Campo MLAC – 24 agosto 2014

Versione stampabileVersione stampabile

Quello su cui vorrei impegnarmi stamattina è una riflessione di orizzonte, quelle che sono le grandi prospettive, i grandi orientamenti della vicenda economica e del lavoro che stiamo vivendo in Italia (e non solo), secondo quelle indicazioni che l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ci consegna e ci affida. Faccio riferimento soprattutto a due parti dell’EG: la prima parte del capitolo secondo e quasi tutto il capitolo quarto. Sono passaggi in cui il Papa mette a fuoco alcune problematiche della vicenda, soprattutto economica, che in questo tempo stiamo vivendo qui nel nostro Paese.

C’è una categoria dalla quale vorrei partire e alla quale è anche molto attenta l’EG: la categoria “il nostro tempo” o, se vogliamo, “il mondo attuale”. È una categoria, un’espressione che ricorre frequentemente nel nostro parlare sia all’interno sia all’esterno delle vicende ecclesiali. E il nostro tempo, il mondo d’oggi o il mondo attuale è una categoria sottoposta a radicalizzazione, a unilateralismi, nel senso che viene da alcuni mitizzata (il nostro tempo come nessuno mai, come un assoluto rispetto alla vicenda nella storia), da altri demonizzata (il nostro tempo come la sentina di tutti i mali, la sintesi di tutte le problematiche e di tutte le negatività). Questa categoria è per così dire un’«espressione-contenitore», che chiede perciò non la mitizzazione o la demonizzazione, ma piuttosto il discernimento, il difficile discernimento sopra i suoi contenuti. E allora ci accorgeremo che ci muoviamo in un gioco di chiaro-scuro e non in una luminosità senza ombre, né in un’ombra senza luce.

Questo discernimento del nostro tempo è esattamente un compito profetico, perché non ci dimentichiamo che un tratto essenziale nel profetismo biblico e nella vita della Chiesa è proprio questo: la decifrazione del tempo, il discernimento del tempo, la capacità di intendere il valore e il disvalore del tempo che stiamo vivendo. Non ci scordiamo la provocazione di Gesù al giudaismo del suo tempo: «sapete discernere i segni del cielo e della terra, perché questo tempo non sapete discernerlo?” Voi che siete profeti dalla sera al mattino, e il giorno prima siete capaci di profetizzare il giorno dopo, perché non profetizzate questo tempo, cioè non ponete discernimento sul tempo che state vivendo? E insisto su questo perché il compito del discernimento, cioè della profezia dentro il tempo che stiamo vivendo, è un compito della Chiesa tutta certamente, ma nella Chiesa è compito singolarissimo di voi laici. È caratteristico della profezia laicale il discernimento del tempo, è caratteristica della profezia laicale la capacità di interpretare i valori e i disvalori del tempo che stiamo vivendo, perché è evidente che i laici sono immediatamente e senza difesa consegnati al tempo, sono in prima linea sulla frontiera del tempo. Perciò voi, come persone che hanno ricevuto il dono dell’alfabeto, il dono del codice - e il nostro alfabeto, il nostro codice è Gesù Cristo,il Vangelo -voi laici, voi per primi, voi soprattutto, voi più di noi avete la capacità, il lume e la saggezza per porre la profezia nel tempo, per porre il discernimento sul tempo che stiamo vivendo, la valutazione qualitativa su quel che succede. Voi, se mi consentite l’espressione che vuol essere nobile, siete i “profeti del giornale”, siete i profeti del quotidiano, della quotidianità, della giornata; voi, in questo senso, siete i profeti della storia senza aggettivi, perché nella storia senza aggettivi e senza preclusioni siete gettati. Allora questo è il vostro compito: il discernimento del tempo, sui contenuti del tempo.

E il Papa, proprio partendo dall’alfabeto che il cristiano ha nella persona di Gesù e del suo Vangelo, tenta, almeno secondo grandi coordinate, raccogliendo il sentire di tutta la Chiesa, un primo discernimento, una prima profezia su questo tempo sul mondo attuale. E dice che indubbiamente il nostro tempo e il mondo attuale è connotato da grandi positività, che la comunità cristiana deve conoscere, riconoscere, custodire e, per quanto può e dipende da lei, deve promuovere. E ne elenca alcune; vi accorgerete che, mentre pronuncerò i nomi, immediatamente ci verranno incontro luci e ombre, assensi e riserve, perché è vero che ciascuna di queste positività ha una sua zona d’ombra, ha una sua zona almeno di apparente smentimento o comunque di limitazione. Ecco allora alcune grandi positività del nostro tempo: la crescita del benessere per molti Paesi, per molti popoli; la diminuzione degli spazi della fame e dell’analfabetismo, ma, come zona d’ombra, un’intensificazione della povertà qualitativa, perché se è vero che quantitativamente gli spazi della fame si riducono è altrettanto vero che intensivamente si allarga la forbice tra la povertà e il benessere all’interno del contenitore mondo, del contenitore tempo che stiamo vivendo. Ancora un elemento positivo del nostro tempo: la crescita di una coscienza comune contro le guerre, la violenza, il razzismo; ma, mentre pronuncio queste parole, dentro ciascuno di voi sono chiarissimi nomi, cognomi e indirizzi che immediatamente smentirebbero le parole che sto pronunciando. Ed ancora: un cammino di unificazione fra le nazioni; basterebbe qui ricordare la vicenda europea: nazioni che fino a sessant’anni fa si combattevano fra loro scatenando un conflitto mondiale, oggi camminano verso un’integrazione, un’unificazione. Subito anche qui si affaccerebbe l’altra grande ombra: l’unità ha un’anima, l’unità è un’anima: su quale patrimonio, su quali valori vogliamo costruire questo incontro tra le nazioni? La crescita della comunicazione; ma è altrettanto vero che questa si configura come un nuovo potere, solo apparentemente anonimo, che si sta esercitando sulle persone. Ed ancora: la crescita scientifica, in particolare la crescita medica, e quant’altro …

Vi sono però delle negatività forti, e vorrei enuclearle (non a 360°, come ho fatto sulle positività, cogliendo qua e là qualche aspetto), focalizzando sul tema dell’economia e del lavoro, perché è il settore che più direttamente ci interessa. Comincio da alcune più generali. Sono i meccanismi economici a governare il mondo. Questa è una forte negatività, perché vuol dire che le decisioni che veramente contano, che segnano direzione, che fanno architettura nella città e nella civiltà, non passano più dalla politica. Questo potere economico (che è quello che decide l’assetto, l’architettura dell’edificio e della convivenza civile), questo potere forte è un potere non controllato, non democraticamente consegnato, è un potere che decide dei poteri democratici, sottraendosi al controllo democratico. E questo apre degli scenari impressionanti.

Un secondo elemento vorrei sottolineare, ricavandolo dall’esortazione di Papa Francesco: il sistema economico mondiale è strutturalmente, in sé (non occasionalmente, ma proprio perché è così fatto) produttore di esclusione e di scarto umano. E quando dico “strutturalmente” intendo dire anche progettualmente, cioè la cosa è saputa e voluta; dinamismi questi, che producono inarrestabilmente povertà con una procedura tale per cui con questo sistema economico si allarga continuamente lo spazio della povertà e si seleziona sempre di più lo spazio del benessere. È pensato in modo tale da contenere, contrarre il numero dei privilegiati, dei beneficati, ampliando il numero dei danneggiati. Questo è il sistema in atto e questo è il prodotto strutturale di questo meccanismo. Un sistema economico, che noi chiamiamo liberalismo economico o la legge di mercato allo stato puro, su cui il Papa pone delle valutazioni pesantissime, colloca il profitto più in alto della persona. In altri termini, se tu chiedessi all’economia qual è il valore supremo, l’economia ti risponderebbe che è il profitto e non la persona; vale a dire, che la persona è funzionale al profitto, la persona è sottoposta al profitto, è uno strumento per raggiungere il fine, è un percorso per raggiungere la meta, che non è la persona stessa, ma è il profitto a costo della persona. E questo comporta, ad esempio, che lo spazio e la possibilità del lavoro venga calcolato sulle ragioni del profitto e non sul bisogno, sulla necessità delle persone. Questo significa esclusione dal lavoro di ampie fasce della popolazione. Quali? Le più deboli. E quali sono le fasce più deboli della popolazione oggi? I giovani, le future generazioni: da questo meccanismo economico si accetta che vengano escluse dall’orizzonte del benessere le generazioni giovani, che si affacciano sulla vita. Se vediamo il tasso di disoccupazione in Italia, mi pare si avvicini al 12% e quello giovanile sfiori o superi il 40%.

Che significa questo? Vuol dire che il diritto al guadagno è più forte del diritto al lavoro, che il diritto ad essere ricchi è più forte del diritto alla dignità umana. La ricchezza di alcuni, sempre meno, ha come prezzo il sacrificio della dignità, cioè del lavoro, di molti, sempre di più.

Un’altra annotazione che vorrei fare su questo meccanismo, e la fa il Papa esplicitamente, è che gli esclusi da questo meccanismo economico in atto non sono più gli sfruttati, né il proletariato, né il sottoproletariato. Il Papa dice che gli esclusi sono scarti, sono degli avanzi sociali che pesano e non servono. Il meccanismo non produce sfruttati, ma “scarti”, avanzi umani. Possiamo aspettare, forse neanche molto, per vedere quale sarà la discarica.

Il rischio, che è già in atto, è l’ottundimento della coscienza: quando certi fenomeni diventano fenomeni dilaganti, ampli, purtroppo assistiamo al fenomeno dell’abitudine sociale a questi: la coscienza delle persone non si ribella più, si rassegna, si adatta; vedendo che è dilagante il fenomeno dell’abbassamento, il livello della coscienza non tenta più neanche l’innalzamento, ma si abbassa, si adegua, si rassegna alla realtà, semplicemente prende atto e dà per scontato quello che accade come se fosse normale. Allora, siamo di fronte a quella che il Papa, con un’espressione straordinaria usata anche a Lampedusa, ha chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”. Il Papa annota che il benessere di alcune nazioni, e in esse di alcune fasce sociali, anestetizza le coscienze, spegne la vigilanza dell’intelligenza e della coscienza su ciò che accade: cioè il controllo umano sul meccanismo messo in atto tanto che potrebbe correggerlo o indirizzarlo, cessa, cosicché ,la coscienza e l’intelligenza rimangono, in certo senso, dirette da quel meccanismo che hanno posto in atto. Prende il sopravvento quello che noi, con un termine forse sprovveduto, chiamiamo l’egoismo: l’egoismo di categoria, l’egoismo di persone, l’egoismo di fascia sociale, l’egoismo di fascia cronologica o di età, sostanzialmente un criterio egoistico, che alza i muri dell’autodifesa, dell’autopreservazione rispetto a una crisi che è sempre più dilagante, più invadente; e alza in questo senso anche i muri dell’indifferenza. Il discorso non si pone tragicamente solo per quanto riguarda la frontiera del Mediterraneo, cioè l’afflusso delle persone nel continente europeo, ma riguarda la nostra stessa società italiana, le vicende interne al nostro Paese. Il prodotto di quello che stavamo dicendo non è solo il considerare un nemico l’immigrato, ma è la frantumazione sociale interna al nostro Paese, la disarticolazione della compagine della società italiana. E il prodotto finale è il naufragio della stessa categoria di “bene comune”, perché ciascuno è in ansia, è in tensione per preservare il proprio bene: bene di parte, bene di categoria, bene di persona, bene di famiglia, sia quel che sia, bene di generazione rispetto alle nuove generazioni, ma comunque la frantumazione del bene comune. Facendo naufragio la categoria di bene comune, ma anche quella di solidarietà sociale, ne nasce un conflitto incattivito fra categorie, fra corporazioni dentro la stessa società, dentro la stessa convivenza sociale, dentro la stessa città. Si accetta un’economia padrona, non un’economia che serve e che è funzionale alla persona, alla famiglia, alla vita. Mi è sempre rimasta in mente la frase di un vecchio Papa, che non aveva a che fare con tutti questi problemi, ma con altri, non migliori di questi: Pio XI, morto alla vigilia della seconda guerra mondiale. Lui diceva: “Il denaro è un ottimo servitore, ma un pessimo padrone”. Ecco, quello che veniva detto denaro,lo sta dicendo Papa Francesco dell’economia: questo è il frutto di un’economia diventata padrona, di un sistema economico che non è più al servizio, al servizio della persona, della famiglia, della vivibilità della vita, ma è rovesciato: la persona, la famiglia e la vita al servizio del sistema economico. Questo sistema economico, che usa la persona come strumento per il profitto, produce un disagio sociale, che non è più lo sfruttamento, ma è lo scarto sociale, l’avanzo umano.

Questo problema poi non viene più affrontato dal sistema economico in quanto tale, ma dalle politiche sociali dello Stato; il sistema economico non si fa più carico di questo, ma semplicemente produce il ferito e poi lo affida allo Stato, alla collettività per farlo curare, guarire o morire; il sistema economico persegue i suoi interessi, che sono settoriali e i problemi che crea li risolve la comunità, lo Stato. È questo il meccanismo, all’interno del quale il welfare è la ‘crocerossina’ dei feriti prodotti dal sistema economico, è quella che dopo la battaglia passa, conta i morti e, se e quando può, cura i feriti, facendo anche qui un calcolo economico: guarda caso, anche il medico ha gli stessi criteri di chi ha prodotto la malattia, e anche questo è un po’ allarmante! Perché? Perché sostanzialmente il meccanismo economico considera antieconomica la problematica sociale, quella problematica sociale che esso stesso ha prodotto, la considera una perdita, un danno economico e quindi ne attribuisce la competenza allo Stato, alla collettività.

Ma un sistema di questo genere, in cui l’economia funziona con propri criteri e per proprio conto, e scarica il costo sociale sulla collettività, quindi anche sulla fascia povera (su quegli stessi poveri che sono stati prodotti dal sistema e, in un secondo momento, costretti a pagare), mette in atto un meccanismo che è evidentemente pensato in funzione del mantenimento dello stesso sistema economico. Esso è troppo furbo per non accorgersi che, se ignorasse il problema del disagio sociale che lui cerca, incentiverebbe dei dinamismi di rivolta sociale, di rivoluzione, che porterebbero alla distruzione del sistema economico stesso. E allora, nel momento in cui produce la malattia, chiede a tutta la società, anche ai malati che ha prodotto, di curarsi o di farsi l’anestesia. Il welfare è questo. E, fatte salve le sue buonissime intenzioni, il volontariato non rischia anch’esso di essere inglobato in questa mentalità? Non rischia di diventare funzionale a questo tipo di sistema? Bisogna che stia attento, che abbia una coscienza sociale vigilantissima. Ecco perché prima dicevo che i profeti siete voi, che ponete il discernimento sulle vicende in atto.

La profezia cristiana, la presenza cristiana, il discernimento cristiano sul mondo attuale è segnato dalla Dottrina Sociale della Chiesa, la quale è riconducibile tutta, nella sua complessità, a un principio elementarissimo, ma fondamentalissimo: l’economia è per l’uomo, per la vita, non contro o a prescindere da. Allora che vuol dire l’economia per l’uomo? Permettetemi alcuni sogni.

Un’economia per l’uomo vuol dire un’economia che non produce strutturalmente, programmaticamente esclusione, ma inclusione, non produce scarto, ma accesso.

Un’economia per l’uomo vuol dire un’economia che ragiona e sceglie sull’orizzonte globale, in cui gli uomini non stanno soltanto al di qua del Mediterraneo, ma stanno anche al di là; quindi non è solo per l’uomo delle nazioni forti, avanzate, presentando poi il conto alle nazioni povere (le quali pagano in moneta di basso costo della manodopera, di facile discarica dei prodotti inquinanti, ecc…), ma per tutti gli uomini. Un’economia per l’uomo vuol dire un’economia che accoglie in sé, all’interno dei propri meccanismi, dei propri progetti, del proprio modo di ragionare, la preoccupazione dello stato sociale, come momento interno al meccanismo economico stesso: un momento importantissimo perché è una continua sorgente di umanizzazione del meccanismo economico stesso; si fa carico non assistenzialmente, ma umanamente e dignitosamente del problema sociale, che in parte esso stesso crea e a cui cerca di provvedere.

Un’economia per l’uomo vuol dire un’economia che guarda il lavoro come essenzialmente collegato alla dignità umana e diritto fondamentale di ogni persona, senza cui la persona non può compiutamente diventare persona, non può guardarsi con dignità, non può esporsi con dignità agli altri nelle relazioni, nei rapporti, nelle vicende sociali. Se il lavoro è questo, un’economia per l’uomo bisogna che si faccia carico che il bene lavoro sia offerto a tutti, con quelle forme, anche nuove, che si stanno sperimentando o che alcune scuole economiche stanno elaborando sulla condivisione della possibilità del lavoro. Se il lavoro è un diritto, non è possibile che programmaticamente ad alcuni sia negato e ad altri garantito. E questo va pensato non soltanto in chiave sincronica, ma anche diacronica, cioè con lo sguardo alle future generazioni, con una solidarietà in orizzontale, fra noi che ci siamo oggi, ma anche in verticale, nella catena generazionale con quelli che verranno.

Un’economia per l’uomo vuol dire un’economia che promuove il criterio della solidarietà, della prossimità e considera quelli che hanno un passo debole non come persone che devono essere raccattate dall’ambulanza dietro il corteo, ma piuttosto calibra il passo sulle loro possibilità sostenendoli, aiutandoli, supplendoli, integrandoli, non rimorchiandoli assistenzialmente.

Un’economia per l’uomo vuol dire un’economia che ha dentro di sé la preoccupazione ecologica, che ancora una volta non è quella immediata del profitto, ma è interna al sistema stesso, ai metodi, alle procedure e quindi non solo non dissipa il capitale umano, ma neanche quello della creazione.

In sostanza la profezia cristiana, quindi la vostra profezia, nel mondo del lavoro e dei meccanismi economici deve avere queste attenzioni: un’economia amica dell’uomo, della sua dignità (il diritto al lavoro) e delle sue relazioni (la famiglia, prima fra tutte); un’economia amica del futuro, che non divora il futuro per mantenere il presente, ma genera il futuro, e quindi l’attenzione alle giovani generazioni; un’economia amica del creato, e quindi non soltanto l’utilità economica, ma la sostenibilità ecologica di quello che facciamo; un’economia possibile ai deboli, ai poveri, e quindi che sceglie di fare propria e di inserire nel proprio alfabeto, nei propri metodi, la preoccupazione per il welfare, per lo stato sociale: pensare a un’economia che sia amica della felicità è proprio impossibile, è soltanto un sogno?

Tradurre queste idee in concretezza tocca a voi laici: siete voi che avete la grazia, la responsabilità, la luce, il rischio e la faccia tosta per giocarvi su queste frontiere.

+ Mansueto Bianchi

Assistente Ecclesiastico Generale di Azione Cattolica Italiana

Documenti: