Conversione e formazione. Crescita umana partendo dal vangelo di Marco

Versione stampabileVersione stampabile

Seminario di Molfetta

18 febbraio 2015

Relazione di S.E. Mons. Mansueto Bianchi

Sono io che ringrazio per il dono di questo incontro e di questa presenza in mezzo a una comunità seminariale così bella e tanto numerosa come voi siete, perché è come fare un tuffo nella sorgente della speranza, è come rinverdirsi. Mi dispiace di dover parlare stamattina avendo un’ala impallinata perché ho beccato un raffreddore di quelli robusti, e quindi sono mezzo afono. Cercherò comunque di dire quelle cose che mi sembra importante trasmettere, da quella che è la riflessione, la preghiera mia a vo,i soprattutto perché credo che, attraverso questo incontro con il testo, con la parola del Signore, sia lui stesso che esercita un magistero e quindi una guida sulla nostra vita. È come se il Signore ci prendesse per mano e facesse in modo che i suoi passi divengano i nostri passi, il suo cammino, la sua direzione nella strada la nostra direzione il nostro cammino. Abbiamo incontrato e ascoltato un testo che ritengo notissimo e anche molto frequentato a diversi titoli nella riflessione, o comunque anche nella esperienza scolastica dei seminaristi. Ma comunque un testo su cui è sempre necessario ritornare perché come avremo modo di constatare tra poco, quel brano di inizio del Vangelo di Marco (siamo intorno ai versetti 16-20 del primo capitolo) conferisce un tassello, una connotazione indelebile a quella che è la vicenda dell'apostolo, nel senso che ne fissa il cuore, ne fissa il movimento di inizio, il primo il passo, il passo sorgivo di tutta la vicenda apostolica. E lo fissa e il tassello del discepolato. È per questo che, ripeto, è un brano su cui occorre ritornare, occorre ritornare nelle diverse stagioni della vita, ma occorre anche ripetutamente ritornare dentro quelle che sono le vicende apparentemente scontate, apparentemente immote della nostra esistenza perché ci riconsegna quel che siamo, ci ridice i tratti identificativi del nostro volto e viene a ripeterci con quale cuore dobbiamo vivere e fare le cose di ogni giorno siamo chiamati a vivere e a fare perché ci dice chi siamo, e quindi chi dobbiamo essere.

Nel brano che abbiamo ascoltato c’è stato consegnato il racconto di due episodi di chiamata. Sono le chiamate di due fratelli, due coppie di fratelli: Simone e Andrea, la prima; Giacomo e Giovanni, la seconda.  C'è però in queste due chiamate una unità: una unità di luogo (la sponda del lago), c'è una unità d'azione (il riferimento al mondo del “pescare”); c'è una unità di tempo, quelle unità di tempo che l'evangelista Marco molto ama. Probabilmente si tratta di due episodi collocati al mattino e alla sera dello stesso giorno. Dunque ci muoviamo all'interno di due narrazioni di vocazione, ma molto compatte, molto legate e intrecciate tra di loro. L'episodio per quanto breve, si scandisce in tre passaggi, e sono tre passaggi che si ripetono per ciascuna delle due chiamate. Il primo: l'indicazione di situazione; il secondo: la chiamata; il terzo momento: la risposta. Sono tre momenti che si ripetono in ciascuna delle tue chiamate. E da questi tre momenti noi ci lasceremo guidare nella nostra riflessione. Una prima cosa ci colpisce, e potremmo anche elencarla o dirla, dichiararla in maniera negativa: la povertà espressiva di Marco. Naturalmente lo diciamo così, facendo un torto a Marco, e gli chiediamo scusa. Ma che cosa intendo per povertà espressiva di Marco? Intendo che egli nei tuoi racconti di vocazione monotamente si ripete; ripropone lo stesso schema situazione-chiamata-risposta, situazione-chiamata-risposta; ripropone gli stessi vocaboli, soprattutto gli stessi verbi, e ci accorgeremo tra poco che sono verbi cardine, sono verbi chiave. Dunque due racconti di vocazione molto schematizzati, praticamente sovrapponibili. Perché? Noi sappiamo da altre testimonianze evangeliche, e penso soprattutto a Giovanni, che la vicenda di chiamata di questi primi quattro non fu proprio così schematica: c'era stato un prima, erano stati i discepoli di Giovanni Battista, c'era stato un indicazione di Giovanni nei confronti di Gesù, ma tutto questo viene saltato, da tutto questo si prescinde, almeno nella tradizione di cui Marco è redattore, e lui, come autore, propone queste due chiamate in maniera ripetitiva, in maniera schematica, quasi geometrica, perché tale e lo stile e l'andamento narrativo, e direi ripetitiva, praticamente sovrapponibile. È come se la stessa vicenda si riproponesse in una successività di persone e di tempo. E il lettore si chiede: perché? Perché questo schematismo? Perché questo il ripetersi di vicenda? questo riproporsi di vicenda, in una progressione di tempo e in un cambiamento di soggetti? Perché quella che Marco sta narrando è una vicenda aperta, è una vicenda, se vogliamo usare un termine un po' più affinato, un po' più tecnico, è una vicenda paradigmatica. Vale a dire: si tratta certamente di quelle due chiamate, delle due chiamate di quelle due coppie di fratelli, dunque dei primi quattro discepoli. Ma si tratta anche di uno schema, si tratta anche di uno schema che, come tale, non viene esaurito nella soggettività o nella originalità di quella volta, ma diventa uno schema aperto ad ogni volta. Ed allora il messaggio che Marco intende consegnare al suo lettore è questo:l'avvenimento che si sta narrando è un avvenimento aperto, cioè è un avvenimento che tende a riproporsi sull'asse evolutivo della storia, sull'asse evolutivo della vicenda, sull'asse evolutivo di Gesù della vita, così come del cammino della vita e della Chiesa. In sostanza, a te, a me lettore, che stamattina percorro i versetti 16-20 del primo capitolo, Marco dice: “Guarda che questo episodio riguarda te, tocca te, questa chiamata sta accadendo a te, sta risuonando nella tua vita, tu sei in quella vicenda, tu sei il soggetto di questa chiamata, il nome tuo risuona stamani dentro il brano che tu leggi. Se tu vuoi tu puoi decifrare la tua vita, tu puoi decifrare la tua strada a partire da questo schema. Non ti do soltanto una frase, ti do un alfabeto; non ti do soltanto un episodio, ti do uno schema interpretativo, ti do un codice perché attraverso di esso tu decodifichi quello che ti accade, quello che tu vivi, tu riesca a interpretare a intendere dalla profondità la vicenda che tu stai vivendo.

Prima di inoltrarci nel commento testuale del brano, cerchiamo di dare un minimo di spazio anche al contesto, perché il contesto ci illumina significativamente sul messaggio che noi stiamo cercando di cogliere. E il contesto è noto a tutti: si tratta dell'inizio del ministero di Gesù. Dice il Vangelo di Marco Gesù si recò nella Galilea annunciando il Vangelo di Dio, e diceva “il tempo è compiuto, il regno di Dio è diventato vicino. Convertitevi, e credete al Vangelo”. Nella mente del lettore del testo di Marco, certamente, di fronte a questo sommario della vita di Gesù, che narra che inizio del suo ministero ma in qualche modo anche la sintesi del suo ministero collocato all'inizio, è evidente che si scatenano delle domande. E tanto più si scatenano quanto più il lettore per cui Marco sta scrivendo, se volete l'uditore ideale, pensato della proclamazione del suo testo, è un pagano di Roma. Perché sappiamo dall’antica tradizione ecclesiastica che Marco mise per scritto la predicazione romana di Pietro. Allora il testo si rivolge a dei pagani, o perlomeno a una chiesa mista fatta di Giudei e di Pagani, che aderivano alla predicazione di Pietro, e non avevano, specialmente i pagani, tutte quelle coordinate veterotestamentarie, tutto quel patrimonio veterotestamentario che avrebbe reso comprensibile, o almeno parzialmente comprensibile, quello che Gesù veniva dicendo come inizio, ma anche come sintesi del suo annunzio, della sua predicazione secondo la narrazione di Marco. “Il regno di Dio si è fatto vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. che cos'è il regno di Dio? che succede nella vita di una persona quando il regno di Dio arriva? E convertirsi, che vuol dire? Che vuol dire credere al Vangelo? È tutta una serie di domande che si scatenano nella mente del lettore attento del testo. E a queste domande Marco narrativamente risponde. Non risponde didascalicamente, aprendo uno spazio a spiegare i termini. Risponde narrando vicende, risponde narrando una storia. E attraverso quelle vicende e quella storia tu intendi che cosa è il regno di Dio, tu intendi che accade in una vita quando il regno di Dio accade in quella la vita. Tu intendi che cosa voglia dire convertirsi, tu capisci che cosa voglia dire credere al Vangelo. Allora dietro a questo scroscio di domande Marco fa seguito, Marco risponde narrativamente semplicemente dicendo: “Andando lungo il mare di Galilea”. Sorge il cammino di Gesù, inizia il cammino di Gesù, e dietro al cammino di Gesù subito si unisce il cammino dei discepoli. Ora il cammino di queste due coppie di fratelli, e poi a seguire il cammino di altre persone. È interessante questo aggancio che Marco immediatamente fa tra il cammino messianico di Gesù e il cammino della Chiesa, il cammino dei discepoli che subito, immediatamente si aggancia al suo. Dietro il primo passo del Regno del Regno c'è subito il passo dell'accoglienza, della risposta, della configurazione, della conformazione, della conversione al regno da parte delle persone che accolgono l'annuncio e della Chiesa. Si muove il cammino del Signore e, dietro, subito si muove il cammino della Chiesa.

Mi pare anche interessante il luogo dell'incontro. Perché è il luogo dell'incontro? Perché dice il momento in cui il regno di Dio accade nella vita delle persone. Il luogo dell'evento, che è un evento d'incontro, è tracciato con una grande insistenza, con una grande precisione, ed anche con un ritorno dall’evangelista Marco: il Signore sta chiamando dei pescatori, quattro pescatori, e l'incontro avviene tra il lago, la barca e le reti, in questa triangolazione di vita. Allora la domanda (ed è questa la domanda a cui Marco intende consegnare una risposta): dov’è il regno di Dio? dove lo incontri il regno di Dio? dove ti raggiunge l'esperienza della presenza dell'incontro con lui? il dove di Dio dov'è? Il lago, la barca, le reti. Queste sono le coordinate. Vale a dire: il luogo del Regno, il luogo dell'incontro, dell'esperienza decisiva e risolutiva della vita, il dove di Dio è la vita,  è la vita tout court, è  la vita senza ulteriori oggettivazioni, senza ulteriore precisazione. È la vita qualunque, è la vita normale, quella che noi chiamiamo la ferialità dell'esistenza. Per raggiungere Dio, per incontrare Dio, per entrare nel regno non hai bisogno di un altrove, non hai bisogno di andartene, non hai bisogno di climi elitari, di localizzazioni parallele, di città in parallelo, di vita in parallelo rispetto alla città e alla vita che tu vivi e nella quale vivi. Perché il dove di Dio è la vita, è la tua vita, così come la tua vita è: il lago, la barca, le reti. Sono l'ordinarietà della vicenda di un pescatore, e nelle coordinate dell’ordinarietà avviene ciò che di più straordinario si possa intendere e si possa pensare. Il dove di Dio è in ciò che sembrerebbe non aver dove, non aver rilevanza, non aver notabilità, tanto è scontato, tanto è normale, tanto è apparentemente trascurabile nel giudizio e nella rilevanza della tua vita: quello è il dove di Dio. E credo che questa sia una cifra, un codice che faremmo bene a mettere nello zaino della nostra memoria, perché nel cammino della nostra vita molte volte ci tornerà utile. Anche come preti, come prete, tante volte avremmo la tentazione dell'altrove, tante volte subiremo il fascino dell'altrove: ma se io facessi quella cosa là invece di questa cosa qui …; ma se io avessi quelle persone là, quei laici là, quei confratelli là invece che questi qui …; ma se io avessi quel vescovo là invece di questo disgraziato qui ….; ma se io avessi quell’incarico là, quella parrocchia là, invece che di questa qui … Ma se … Ma se …. Il lago, la barca, le reti. Quella fu la loro parrocchia, quello è il luogo dell'incontro, quello il dove di Dio. La tentazione dell'altrove. È una tentazione alla quale non si cede solo singolarmente, a volte si cede anche collettivamente nella Chiesa a queste tentazioni. A volte la tentazione del costruire una chiesa in parallelo c’è.

Un altro elemento vorrei cogliere dalla geografia (stiamo cercando di fare storia partendo dalla geografia), è questo. Abbiamo detto che il luogo sono il lago, la barca, le reti. Ma c'è un altro dove, ed è dove si colloca il lago la barca e le reti, dove comincia tutto, e dove, iniziando tutto, Marco pone la sintesi del tutto che seguirà. Perché il brano con cui apre è certamente un brano che noi diciamo riassuntivo di tutta la vicenda e di tutta la predicazione del Signore. Tutto comincia in Galilea, e la Galilea non è una terra qualsiasi. Perché non è una terra qualsiasi? Perché è qualsiasi. La Galilea è la terra dell'ibrido, è la terra del contrasto, la terra della contaminazione, è il luogo che non è luogo. Luogo è Giudea, luogo è Gerusalemme, luogo è Sion. Ma la Galilea che terra è? La Galilea è terra di commistione tra l'alleanza e la profanazione, tra la sacralità e la profanazione, tra ciò che appartiene a Dio è ciò che Dio rifiuta. La Galilea è la terra dello scuotimento dei piedi. Tutto comincia nello spazio della lontananza; tutto comincia nello spazio della eterogeneità, cioè di ciò che è tanto diverso da come tu sei o da come penseresti che dovrebbe essere. Guardate che questo è un modo di agire tipico di Dio. Che ponga l'inizio del suo alfabeto nelle nostre zete, che l'alfabeto di Dio cominci dall’ultima lettera dei nostri. Noi l'aspettiamo all'alfa noi aspettiamo alla a, lui è nella zeta, perché Dio pone il suo centro nella lontananza, Dio pone il suo luogo negli spazi che per noi sono inopinati. È la Galilea delle genti, è una Galilea che geograficamente, umanamente è sospetta, è disprezzata rispetto all'ortodossia  gerosolimitana, ma l'incontro comincia da laggiù, comincia dalla geografia della lontananza  dalla geografia della esclusione, dal luogo della “ma proprio lì no!”. Comincia da lì. E c'è un altro elemento che dovremmo cogliere sempre sostando su questo contesto: sono i nomi di coloro che vengono chiamati. I nomi, non soltanto una generica geografia umana, quella galileiana, ma i nomi per dire la soggettività delle persone, per dire l’identità delle persone, la specificità delle vicende, quegli spezzoni di storia che ciascun nome è. Sono quattro nomi che nella narrazione marciana non hanno una preistoria nel loro incontro con il Signore; non hanno per così dire un affinamento, una preparazione un accordare gli strumenti per la sinfonia che c'è da suonare: subito vengono gettati, così, sulla scena, così come sono, pescatori come sono, in quella vicenda di assoluta ordinarietà di cui vivono, in quella situazione di lontananza che è la Galilea geografica ma è anche la Galilea della loro identità personale, della loro vicenda religiosa: galilei a tutti gli effetti. Ecco, quei nomi pronunciati, quei nomi detti, i primi quattro nomi da cui parte la Chiesa, i primi quattro nomi cui il regno si lega; i primi quattro nomi che intraprendono il percorso della conversione, per dire che, ancora una volta, che ciascuno è chiamato così com’è. -Non vi sono delle altezze minime per entrare nel regno di Dio, non vi sono delle misure al di sotto delle quali non si prende in considerazione il soggetto, non si prende in considerazione la possibilità. Il punto di partenza è come se Dio stesso l’accettasse dalla realtà. Ciascuno è chiamato, ciascuno è amato così com'è, a partire da quello che è. Anche qui mi permetto di insistere, perché tante volte anche pastoralmente noi preti facciamo una grande fatica sull'accettare la gente, sul lavorare partendo dalla realtà delle persone; ci fa fatica a partire dalla realtà. Ma è una verità alla quale dobbiamo consegnarsi con pace, con pace di cuore e con pace di testa, ma anche con pace di carattere. Perché la realtà non lo stabiliamo noi: la riceviamo. Noi possiamo incidere su qualcosa circa l'obiettivo, circa la meta, qualcosina anche sulla strada; ma il punto di partenza no. Il punto di partenza l’accogliamo, non lo stabiliamo. Perché se noi stabilissimo il punto di partenza noi faremmo dei ritagli di tipo elitario nel regno di Dio, che diventerebbero poi lo snaturamento dello stesso regno di Dio. Allora la realtà, la situazione delle persone è accettata, è accolta così com'è. Come il Signore, nel pronunciare questi quattro nomi, nel chiamare queste quattro persone, li coglie così come sono, dentro la loro situazione vitale. E partendo da quello che sono, si incammina, e loro si incamminano con lui. Chiamati così come siamo, amati così come siamo. Non è che il Signore comincia ad amarci da un certo punto in poi; non è che il Signore comincia a dire: “quando tu arrivi tra il 5 e il 6 allora se ne può parlare”. No, niente: così come sei, con pura gratuità, con pura immotivatezza. Siamo amati quando non abbiamo niente di amabile, quando non abbiamo titolo di amabilità. E così siamo chiamati ad entrare nel regno. E lui amandoci ci rende amabili, lui amandoci ci fa capaci di amore. Ma tutto questo non è un prerequisito, tutto questo è una conseguenza. Per dire due cose: dobbiamo fare altrettanto noi, nelle nostre vicende relazionali, nelle nostre vicende personali, nelle nostre vicende pastorali. E, seconda cosa, per dire questo: se il Signore ti ama come sei, anche tu amalo come sei. Comincia ad amarlo così come sei, non ti fare dissuadere dalle tue lontananze, dalle tue zone d'ombra, dai tuoi peccati, da quanto trovi di distonico dentro di te rispetto a lui. Comincia ad amarlo come sei, perché se per volergli bene, se per rispondergli tu dovessi aspettare di essere degno di amarlo non cominceresti mai, non comincerai mai. Allora al così come sei di Dio nei nostri confronti risponde il così come sono, nostro, nei confronti suoi. E da lì la dinamica, da lì comincia la circolarità di un amore che diventa performativo della persona, e quindi che ha la capacità di trasfigurare, di smontare e rimontare una vita; ha la capacità di ricreare una resistenza. Certo che di tutto questo io credo che dobbiamo conservare nel cuore l'esperienza della meraviglia, dello stupore, custodire nel cuore il senso del trasalimento per quello che Dio ha fatto con te, per quello che Dio ha fatto a te. Custodire la memoria dell'incontro, di un incontro che ogni volta che lo ripensi non cessa di stupirti, non cessa di meravigliarti. Perché? Perché non riesci mai a trovare il perché, ed è normale così. Perché non c'è un perchè all'amore; l'amore è di perché a se stesso; l'amore è di ragione a se stesso, è di motivazione a se stesso. Non c'è una ulteriorità rispetto a quella. Ma allora il conoscerti, e man mano che ti conosci lo stupore sale, il conoscerti, lo scoprirti amato, lo scoprirti chiamato, l’accorgerti che tu sei progressivamente, attraverso il tempo, trasformato e configurato, questo fa crescere la gratitudine, questo fa crescere la meraviglia, il trasalimento interiore. Questo moltiplica l'amore.

E vorrei cogliere alcune espressioni verbali che il testo ci offre e che mi sembrano non solo significative, ma mi sembrano anche delle sigle che l'autore che l'evangelista Marco vuole consegnarci. Lo stile dell'evangelista Marco è uno stile molto particolare: assomiglia a certi quadri dei pittori impressionisti, che hanno delle pennellate monocrome, e dipingono l’insieme accostando insieme monocromia a monocromia. Non hanno cioè i colori pastello, non hanno i toni intermedi; l'evangelista Marco non ama le zone di passaggio: ogni pennellata è un colore. Allora saltare una pennellata vuol dire avere una zona neutra avere; saltare una pennellata, o avere una zona neutra, vuol dire lasciar cadere uno spezzone del messaggio che lui ti vuole consegnare; vuol dire perdere una unità di messaggio che lui vuole affidare alla tua vita. E per questo quindi mi permetto, con un gesto che non è il massimo da un punto di vista letterario, di ritagliare con delle forbicine mentali alcune parole, alcune espressioni, soprattutto alcuni verbi e di consegnarveli, perché mi pare che siano proprio delle pennellate monocrome che l'autore Marco vuole consegnare al suo lettore, e quindi a noi stamattina. La prima è questa: vide, eiden. Lo ripete due volte questo verbo l'evangelista Marco, al versetto 16 e al versetto 19. “E andando un poco più oltre, vide”. Stiamo attenti a non essere lettori frettolosi del testo di Marco, a non  essere lettori sommari o troppo velocemente corsivi del testo di Marco, perché questo suo stile compositivo, queste pennellate monocrome veramente ci contrastano in questo, e noi sciupiamo un testo e sciupiamo un messaggio. Vide: non è un verbo qualsiasi. Quel vide è lo sguardo individuante, eleggente, finalizzante di Dio su quelle persone. Altre volte nel Nuovo Testamento ritornerà quello sguardo: se voi pensate al Vangelo di Luca, faccio un esempio solo, la citazione del Magnificat: Dio ha guardato l'umiltà della sua serva. Ma per rimanere sempre nel Vangelo di Marco, al capitolo 10, ricordate lo sguardo di Gesù sul giovane ricco? Gesù guardandolo lo amò. Allora vide non è uno sguardo generico, non è un guardare come uno guarda un paesaggio passando in treno, o come uno che trascorre con gli occhi una complessità di persone e di cose cogliendola nel suo insieme: è lo sguardo irripetibile con cui Dio guarda te. E difatti sotto quello sguardo stanno i quattro nomi, cioè le quattro soggettività, le quattro identità. In quello sguardo tu sei voluto, tu sei chiamato, tu sei amato. Io vorrei che entrassimo, che ci lasciassimo intridere da questo verbo eiden, vide, li vide, li guardò. Provate un momento, per esempio nel momento della adorazione eucaristica, a mettervi sotto quello sguardo. Lasciate lontano, lasciate in lontananza le parole, lasciate in lontananza i pensieri, i concetti, le argomentazioni concettuali; soltanto sentitevi guardati, sentitevi avvolti da quello sguardo, abbracciati da quello sguardo, ma sentitevi avvolti e abbracciati da quello sguardo con il vostro nome, così come sei, proprio perché sei così tu, che sei così. È una preghiera che prescinde dalla parola, perché è più grande della parola, perché è poca cosa la parola rispetto all'intensità dell'incontro, e perché il luogo vero dell'incontro sta più a fondo del parlare e del pensare: sta in quella radice che biblicamente ha nome cuore. Proviamo a farla l'esperienza di quello sguardo, sul quale Marco ritorna insistentemente, due volte, a distanza di due versetti: eiden, li guardò come guarda Dio. Allora lasciati guardare, non ti preoccupare di parlare, non ti preoccupare di dire, non ti preoccupare di pensare. Semplicemente lasciati guardare: cioè lasciati amare, sentiti amato così come sei: il tuo nome. È l'esperienza dell'incontro, da cui parte un nuovo cammino di vita.

Il secondo verbo (anche questo ritorna due volte, al versetto 17 e al versetto 20). Li chiamò. È il tema della parola, che ha almeno due funzioni. Da un lato evidenzia la decisivita di Gesù, la decisivita della persona di Gesù, il quale nella narrazione di Marco non si mette a ragionare, non si mette a chiacchierare, non si mette a parlare, non avvia l'argomento parlando del tempo parlando del governo, della pesca; semplicemente li chiamo. È veramente l'autorevolezza della Parola di Dio, è l'onnipotente parola di Dio che trae dal nulla ciò che chiama, che trae dal nulla ciò che pronuncia. Da quella povertà che sono i quattro nomi, la sua parola trae l'inizio della Chiesa, la sua parola trae il cammino del discepolo. E tra poco trarrà l'identità, il corpo, il ruolo dei 12: e li fece i 12. Anche qui, direi, cerchiamo di dare spazio alla dimensione accoglitivia, del far risuonare dentro di noi la Parola di Dio. Qualche volta, semplicemente, siamo tanto petulanti con Dio,abbiamo tanto la pretesa, ma anche con buona intenzione, di dirgli come siamo, come vorremmo essere, quanto bene gli vogliamo, quanto amiamo gli altri, quanto amiamo la Chiesa, il mondo. Ma datti pace! Lascialo parlare! Lui che si chiama la parola non riesce a pronunciare la parola perché tu non gli dai tempo. Fallo parlare qualche volta: non occorre che tu sia sempre a parlargli di te,  o a dire a lui come dovrebbe essere per essere come lo vorresti te. Ma lascia correre. Allora riconsegna la parola a Dio, lasciati parlare, lascia che quella parola Li chiamò. Guarda che con quella parola Dio ha chiamato il mondo, ha chiamato la vita, ha chiamato il giorno e la notte, il Sole e la Luna, ha chiamato la storia di Israele, ha chiamato la vicenda della Chiesa con quei quattro nomi. Chiama la tua, ma lascialo parlare. Riconsegnagli la parola e permettigli di risuonare con autorevolezza nella tua vita. Qui c'è un meccanismo strano, ed è questo: l'istituzione del discepolato era ben conosciuta al tempo di Gesù, al tempo in cui queste cose accadevano nell'ambito dell'esperienza e del cammino di Israele. Era un istituzione da secoli e per secoli ancora molto ben conosciuta e praticata, con una differenza: che era il discepolo a scegliere il maestro, il Rabbi, e il diventare discepolo era stagione momentanea per diventare a propria volta maestri. Tipo i seminaristi oggi. È il seminarista che sceglie di entrare in seminario; la stagione del seminario è una stagione di preparazione per diventare qualcos'altro. Si rovescia la vicenda con Gesù: non sono i discepoli che scelgono il Maestro, è il maestro che sceglie i discepoli, e si diventa discepoli per rimanere discepoli. Il discepolato è una identità terminale, non è una identità funzionale; non è una terra di passaggio: è una patria il discepolato. Si diventa discepoli per rimanere discepoli; si diventa discepoli perché quella è identità, non funzione. E vorrei aggiungere ancora di più: l'essere discepoli rimane nel cuore dell'essere apostoli. L'identità apostolica non sostituisce nè distrugge quella discepolare, ma vive di quella. Sotto il profilo spirituale vi direi che sarete apostoli nella vostra vita, con il vostro servizio ministeriale, nella misura in cui custodirete il cuore del discepolo, nella misura in cui custodirete dentro di voi il volto del discepolo. Il discepolo è l'anima permanente dell'essere apostolo: restare discepoli.

La risposta: essi lo seguirono. Anche questo è un verbo tecnico. In Marco è un verbo importante, non soltanto in Marco ma per la storia che questo verbo ha nella vicenda della salvezza. Attorno a questo verbo si coagula l'esperienza di Israele nel deserto. Che cosa è stato il deserto per Israele? Il cammino nel deserto per i 40 anni di Israele è stato un seguire Jahve, un seguire Jahve che guidava il cammino del suo popolo sia attraverso Mosè sia attraverso il segno della nube che della colonna di fuoco. Ma il cammino dell'esodo è stato un seguire Jahve. Allora l'esperienza primordiale da cui sorge Israele, da cui sorge la storia della salvezza e il popolo di Dio, è l'esperienza del seguire, e qui ritorna lo stesso verbo e la stessa esperienza: lo seguirono. Di fronte alla chiamata, li chiamò, non c'è una risposta interlocutoria e non c'è nessun dialogo. Di fronte alla chiamata che è chiamata di Dio risponde la vita dell'uomo, la risposta è la vita. E non è la prima volta che succede così. Se voi ricordate il libro della Genesi: “E dio chiamò, Abramo Abramo; rispose eccomi; esci dalla tua terra dalla tua patria, va dove io ti indicherò; e Abramo uscì”. Vedete, alla Parola di Dio fa la risposta la vita; alla Parola di Dio interloquisce, rispondendo la vita della persona; non c'è un dialogo verbale: alla chiamata di Dio risponde il silenzio dell'uomo che consegna la via; il silenzio della persona che consegna la vita alla chiamata di Dio. Vi farò pescatori di uomini: anche qui si pone un gioco strano, il gioco tra quello che loro fanno e quello che loro saranno. Sono pescatori di pesci e diventano pesci pescati per diventare nuovamente un giorno pescatori, ma su un altro livello, in un altro significato. Sono chiamati a diventare pecore nel gregge di cui Cristo è pastore per diventare un giorno pastori di quelle pecore che ora essi sono e che ora essi diventano.

C'è un'ultima annotazione che vorrei fare, e poi vi sollevo dall'atto penitenziale dell'ascolto, ed è un avverbio. Dopo tanti verbi ci fermiamo su un avverbio. Subito. È una parola molto amata da Marco: nel breve Vangelo di Marco ricorre 41 volte, ed appartiene probabilmente allo stadio della tradizione della predicazione orale questa parola. Tutto nel Vangelo di Marco accade subito. In che senso? Nel senso che se il regno di Dio è compiuto non c'è più tempo per dire “vedremo”; non c'è più tempo per dire “ne riparleremo”; non c'è più tempo per dire “domani”, per rimandare, per tergiversare, per sottrarsi. La vita è posta di fronte alla scelta decisiva; la vita è collocata di fronte al bivio, allo snodo risolutivo: ora devi decidere la tua direzione, ora devi assumere, prendere la tua posizione. Ormai la vita è sotto l'urgenza di questa presenza, è sotto l'urgenza di questa proposta, di questa richiesta, di questo eiden, di questo li chiamò. E lì deve farsi, deve attuarsi, deve pronunciarsi la risposta della vita. Questo subito non fu un subito nel senso di un quarto d'ora, ma questo subito diventa un indicatore più che cronologico, qualitativo, di qualità. Che vuol dire subito? Subito vuol dire la radicalità della risposta, adeguata alla qualità del tempo che tu stai vivendo, adeguata alla decisivita degli avvenimenti e delle persone che ti stanno incontrando. Subito è una qualità della vita del discepolo, non è un tempo, non è una durata. È il subito della totalità, è il subito della radicalità. C'è un subito che deve accadere nella nostra vita: può accadere a vent'anni, a 40, a 60, a cento se non ci bastano i primi, ma deve accadere un subito, deve accadere un tutto di te, deve accadere un tutto di te, deve accadere un dono di accoglienza, di consegna, deve accadere un tutto di servizio, perché tutto ciò che non entrerà in quel tutto sarà perduto. Tutto ciò che non entrerà in quel tutto sarà negato, e Marco fa notare molto bene il prezzo di quel tutto, perché non dice semplicemente: “ed è subito lo seguirono”, ma dice: “ed essi subito, lasciati il padre, i garzoni, le reti eccetera lo seguirono”. Ci sono dei no che occorre dire perché quel subito accada, ci sono degli stacchi che occorre fare perché il subito si realizzi nella vita del discepolo. C'è qualcosa che deve morire perché viva il discepolo; e nella narrazione di Marco è l’ordinarietà della vicenda in cui la contestualità della vita, in cui queste due coppie di fratelli erano inseriti, il lago, le reti, la barca, i garzoni, la consuetudine affettiva della loro vita, della loro vicenda, da cui prendono stacco per seguire colui che li ha incontrati, colui che li ha chiamati. Allora ci sono degli abbandoni da segnare nella nostra vita; a volte sono abbandoni materiali; a volte sono abbandoni morali, anche fisici; a volte sono abbandoni affettivi relazionali; a volte sono un modo diverso di vivere le cose che fin lì abbiamo vissuto. Quindi una trasformazione del cuore nella relazione, nell'uso, nei rapporti.

Il brano si conclude con l'espressione “lo seguirono”. È importante quel pronome, “lo seguirono”, seguirono lui. Forse la traduzione italiana lo ammorbidisce, ma se noi evidenziassimo “ed essi abbandonati il loro padre Zebedeo, con i garzoni, sulla barca, seguirono lui”. Perché allora si coglie il gioco del testo di Marco. La vita - la vita, una vita: il lago, la barca, le reti, i garzoni, il padre Zebedeo: abbandonarono, seguirono lui, la vita, seguirono lui perché lui divenne la vita, lui divenne la loro vita. Non seguirono una vita per il vuoto, una vita per l'idea, una vita per il valore, una vita per se stessi, seguirono una vita per una persona, e quella persona diventò la loro vita. Seguirono lui per vivere di lui. Ecco perché vi dicevo all'inizio, e ve lo ripeto concludendo, che questo che abbiamo commentato è un racconto aperto. Racconta di Pietro e di Andrea, racconta di Giacomo e di Giovanni, ma racconta di ciascuno di noi. In questo brano ci sono i nostri nomi.

Documenti: