noi quelli che coniano il verbo e creano il movimento dell’uscire? Saremmo noi? Povera uscita! Ecco perché il rimanere è il cuore di ogni uscire, perché rimanere vuol dire collocarsi, aver casa nel cuore di Dio e da lì imparare da un Dio che esce, da lì conoscere il volto di un Dio che raggiunge la lontananza, il limite, la distanza, che percorre la geografia di ogni negazione, la geografia di ogni disperazione perché nessun uomo posta più sentirsi solo e non amato. Da lì impariamo l'uscita, e a quella scuola dobbiamo rimanere. Ecco perché vi dicevo che il cuore di ogni apostolo è il discepolo. In quella scuola, in quell’imparare dobbiamo rimanere, se no diventiamo apostoli di noi stessi.

Venendo a cose più prosaiche, penso che a seguito di quello che dicevamo, di questa Chiesa in uscita, che raccoglie il movimento di Dio e lo prolunga nel tempo, con i suoi poveri passi, un po' sbandati, un po’ zoppicanti, arranca sulla strada dell’uscita, io credo che questa visione di una Chiesa che impara da Dio ad uscire verso la distanza, verso la lontananza, impara da Dio a uscire verso gli spazi, gli atteggiamenti del rifiuto, del rinnegamento, dello snobbamento, credo che questa Chiesa abbia bisogno di un ripensamento della propria pastorale, intendendo per pastorale il proprio modo di ragionare, il proprio modo di agire, e i criteri con cui fa verifica, con cui valuta le proprie vicende, le proprie esperienze, la presenza o assenza di risultati che ha avuto. Perché dobbiamo ripensare la nostra pastorale ordinaria? Perché una certa cattiva educazione degli ultimi decenni ci ha insegnato che ad ogni problema si risponde con una iniziativa: c'è un problema? Allora noi facciamo una iniziativa, facciamo un gruppo specializzato per quello, facciamo il personale specialistico per quel settore, per quel problema. Allora Chiesa missionaria? Facciamo allora tre giorni sulla missione, facciamo i laici specialisti del cammino della missione. No! Allora, Chiesa in immissione? Rifacciamo la Chiesa! Ripensiamo la Chiesa: io la scrivo con la c minuscola questa Chiesa qui perché non parlo di quella che sgorga dal cuore della Trinità, ma di quella Chiesa che cerchiamo di arrabattarci noi, parlo della pastorale, parlo delle scelte concrete con cui tentiamo di tradurre le grandi cose. Ripensare allora la pastorale normale, la pastorale ordinaria in chiave d'uscita, cioè in chiave missionaria, in chiave di evangelizzazione. E il Papa parla di una conversione pastorale difatti, che è anche un cambiamento della pastorale, ma è prima di tutto un cambiamento della mentalità, un cambiamento degli atteggiamenti e delle categorie mentali. Che vuol dire ripensare la nostra pastorale ordinaria? Che noi lo vogliamo o no, le nostre chiese, intendo diocesi, parrocchie, associazioni, sono nate, e sono tutt’oggi fondamentalmente pensate per rispondere ad una richiesta, per rispondere ad una domanda. La richiesta è la domanda della formazione; la richiesta è la domanda dei sacramenti; la richiesta è la domanda delle celebrazioni; la richiesta è la domanda delle espressioni della religiosità popolare. La nostra pastorale è una pastorale attrezzata per rispondere alla domanda. Diventare Chiesa in uscita vuol dire questo: attrezzare la nostra pastorale per suscitare quella domanda che sta morendo e che altrimenti le persone non ti rivolgerebbero più non riuscendo più a cogliere dentro di se l'istanza, il bisogno, l'attesa di quella risposta che tu sei attrezzato a dare. Se noi non facciamo questo passaggio, non percorriamo questa distanza, noi rimaniamo un movimento di nicchia che tristemente muore di se stesso, o gioisce di se stesso, a seconda del temperamento e della giornata, perché ha una serie di risposte in dotazione ma non le può dare a nessuno perché nessuno gli fa la domanda, e quindi si fa la domanda, si dà la risposta e si auto perpetua in quel modo lì. Ma la Chiesa è uscita vuol dire una pastorale attrezzata a suscitare la domanda, a promuovere l'inquietudine della ricerca, a condurre le persone, a leggere se stesse, a vedere se stesse, non soltanto sulla superficie, non soltanto sull'erba verde del praticello, ma leggere se stesse dalla parte delle radici, dalla loro profondità, cercando di scalfire quello che sta sotto la crosta dell'apparenza, del “tutti la pensano così”, del “tutti fanno così”. Aiutare le persone a liberare la domanda che c'è dentro di noi. Questa è la Chiesa in uscita, questa è un’azione cattolica in uscita. Quindi la preoccupazione del liberare, del suscitare la domanda. Qui sorge subito, ed è un obiezione che il Papa affronta nella Evangelii gaudium, il discorso di chi dice: ma in questo modo noi si disperde un patrimonio, noi abbiamo una tradizione da continuare, una tradizione di cui vivere, noi abbiamo una tradizione di fedeltà che ci deve caratterizzare. Allora bisogna aver chiaro nella testa un concetto: la fedeltà non è conservazione, la fedeltà è conversione. È chiaro in tutti questo concetto? Perché paradossalmente, ma non troppo, si può essere feroci conservatori e terribili traditori, proprio in forza di ciò che si conserva. Mentre la conversione è ritornare (ecco qua la fedeltà) a colui che ti manda e andare a coloro a cui sei mandato. Quindi non è fissarti sulla cosa che hai sempre fatto e continuare a farla perché l'hai sempre fatta. Questa non è fedeltà, questa è conservazione. La fedeltà, che è conversione, vuol dire: torna a guardare il perché l'hai fatta quella cosa lì, cioè torna a guardare colui a motivo del quale l'hai fatta, e vai a vedere coloro per i quali la fai. Allora trovi la dimensione della fedeltà, e ti accorgerai che la fedeltà non è conservazione. Paradossalmente, se tu non cambi tradisci; se tu (e questo non vale per il matrimonio!) non cambi tradisci.

Un'altra cosa vorrei dire, ma su questo non fatemi domande perché non so rispondere. Di questa Chiesa in uscita, (non solo questa Chiesa in uscita la impara ad esserlo dal Signore), prima di tutto ha parlato Gesù nel Vangelo, se voi andate a vedere nei sinottici, Marco e Luca e Matteo, l' invio in missione dei dodici. C'è una cosa che colpisce: se voi prendete Matteo 10, Marco 6 e Luca 9, voi troverete una costante, con qualche leggera variazione, ma è massicciamente costante: per uscire, per andare in missione, bisogna essere leggeri. Io traduco: non prendete con voi due tuniche, non prendete con voi la bisaccia, non prendete con voi il denaro. Io dico sempre però di stare attenti, perché il testo usa un termine in cui il denaro non sono i fogli da cento, ma sono i centesimini di euro, quelli che si mettono nella cintura. Quindi c'è una specie di idiosincrasia, di insopportabilità del Signore nei confronti del denaro: vuole che i suoi missionari non abbiano neanche un centesimo di euro addosso, neanche nascosto nella cintura. Allora che cosa si può prendere per il cammino della Chiesa in uscita secondo Gesù? Ci sono due cose che si possono prendere, che si devono prendere, perché il verbo è preso è usato all’imperativo. Primo i sandali, secondo il bastone. Perché? Primo: i sandali. Perché la strada è pietrosa, è irta di sassi che ti tagliano i piedi. Secondo: il bastone perché la strada è in salita, è faticosa. E questo dice già due qualità del cammino in uscita, del cammino della missione. I calzari perché la pietra ti taglierà i piedi, il bastone perché sarai segnato dalla fatica. Però il concetto di fondo è questo: una Chiesa in uscita deve essere una Chiesa leggera. E allora qui bisogna chiederci: io non so se qualcuno di voi quando esce per fare una gita in montagna o andare a fare una ferrata, una arrampicata, si porta nello zaino il frigorifero, il computer, la tv, o quant'altro. Suppongo di no, immagino di no, quindi una Chiesa in uscita bisogna che sia una Chiesa leggera, istituzionalmente leggera, strutturalmente leggera, contenutisticamente essenziale. E qui vi rimanderei a leggere tutte quelle pericolosissime pagine che il Papa scrive, e che fanno venire la febbre a certi studiosi di teologia morale e a certi teologi, che il Papa scrive quando dice che il Vangelo viene prima della morale, perché ha delle implicazioni che fanno venire la febbre. Questo essere leggeri credo riguardi anche l'azione cattolica. Una Azione cattolica che si pensa come associazione in uscita, riceve dal Signore lo stesso appello: prendi i calzari e il bastone, il resto non serve. Allora se questo ripensarsi, se questa conversione pastorale per una pastorale in uscita chiede di essere un alleggerimento anche del proprio modo di porsi, di proporsi, almeno nei confronti delle persone e nelle fasi dell’annuncio, su questo si deve interrogare anche l'Azione cattolica. Però io vi dico e vi ripeto, non mi fate domande dopo su questo, su che cos'è che bisogna lasciare, io non lo so. Penso soltanto che il Signore ci aiuterà a capirlo: che emergerà, nella coscienza, fiorirà nella coscienza del popolo di Dio, attraverso la preghiera, attraverso la parola, attraverso il confronto reciproco, e potrà diventare coscienza comune della Chiesa. Ecco il metodo che il Papa indica quando parla del sensus fidei del popolo cristiano.

Una Chiesa in uscita (io qui cito sempre il Papa) è una Chiesa tipicizzata dalla misericordia. È una Chiesa che ha la faccia della misericordia, il volto della misericordia. E sapete che cos'è la misericordia? È l'amore che ama ciò che non è amabile, e amando ciò che fa schifo lo rende amabile. Questa è la misericordia. Quando noi parliamo della misericordia di Dio per noi diciamo questo: il Signore mi ama perché faccio schifo, e amandomi, che faccio schifo, mi rende bellino. Che pensate che intendesse San Paolo quando scriveva che noi siamo giustificati per grazia? Che quando noi eravamo ancora nei nostri peccati Cristo è morto per noi? Diceva questo! Che noi siamo diventati in lui giustizia di Dio?! Diceva questo! Non per le nostre opere, ma per la sua misericordia, per la sua croce. Allora questa è la faccia della Chiesa. Allora se la Chiesa vuole avere Chiesa non può avere una faccia diversa dal suo Signore. È come un bimbo, è come una bimba, come quando vengono le comari del vicinato e tutte dicono “È tutta la mamma, è tutta il babbo”. Quando uno guarda la faccia della Chiesa dice “Guarda, è Gesù Cristo, è il Vangelo!”.

La Chiesa, dice il Papa, deve essere un ospedale da campo, una Chiesa in uscita è un ospedale da campo. Vale a dire: è caratterizzata dal gesto della misericordia e della sollecitudine per le miserie umane, non per il merito della gente, ma per i bisogni della gente. Dinanzi a Dio fa titolo di amore no il tuo merito, ma il tuo bisogno, la tua necessità. Tu sei tanto più amato quanto più hai bisogno di esserlo, è quanto meno meriti di esserlo. Allora, anche qui, una Chiesa che ha il volto della misericordia è una di quelle affermazioni che se si gratta un pochino fan venire la febbre perché, che vuol dire? Allora vuol dire che la Chiesa non giudica più? Allora vuol dire che non ci sono dei no da pronunciare? Allora vuol dire che non c'è più la verità da difendere? vuol dire che non c'è più una verità a cui rifarsi, da proporre? attorno alla quale costruire la vita, il cammino delle persone. Una Chiesa di misericordia, una Chiesa ospedale da campo vuol dire una cosa che per un cristiano dovrebbe essere elementare. Vuol dire che nel cristianesimo non esiste la verità come assetto dei contenuti concettuali e che riguarda l'intelligenza, e l'amore come contenuti o aspetti che riguardano il cuore, la volontà, il modo con cui fare le cose. Non ci sono delle cose da fare, delle cose da dire, la verità, e poi un modo di farle di dirle, che poi è l'amore. Nel cristianesimo, la verità del cristianesimo è l'amore. Quando ti dicono, quando io ti chiedessi “ma Dio chi è?”. Tu che mi rispondi? Quale è la verità di Dio? Quale è l'essere di Dio? L'identità di Dio? Come si manifesta Dio nel suo agire? Sono domande che se l'è già fatte San Giovanni, perché gliele faceva la sua comunità. Nella Prima Lettera, se voi andate a sfogliarla, trovate la risposta θεὸς ἀγάπη ἐστίν, Dio è amore. Questa è la verità, non c'è una verità da insegnare e praticare con amore. C'è una verità, che è l'amore. Per cui la misericordia e il giudizio sono l’uno intrinseco all'altro, sono fatti l'uno dell'altro. Il giudizio è di misericordia, e la misericordia è un giudizio sulla persona, perché è offrirle, è donarle un metro per misurarsi, un alfabeto per sillabarsi, delle coordinate cartesiane in cui collocarsi. E poi c'è un altro motivo di questa misericordia. Questo è il motivo teologico, ma c'è un altro motivo, che chiamerei un motivo antropologico. Ogni persona è di più, rispetto a quello che fa, rispetto a quello che dice, rispetto a quello che dice, rispetto agli errori che commette, rispetto al male che fa, e rispetto anche al bene che fa. C'è una trascendenza, c'è un'ulteriorità, c'è una grandezza nella persona che supera quello che storicamente una persona riesce ad esprimere di sé. Allora incontrare la persona facendo credito a questa sua grandezza, investendo su questo giardino interiore che c'è dentro, al centro di ogni deserto, questo è il motivo antropologico della misericordia. Cioè il sapere che nella profondità di tutta la tua devastazione fiorisce un giardino, sboccia un fiore, e io investo su quel fiore, io investo su quel giardino. Perché per quanto male tu abbia fatto, tu sei di più del male che hai fatto.

Per uscire occorre un altro elemento: un forte ancoraggio ecclesiale. Perché l'uscita non è l'avventura di un cavallo pazzo nella prateria, e non è neppure una forma maniacale che coglie qualcuno. L'uscita è dimensione della Chiesa, l'essere Chiesa in uscita non vuol dire aggiungere qualcosa a ciò che la Chiesa è o fa, ma vuol dire focalizzare una delle sue dimensioni essenziali, chiedere alla Chiesa di diventare ciò che è, di fare ciò che essa è. Allora un forte ancoraggio ecclesiale, perché il cammino missionario è della comunità cristiana. Il cammino missionario è dell'Azione Cattolica, il cammino missionario è di una diocesi, di un vescovo, di un presbiterio, di una Chiesa di laici. Possono esistere figure tipiche di evangelizzatori, ma possono esistere come esponenza ecclesiale, non come mana personale. L'Azione Cattolica, e lo abbiamo scritto con chiarezza, fa la scelta della parrocchia, come spazio di incontro, di relazione con le periferie umane presenti sul territorio. Fa la scelta della parrocchia non perché rimanga così com'è, così come l’ha scelta, ma perché diventi quella parrocchia in uscita che è chiamata a diventare. Quindi fa la scelta della parrocchia, ma si pone nella parrocchia come voce profetica, come risorsa profetica, come forza propulsiva, centrifuga, che cerca di spingere la parrocchia, che cerca di convincerla ad aprire la porta. E ci diceva il papa di aprire la porta perché il Signore possa uscire: è bella questa, ma fa ridere e piangere insieme. Aprite le porte perché state imprigionando Gesù Cristo, c'è un sequestro di persona che noi stiamo facendo, state sequestrando il Vangelo. E magari incamminiamoci dietro a lui che esce! Questo sì! Ma, e qui aggiungo una cosa sulla pelle di voi laici, per essere nella parrocchia forze profetiche per l'uscita, bisogna che prima di tutto voi laici ci siate stati in quelle riferite in cui volete portare la Chiesa, in cui periferie in cui volete condurre la battaglia. Che quelle periferie di siano note, vi siano conosciute e care al cuore. Non è che qui noi inventiamo qualcosa di nuovo: è la strategia che Gesù stesso, o che Dio stesso, nella storia della salvezza usa. Certo, Dio chiama Mosè a guidare il cammino del popolo nel deserto fino al monte Oreb, ma prima, quando lui è giovane lo fa fuggire dall’Egitto, lo fa andare ramingo nel deserto, lo fa abitare per diverse decine d'anni nelle steppe del deserto, e lo incontra sull’Oreb, laddove dovrà condurre poi il popolo. Prima ci va lui, prima lui conosce, ama, frequenta quelle periferie verso le quali dovrà guidare il suo popolo. Ricordate Giosuè? Quando si tratta di entrare nella terra promessa manda avanti gli esploratori a conoscere la città di Gerico, a vedere com'è la gente, a vedere che cosa produce la terra, a vedere come è strutturata la città, e dopo guiderà il popolo verso la città. Ricordate Gesù con i dodici. Prima val lui: va lui nella Fenicia, va lui nella Galilea, parte addirittura dalla Galilea, va lui nella Decapoli, va lui nella Transgiordania, ovvero tutte le zone pagane o semipagane attorno ad Israele, e dopo manda gli apostoli in missione. Ma prima lui va, e segna lui il cammino della missione. Ecco perché dicevo una Chiesa in uscita verso le periferie, una Chiesa in uscita verso le distanze può essere guidata dall'Azione Cattolica, una parrocchia deve essere guidata dall'Azione Cattolica, ma bisogna prima di tutto che voi laici quelle periferie umane e sociali, e culturali, economiche, quelle periferie umane le conosciate, le abbiate frequentate, ci siate stati, e le amiate. Allora potete diventare le guide della comunità cristiana, allora potete diventare la forza, la voce, la forza propellente e profetica della comunità cristiana.

Ancora una cosa vorrei aggiungere. Per essere evangelizzatori, per raccontare il Vangelo e portarlo nelle periferie, bisogna essere persone che sanno scaldare il cuore, bisogna che siate persone che scaldano il cuore. Non si può parlare di Gesù Cristo per professione, non si può parlare di Gesù Cristo per competenza, perché si è letto un libro. Si può parlare di Gesù Cristo perché t’ha rapito il cuore, si può parlare di Gesù Cristo perché tu sei innamorato cotto: allora ne puoi parlare; perché t’ha acceso, e allora parli all'altro di ciò che ti brucia dentro. E parlandone all'altro di ciò che ti brucia dentro, primo, parli in un modo caldo, secondo riscaldi e incendi l'altro.

Ancora un elemento che vorrei aggiungere. Si tratta di una cosa che ho avuto già modo di dire molte volte e forse anche a diversi di voi, ma ve la ridico stamane perché è pertinente a questa Azione cattolica in uscita, a questa figura del laico nella Chiesa in uscita. Nel cammino missionario di questo terzo millennio le figure più tipicamente missionarie saranno i laici. Se io vi chiedessi: l'Europa precristiana chi l’ha evangelizzata? La risposta sarebbe chiara: i monaci provenienti dall'Oriente, o scendendo dal Nord hanno evangelizzato l'Europa precristiana. Se vi chiedessi: il cuore dell'Africa, il nuovo mondo scoperto, e l'America, il Brasile, le Americhe, chi le ha evangelizzate? La risposta sarebbe semplice: i religiosi le hanno evangelizzate. I francescani, i domenicani, i gesuiti. E se io mi domando: e l'Europa, e l'Occidente post-cristiano, chi li evangelizzerà? I laici, siete voi le figure missionarie, caratteristiche di questa nuova evangelizzazione, di questa missionari età, di questa Chiesa in uscita nel terzo millennio. Perché voi, con la vostra vita, portate il Vangelo dentro la vita, senza aggettivi, senza specificazioni. Voi, fianco a fianco, che piova o che ci sia il sole, con la gente normale, portate nella normalità il lievito del Vangelo. Con la vostra vita: questa è l'evangelizzazione, che non è più una evangelizzazione di massa, ma è un evangelizzazione di relazione, di contatto personale. Non è più una vittoria culturale, non è più vincere culturale, ma è un convincere il cuore della gente. Questo è il cammino missionario del laico, nelle relazioni quotidiane, nelle vicende ordinarie, nella capillarità della vita. Vorrei anche aggiungere che per essere persone in uscita bisogna aver simpatia verso l'interlocutore. Il cammino missionario non è giusto, non va bene, non funziona se dentro di voi avete il complesso di inferiorità. Io uso sempre l'immagine del cane: un cristiano in uscita, una Chiesa in uscita, un cammino di immissione, di evangelizzazione, non può essere né il cane che scodinzola nè il cane che ringhia. Non potete cioè avere il complesso di inferiorità, di farvi accettare dicendo “sarò come tu mi vuoi”, e non potete neanche avere il complesso di superiorità, che diventa il ringhio, il complesso di superiorità, espresso e sottaciuto, dell'interlocutore, il senso di possedere una verità che lui non ha, di essere nella parte giusta dove lui non è, e quant'altro. Il cammino della missione è un cammino che richiede dentro di te (ma davvero, non semplicemente fuori, in quel che dici e in quel che fai) ma chiede che tu dentro di te tu abbia simpatia per l'interlocutore. Avere simpatia per l'interlocutore, che non vuol dire condividerlo fino in fondo, ma vuol dire certamente apprezzarlo, stimarlo, vedere le positività che ci sono nella sua persona. e investire soprattutto su quello. E portando ancora avanti questa strada, vuol dire essere gente del popolo, amare il popolo, provare simpatia verso questa dimensione popolare, riconoscersi in questo, starci volentieri dentro, cercare di non avere troppo amore per i piedistalli, e il meno possibile anche per le pedane. Istintivamente che ti piace tuffarti fra la gente, esserci dentro, ti senti pesce nel mare quando sei in mezzo alla gente.

L'ultimo verbo è gioire. È un tema molto delicato ma anche molto taciuto, molto sottaciuto e dimenticato, anche nel nostro modo di essere cristiani, anche nel nostro modo di fare Chiesa. Difficilmente i climi delle nostre parrocchie, delle nostre diocesi, dei nostri presbiteri, sono climi gioiosi. Io questo clima di gioia nell'Azione Cattolica c'è lo trovo. La dimensione della gioia è una dimensione dimenticata, è una dimensione sottaciuta, anche nel nostro cristianesimo, anche nel cristianesimo contemporaneo, nel modo di essere cristiani, delle nostre comunità. Eppure la gioia è costitutiva del Vangelo, perché se noi prendiamo anche etimologicamente la parola Vangelo, Evangelium, vuol dire un annuncio che dà gioia, un annuncio che genera gioia. E troppo facilmente questo rimane soltanto un annuncio, né c'è un annuncio che produce un effetto, la gioia. Quindi la gioia è costitutiva del cristiano, è tipica del cristiano. C'è un autore del Nuovo Testamento che su questo tema ci giovca la faccia, ci si spende, ci mette la pelle. È Luca: nel Vangelo e negli Atti. È l'evangelista della gioia. Se voi prendete il racconto della nascita di Gesù nel Vangelo di Luca, voi vi accorgete che cantano tutti. Cantano i pastori, cantano gli angeli, canta la Madonna nel Magnificat, canta il vecchio Simeone, canta Zaccaria con il Benedictus, cantano tutti. Comincia la vicenda cristiana con un canto, con l'allegria e felicità. Appena il Signore questa felicità è dei poveri, perché c'è anche chi non canta. Il Vangelo di Matteo è più attento a quelli che non cantano, tipo Erode e quegli altri, ma c'è anche chi non canta perché la gioia è dei poveri nell’annuncio di Luca. Il Vangelo di Luca spende tanto su questo aspetto: cioè il cristiano è connotato dalla gioia. Se voi prendete il libro degli Atti, per esempio, dove si parla della nascita della Chiesa, in parallelo con il libro del Vangelo, dove si parla della nascita di Gesù (gli Atti degli apostoli sono il volume secondo dell'opera di Luca) voi vi accorgete che Luca scrive questa frase: “I primi cristiani prendevano cibo insieme con letizia e semplicità”. Che vuol dire letizia? Vuol dire felicità, erano felici, la gioia. Questo vuol dire, è la connotazione del cristiano. La gioia del Vangelo, di cui si parla nel Vangelo, è un altra roba rispetto all'allegria, rispetto alla baldoria, rispetto allo sballo del sabato sera, rispetto al piacere. Che differenza c'è? La differenza è questa: che tutte queste robe hanno il loro motivo all'esterno, al di fuori. La gioia cristiana ha la sua casa nel cuore. E per questo non è distrutta anche quando fuori piove. E voi vedete per esempio la gioia dei perseguitati nel libro degli Atti. C'è un passaggio, sempre negli Atti di Luca, ,quando gli apostoli vengono arrestati e processati davanti al Sinedrio. Prima di essere mandati a casa vengono frustati, e poi vengono mandati via. E Luca commenta: “e se ne uscirono lieti di aver sofferto a causa del nome”. Ma qui ci sono due parole che non possono stare accanto: lieti e sofferto, lieti di aver sofferto. Il motivo della gioia cristiana, del gioire cristiano, è dentro, è nel rimanere, è in quella fedeltà all'incontro, è in quel fatto che lui ha casa in te e tu hai casa in lui, è l'esperienza dell’essere amato la gioia cristiana. È l'essere amato di un amore affidabile, che non ti tradisce, che non si sottrae, che non ti si sbriciola in mano, che non si volta dall’altra parte neanche quando tu hai fatto schifo, neppure quando tu lo ha tradito, un amore su cui puoi sempre contare, da cui puoi sempre ripartire perché lui c'è, c'è per te, e c'è come se fosse la prima volta. Allora questo è il motivo della gioia cristiana. Non è un motivo esterno. Per cui uno è processato, viene segnato al dito al dito nel disprezzo dell'opinione pubblica cittadina, lo frustano, esci ed è nella gioia, perché il motivo della gioia è che il cuore è la casa del Vangelo, il cuore è la casa del Signore. La gioia cristiana abita il cuore, la gioia cristiana ha nel contenuto del cuore il suo motivo.

Siamo figli, abitanti di una civiltà triste, di una cultura, di una società triste. E questo lo scrive il Papa: l'individualismo, il consumismo, la durezza, l’ottusità di cuore generano la tristezza. E sono caratteristiche queste del tempo nostro. Allora come terapia, come anestesia al problema, offrono l'allegria, lo sballo. Offrono le ragioni dell’io, il consumo; risposte che si rivolgono all'immediatezza dei sensi ma che lasciano scoperte ed inesaudite le ragioni del cuore. Ed allora che succede ad uno che ha un forte mal di pancia e tu invece di andare a risolvere e affrontare il problema gli fai l'anestesia, gli dai l’antidolorifico così per sei ore ride, canta e fischia, e poi sei ore dopo si ritrova con un dolore molto più forte e con un pericolo avanzato di lasciarci la pelle, di andare in peritonite. Ma queste sono le risposte: risposte cioè che non rispondono, che danno un calcio al problema, lo buttano più in là, con il rischio di ritrovarselo più grosso, più grande e ancora più irrisolvibile.

L’ultima cosa che vi volevo dire sul verbo gioire è che la gioia è in se stessa evangelizzante, la gioia è in se stessa un Vangelo proclamato, cantato, perché quando tu vedi la vita di una persona che avrebbe tutti i motivi per essere triste come te, e vedi che quella vita danza e canta, allora ti interessi al perché. Pensi: o quella non funziona, o c'è qualcosa di cui non mi sono ancora accorto. C'è un modo di essere vivi che non è quello che pensavo io! Quindi se la gioia di natura sua è costitutiva del Vangelo, è un annuncio che dà gioia, se la gioia è costitutiva del cristiano, la gioia di natura sua è missionaria, evangelizzatrice. Senza la gioia (questa è un'immagine che ho trovato nel cardinal Martini, che mi è piaciuta tantissimo) noi siamo evangelizzatori dimezzati. Allora quando una Chiesa è in uscita, quando una Chiesa si pone il problema del cammino verso le periferie, del cammino missionario, bisogna che stia attenta di non essere una Chiesa triste, perché sennò è meglio che stia a casa, è meglio che metta un altro paletto alla porta se deve uscire fuori per essere una Chiesa triste. Un evangelizzatore senza gioia è un evangelizzatore dimezzato: e il cardinal Martini lo dice con riferimento al brano di cui si parlava prima. I tuoi di Emmaus. Dice il cardinal Martini: che cosa fanno i due di Emmaus? Evangelizzano. Può sembrare strano, ma evangelizzano. A parte che evangelizzano Gesù Cristo e quindi sbagliano il destinatario, ma siccome lui aveva messo in piedi il gioco se lo tiene. Mentre camminavano tristi verso un villaggio distante da Gerusalemme, s'allontanavano della risurrezione, s'allontanavano dalla gioia, andavano incontro alla notte che avanzava, un viandante, un tale si avvicina e camminava con loro. E sentendo i discorsi che faceva dice: ma di che cosa state ragionando lungo la strada? Il tono della loro risposta sembrerebbe anche un po' della serie “ci sei soltanto tu di estraneo a Gerusalemme che non sai che cos'è successo? che cosa? come Gesù di Nazareth uomo accreditato da Dio con segni e prodigi è stato catturato, processato dai nostri, è stato ucciso … noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, ma ora … Che cosa fanno questi? Raccontano Gesù, raccontano il Vangelo. Il guaio è che raccontano Gesù a Gesù, il guaio grosso è che evangelizzano, però si fermano alla morte: noi speravamo! L’ultima parola è la parola del Golgota, è la parola della croce; manca l'altra metà, manca l'annuncio della resurrezione, manca l'annuncio della vittoria, manca lo sprigionarsi della gioia dall'abisso della tristezza. Perché lui è morto ed è risorto! Ha preso su di sè tutta la tragedia umana, tutti i motivi del pianto umano e li ha trasformati in canto, ha vinto i motivi del nostro pianto. Tutta questa seconda parte se la scordano, non la dicono, non l'hanno nel cuore. E tutta la seconda parte e lì accanto, e cammina con loro, e quando la seconda parte si rivela, perché prende il pane e lo spezza, allora si aprirono i loro occhi. Bisogna stare attenti a non essere evangelizzatori dimezzati, evangelizzatori tristi, che camminano a ritmo dell’aimè. Bisogna stare molto attenti a non essere così, perché i lagnoni, i piagnoni non hanno mai salvato nessuno; i piagnoni, quelli che aggiungono quantità di lacrime alle lacrime, non hanno mai asciugato le lacrime di nessuno. Noi siamo mandati ad asciugare le lacrime, come farà Dio nell'ultimo giorno “e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”. Noi siamo mandati ad asciugare le lacrime di un pianto che è già troppo pianto. Non dobbiamo aumentare il pianto: il mondo già piange troppo di suo. Dobbiamo seminare la gioia: la gioia è missionaria. Siamo gli evangelizzatori della vita, non gli evangelizzatori della morte.

L'ultima cosa che dico: non lasciamoci scoraggiare dalla fatica, dalla scarsità dei risultati. Non lasciamoci intristire dai fallimenti. Perché (uso un’immagine che mi è molto cara, ma credo sia anche molto esplicita e non abbia bisogno, per la vostra e mia felicità, di essere commentata) Dio con le nostre briciole sa fare il suo pane. E credo che questo sia un messaggio di speranza e un affidamento per noi.

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