Il presente e il futuro delle città: Verso un nuovo umanesimo?

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XXXV Convegno Bachelet | Roma, Domus Mariae, 6-7 febbraio 2015

Omelia alla celebrazione eucaristica

+ Mansueto Bianchi

Sorelle e fratelli e i miei, vorrei affidarmi stasera non soltanto alla parola del Vangelo, com’è ovvio e normale faccia un prete nell’omelia, ma anche allo stile dell’evangelista Marco, che procede nella sua narrazione in un modo molto asciutto, quasi nervoso, accostando pennellata a pennellata, colore a colore, senza toni di transizione, senza toni mediani che raccordino i vari passaggi del racconto. E così vorrei cogliere quattro di queste pennellate che abbiamo ascoltato stasera nella proclamazione del Vangelo, quattro di questi passaggi che hanno un evidente riferimento alla nostra vita, al tempo, ed anche al motivo che ci raccoglie stasera nella celebrazione di questa Eucaristia: il sacrificio di Vittorio Bachelet.

C’è un primo passo che vorrei cogliere: la serie di risposte che si assiepano, che si accalcano attorno alla figura di Gesù. Le risposte sono anche abbastanza diversificate fra loro: qualcuno dice Elia, qualcuno dice Giovanni il Battista, qualcun’altro dice uno dei profeti di un tempo. Ma tutte queste risposte, con cui si cerca di interpretare la novità di Dio, che è la persona di Gesù, hanno un comune denominatore: il ritorno al passato. Cercare di spiegare l’oggi di Dio, cercare di spiegare quella novità, quella inaudita novità, che Dio sta costruendo dentro la nostra vita, dentro la nostra storia facendo un’operazione di riduzione a ciò che è già è stato. È come se l’oggi che il Signore sta costruendo fosse una riedizione del passato; è trattare il vivente come qualcuno che già è stato; è trattare il vivente come un passato, come un morto; è spegnere il futuro, la prospettiva, per non correre il rischio di consegnarci al progetto di Dio, ma tentare invece di ricondurre quel progetto sotto il nostro controllo, dentro il nostro dominio. Ecco perché si spegne la novità di Dio in ciò che già è stato; ecco perché si interpreta la novità di Gesù Cristo a partire dal “È uno degli antichi profeti che è tornato!”. Muore il coraggio della speranza, muore il coraggio del rischio, dell’apertura e dell’avventurarsi nella prospettiva.

C’è un altro elemento che vorrei cogliere nel Vangelo di stasera, ed è il fatto che la narrazione della morte di Giovanni viene immediatamente collegata dall’evangelista Marco col problema dell’identità di Gesù. Chi è Gesù? Re Erode conclude che è il Giovanni il Battista che è resuscitato. Da lì parte il racconto dell’uccisione di Giovanni il Battista da parte di Erode: la morte del Battista spiegata, narrata, con riferimento alla persona di Gesù. In questo modo, sottilmente, ma incisivamente, l’evangelista Marco ci consegna i numeri primi di quello che è il discepolo, di chi è il discepolo. Il discepolo è colui che si lascia decidere, è colui che si lascia normare dall’esperienza di un incontro, dall’esperienza di una presenza, e permette che questa presenza decida la sua vita, e la decida fino in fondo, la decida fino a quella estrema radicalità che è il morire. Attraverso questa allusione all’identità del discepolo, l’evangelista Marco ci sta raccontando di noi. È vero che la narrazione si svolge con il nome e sotto la vicenda di Giovanni il Battista, ma è altrettanto vero che in questa connessione tra la persona di Gesù, la vita e la morte di Giovanni, c’è tutto raccolto il volto del cristiano, il percorso del cristiano: colui che si lascia decidere l’esistenza dalla presenza e dall’esperienza di una persona, dall’incontro con la persona di Gesù.

E c’è un terzo elemento che ancora vorrei cogliere: dice il re Erode “Giovanni l’ho decapitato io”. Quella morte che Erode ha provocato, che Erode ha attuato, quella morte diventa per così dire la cifra, diventa lo svelamento della misura di violenza, della misura di falsità, di oppressione che c’è dentro la storia, che c’è dentro quel frammento di storia che si chiama Erode, che si chiama il tempo di Erode. Ma forse potremmo anche togliere queste geometrie, potremmo anche togliere queste linee demarcatorie e dire semplicemente che diventa rivelatrice della misura di violenza, di falsità, di prevaricazione, che da sempre pervade la storia, pervade la vita, e la raggiunge fin nella sua capillarità. Uccidere Giovanni il Battista vuol dire far tacere la voce che denunciava, vuol dire spegnere la voce che chiamava per nome, che pronunciava il nome. Pronunciava il nome di cosa? Pronunciava il nome delle notti del cuore, delle notti dell’intelletto, pronunciava il nome delle notti del tempo. In questo modo, spegnendo la voce che pronuncia il nome, spegnendo la voce di Dio, costringendo e condannando Dio, rinchiudendo Dio nel silenzio, risuona ancora più alto il clamore, risuona ancora più alta la voce delle violenze, la voce del peccato, risuona ancora più alta la voce della notte, l’intensità della notte. Dio tace, Dio nega la sua voce, Dio ritira i suoi testimoni, e questa è la denuncia più drammatica del nostro peccato. È il peccato elevato a evidenza, è il peccato elevato ad esponenza, perché è il peccato che solo ormai risuona dentro il silenzio. E diventa una voce pervasiva, diventa una voce che sembra totalmente colmare e riempire lo spazio della vita.

Un’ultima annotazione vorrei fare: è un confronto. È il confronto tra due banchetti. Il testo che abbiamo letto stasera del Vangelo di Marco ci racconta il banchetto di Erode. Se voi continuate a leggere il testo del capitolo 6 di Marco, e andate qualche versetto avanti, vi accorgerete che poco dopo l’evangelista Marco narra la moltiplicazione dei pani. Allora c’è un accostamento tra queste due mense, c’è un accostamento tra questi due banchetti: il banchetto della reggia e il banchetto del deserto. La mensa di Erode e la mensa di Gesù. E ci sono dei parallelismi, anzi, ci sono dei contrasti che sono molto forti, fino al punto di essere intenzionali nel racconto del Vangelo di Marco. Il banchetto della reggia è il banchetto dei potenti. Dice il testo che invitò le grandi cariche del suo regno. Il banchetto del deserto è il banchetto dei poveri, fino al punto, come dice il testo, che se non hanno qualcosa da mangiare vengono meno lungo la strada, non ce la fanno più neppure a camminare. Il banchetto della reggia e il banchetto del deserto, il banchetto dei potenti e il banchetto dei poveri. Il banchetto della reggia è quello che sopprime la vita, l’uccisione di Giovanni il Battista. Il banchetto del deserto è quello che dona la vita. Commentando quel banchetto del deserto Gesù, nel Vangelo di Giovanni, lo indicherà, chiamerà quel pane “il pane della vita”, e dirà di quel pane che “chi ne mangia non morirà in eterno”. Il banchetto della reggia è il tripudio dello spreco, è il tripudio dell’intrigo, della potenza, della lussuria. Il banchetto del deserto è la semplicità del pane, è l’austerità, la linearità del pane. Ed infine, il banchetto della reggia è il banchetto della città che genera la morte, e in questo senso la reggia diventa la parabola del mondo; il banchetto del deserto è il banchetto che fa fiorire la vita.

Vorrei concludere semplicemente così; a quale banchetto si sono assisi i testimoni di cui stasera custodiamo la memoria? A quale banchetto si sono assisi san Paolo Miki e i suoi 25 compagni che furono uccisi in Giappone, tra cui due bambini, uni di 11 e uno di 13 anni, crocifissi? A quale banchetto si sono assisi? A quale banchetto si è assiso Vittorio Bachelet? Al banchetto della reggia o al banchetto del deserto? Sotto quale delle due logiche ha scritto il suo nome, ha scritto la sua vita? Credo che la risposta sia nitida, nel ricordo e nella coscienza di ciascuno di noi.

E da qui la domanda: a quale banchetto ci sediamo noi? Sotto quale logica stiamo scrivendo il nostro nome?

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