La fatica della speranza (Mc 4,3-9)

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Lectio divina di Mansueto Bianchi – 19 settembre 2014

Ci raccogliamo stasera attorno al capitolo 4 di Marco, dal versetto 1 al versetto 20. Abbiamo sentito la proclamazione del testo, ma vorrei limitare la mia riflessione soltanto ad una parte di esso. Vale a dire alla parabola iniziale, i versetti dal 3 al 9, perché la spiegazione della parabola, con le diverse tipologie del terreno  e l’applicazione alla situazione di vita degli uditori, rappresentano con tutta probabilità una antichissima interpretazione della parabola usata nella Chiesa a scopo catechetico, a scopo esortativo, forse recuperando materiale dell’insegnamento di Gesù. Ma, in un certo senso, indirizzano la comprensione della parabola verso un orizzonte che non era, almeno non del tutto, quello originale in cui la parabola del seminatore è risuonata. Allora il testo su cui ci soffermiamo stasera è il capitolo 4, dal versetto 3 al versetto 9. E vorrei intitolarla così: la fatica della speranza.

Anzitutto una riflessione sul contesto, e poi alcune considerazione sul testo.

Il contesto della parabola del seminatore. Siamo in un momento del ministero galilaico di Gesù, e non in un  momento qualsiasi, ma in un momento in cui il ministero di Gesù in Galilea scricchiola, comincia pericolosamente a cedere. Sta iniziando quella che gli studiosi chiamano la crisi del ministero in Galilea. La fine del capitolo 3, che ha immediatamente preceduto il nostro testo, ci ha parlato di una forte tensione di Gesù nei confronti degli scribi, ma ancora di più ci ha parlato di uno scontro con i suoi, terminologia generica, un po’ difficile per noi da specificare. Forse i suoi discepoli, forse la cerchia di chi gli sta attorno, forse i suoi stessi familiari, i quali dicevano: è fuori di sé (Gv 10,20; Mc 3,21). E ci ha parlato ancora di un rapporto teso, di un rapporto disagiato con la sua stessa famiglia: sua madre e i suoi fratelli. Dunque il clima nel quale la parabola del seminatore si colloca è un clima di crisi, di una vicenda che si sta sgretolando, di una vicenda che si sta sfaldando. Gesù e i dodici stanno iniziando a sperimentare il fallimento del ministero in Galilea. E quale è il motivo della crisi? Quale è il motivo della disaffezione, dell’abbandono? La crisi è scatenata dalla delusione. Delusione di cosa? Delusione perché? Perché si comincia a constatare, sia nel cerchio ristretto dei dodici, sia in quello più ampio della folla, uno scarto tra la grandezza di ciò che Gesù annuncia (pronunciare la parola regno di Dio era fatidico in quel tempo e in quel luogo) e la pochezza di quel che accade. La pochezza che lui è, la pochezza della sua opera e della portata della sua opera. Da un lato l’enormità della speranza, dell’aspettativa messa in moto, innescata dall’annuncio del regno di Dio - Il regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al vangelo (Mc 1,15), comincia così la predicazione di Gesù in Galilea) - e dal poco che accade. Anzi, dal nulla che accade, dal poco che Gesù riesce ad offrire, riesce a realizzare. Comincia cos la delusione, la delusione della folla, la delusione dei suoi, dei suoi seguaci, perfino la delusione, possiamo immaginare quanto amara, della sua famiglia. Allora il clima nel quale il Vangelo di stasera ci colloca è l’amarezza del deluso, di colui che aveva fortemente sperato, di colui che aveva intensamente investito e poi dice: ma è tutto qui?, e non si riconosce più in ciò che aveva fatto e in ciò che era stato. Se mi permettete un’espressione, vorrei dire così: il clima in cui si colloca la parabola di stasera è l’amarezza, la delusione e lo scetticismo del post. E’ un termine che oggi usiamo spessissimo. Diciamo di essere dei post-cristiani, di essere dei post-moderni, quasi perché non abbiamo modelli di riferimento per leggerci, per definirci, per giudicarci. La delusione, l’amarezza, il cinismo del post. Forzando forse un pochino i termini, potremmo cogliere una analogia con la situazione in cui si trova a vivere oggi la comunità cristiana come post-cristiana, che annuncia il vangelo in una cultura post cristiana. Ed allora il clima che constatano attorno a sé è ancora una volta il clima del disinteresse, della sufficienza, della indifferenza. E qualche volta c’è anche un goccino in più: del disprezzo e della esclusione. Vuol dire che il cuore, la mente e la vita ormai guardano da un’altra parte. Il cristiano appartiene alla categoria del post. La Chiesa si colloca fra le due parentesi dell’ormai. Allora stiamo misurando la fatica della speranza.

Gesù risponde a questo clima. Gesù assume questa situazione e risponde con le tre parabole del quarto capitolo di Marco. E tutte e tre le parabole parlano del seme: il seminatore che esce a seminare (quella che abbiamo ascoltato); la potenza del seme che di notte e di giorno, come il seminatore stesso non sa, cresce e fruttifica; e la terza parabola, quella del grano e della zizzania che cresce insieme al grano. Attraverso queste tre parabole del capitolo quarto Gesù ammette una cosa: dice che è vera la piccolezza, è legittima la delusione. Egli non viene dicendo ai suoi ascoltatori, ai suoi discepoli “Ma che dite? Ma che giudicate? Ma che state sciupando con i vostri giudizi?”. No, è la verità! E’ vero lo scarto, è legittima l’esperienza della delusione di fronte al Regno. Però l’esperienza del fallimento spinge Gesù, e attraverso Gesù chiede al mondo di leggerlo con un alfabeto diverso. Leggiamo con un altro alfabeto l’esperienza del post. Leggiamo con un altro codice, decodifichiamo con un altro codice la situazione che ci sta incidendo la pelle, che ci sta solcando la vita. Leggiamolo con l’alfabeto di Dio. Ed è quello che Gesù fa attraverso le tre parabole, le tre parabole sul seme. Tutte e tre le parabole del quarto capitolo sono giocate sul contrasto, sono giocate sull’antinomia, sia quella del seminatore, sia quella della potenza del seme che cresce, sia quella del granello di senapa. Tutte e tre le parabole sono poste sotto il segno dell’antinomia, del contrasto tra ciò che è inizialmente e ciò che è alla fine, tra ciò che appare e ciò che avviene nella profondità della realtà. Il contrasto in questa parabola che abbiamo ascoltato è siglato nei numeri: trenta, sessanta, cento e uno. Un chicco di grano che ne fruttifica trenta, sessanta, cento. Una misura impossibile, una misura non immaginabile, non codificabile se pensiamo che al tempo di Gesù la fruttificazione media di un chicco di grano era calcolata da uno a sette, otto, e quando andava bene uno a dieci, undici. E dice uno a trenta, uno a sessanta, uno a cento! Allora si tratta di una riuscita che è in gestazione dentro un’apparente fallimento. Si tratta di una grandezza che è velata dentro i segni della piccolezza. Si tratta, per dirla con dei termini definitivi, di una vita che si genera dentro la morte, ed è quello che questa parabola ci presenta: tre casi di insuccesso. La strada: e subito gli uccelli la beccano; il terreno pietroso: e non può mettere radici; il terreno inondato dagli sterpi: le radici le mette ma gli sterpi la soffocano. Tre casi di fallimento ed un caso di successo. Sono questi contrasti, sono queste antinomie presenti nella vita di Gesù, ma che appartengono alla vicenda stessa del regno di Dio. Sono i contrasti, le esperienze, i percorsi che noi sperimentiamo nel nostro cammino di Chiesa, nella nostra stagione di Chiesa. Cioè il Signore, il Regno, il Vangelo, stanno dentro la storia, stanno dentro la vita, ma non sotto il segno del trionfo, ma sotto il segno della piccolezza, sotto il segno della irrilevanza, sotto il segno dell’umano limite. Se noi uomini, con le nostre categorie, dovessimo classificare, etichettare, faremmo quello ch e scrive San Paolo: scriveremmo tutte queste cose, Gesù Cristo, il Regno, il Vangelo, sotto la categoria delle cose che non sono, perché umanamente non sono. E’ questa la prova con cui il Regno sta dentro la storia, è questa la modalità con cui il Signore compie la sua traversata della storia insieme con noi. Allora tutto il capitolo quarto - le tre parabole in particolare - è un appello alla fiducia, alla speranza, è un appello a fidarci di Dio, a consegnarci radicalmente alla sua logica, al suo stile, al suo modo di essere, perché quello che Gesù ci viene dicendo è che Dio è chicco dentro la storia, il Regno è chicco dentro la storia. Ci dice che Dio è piccolo, Dio è povero, Dio è fragile, Dio è trascurabile, secondo le gerarchie delle grandezze umane. Allora tutto questo capitolo del Vangelo di Marco è un cercare, è un tentare di aprire alla Chiesa la faticosa strada della speranza, la faticosa strada della fiducia, parlando ad una Chiesa scoraggiata, ad una Chiesa che continuamente si percepisce come collocata nella categoria del post. E la parabola appare come il decalogo della speranza per un tempo difficile, per un tempo inaridito.

Avviciniamoci più dettagliatamente al testo che abbiamo ascoltato. E’ possibile individuare tre motivi di speranza, tre motivi di fiducia, tre motivazioni che reggono, sostengono la fatica della speranza. Il primo motivo, il primo elemento di speranza che la parabola ci consegna è la forza del seme. Sarà ancora più esplicita la brevissima parabola che segue poi. Il seme è la parola di Dio, il seme è il regno di Dio, il seme è la stessa persona di Gesù, in nazareno, questa pochezza di umanità in mezzo a noi, sulle strade della Palestina. E Gesù dice che la parola di Dio, il regno di Dio, la sua persona, ha la forza di Dio dentro di sé. Allora dobbiamo cambiare il codice dei nostri giudizi, dobbiamo passare, convertirci dai nostri criteri di giudizio a quelli che sono i criteri di Dio, che da ciò che è umanamente morto sa trarre la vita, e la Pasqua a Gerusalemme sarà l’evidenza di questo. Certamente la parabola ci dice anche qualcos’altro, dandoci questo primo motivo di speranza, questo primo elemento di speranza. Ci dice che Dio non ha i nostri calendari, e perciò non possiamo porgli scadenze. A noi appartiene la pazienza e l’attesa. Ci dice che la nostra vittoria, la nostra fecondità è nel fidarci di lui, è nell’affidarci a lui, è nel confidare nella potenza della Parola e del Regno, nel consegnarci alla potenza inerme del Vangelo. Questo è ciò che ci viene chiesto, questo è ciò che viene affidato alla Chiesa. C’è un secondo elemento di speranza, che la parabola ci affida e ci chiede, ed è nella figura del seminatore. Questa figura, prima di alludere ai discepoli, prima di alludere a noi, allude a Dio che semina la sua Parola, allude a Gesù che annuncia il regno di Dio. Cosa dice Gesù di questa figura, il seminatore? Una frase secca: il seminatore uscì a seminare. Ripeto, è un’enunciazione secca, assoluta, è un’enunciazione rocciosa, è un’enunciazione affidabile. Il seminatore uscì a seminare. E da questa affermazione prende inizio tutto il movimento della parabola. Allora questa affermazione è come la roccia su cui poggiare la fatica della nostra speranza, è come la roccia su cui porre i fondamenti della nostra speranza, alla quale consegnare la nostra fiducia. Perché questa affermazione ha una solidità, ha una rocciosità che non si sbriciola, che non si sgretola. Ma vorrei aggiungere, in questa figura de il seminatore uscì a seminare, che è leggibile anche la vicenda umana di Gesù,  la vicenda della sua fede, della sua speranza. E’ leggibile anche la fatica che lui, come uomo, ha fatto per continuare a credere, per continuare a spendersi, a fidarsi del Padre anche quando vede che umanamente la vicenda dell’annuncio del Regno gli si sta sgretolando in mano. Questa fatica dell’umano sperare, dell’umano fidarsi da parte di Gesù nelle mani del Padre è colta con profondità dalla Lettera agli Ebrei, con una profondità che fa tremare la penna e il pensiero dei teologi speculativi. La lettera agli Ebrei scrive che il figlio imparò l’obbedienza dalle cose che patì (Eb 5,8).  L’umanissima vicenda di Gesù è nella nitidezza, ma anche nella robustezza di questa immagine secca: il seminatore uscì a seminare. Il seminatore comunque semina, indipendentemente dai terreni, indipendentemente di risultati. E’ quanto è richiesto alla Chiesa, è quanto è richiesto a noi, anche in stagioni apparentemente aride, improduttive, come quelle che stiamo vivendo. Non ci appartiene la scelta del terreno, non ci appartiene la scelta o la selezione dei destinatari, delle persone, non ci appartiene la decisione sulla fruttificazione, non ci appartiene la determinazione delle stagioni. Ci appartiene soltanto l’uscire a servire. Il seminatore uscì a seminare. Punto! Ed è un gesto di fatica, è un gesto di umana perdita, perché seminare vuol dire prendere del tuo e gettarlo, prendere di ciò che è tua sicurezza, tuo possesso, tua affidamento e buttarlo verso il rischio, metterlo nel gioco della non riuscita, del fallimento. E’ un gesto di fatica, di umana perdita, quasi di distacco, di inutilità.

Alla nostra Chiesa, in questa stagione, in questo 2014, in questo inizio di terzo millennio, alla nostra Chiesa, qui in Italia, è chiesta la fedeltà a questo gesto, senza se e senza ma. Una fedeltà crocefissa, perché  è fedeltà ad un gesto umanamente perdente. Eppure quel gesto il seminatore uscì a seminare, quel gesto è un gesto di amore radicale al Signore, è un gesto di servizio generoso alla Chiesa. E se ci pensiamo bene, è anche un gesto antropologico, è anche un gesto di sostanziale fiducia nel cuore e nell’intelligenza delle persone. Scriviamocela nel cuore questa frase. Ogni mattina, quando ci alziamo dal letto e giriamo il foglio bianco della nuova giornata, in cima, come titolo scriviamoci così: il seminatore uscì a seminare. E sotto quel titolo la storia di quella giornata, sotto quel titolo la storia della nostra vita.

C’è un terzo elemento di speranza, ed è che la spiga è già nel chicco, nel chicco che il seminatore getta nella terra. Il regno di Dio cioè non è soltanto nel futuro, il regno di Dio non è soltanto all’orizzonte, il regno di Dio è già, il regno di Dio è dentro, il regno di Dio è dentro quella piccola parola che tu pronunci, il regno di Dio è dentro quel piccolo gesto che tu compi, è dentro quella fatica che tu fai, il regno di Dio è dentro quel servizio di cui tu ti carichi, il regno di Dio è dentro quell’amarezza e quella delusione che tu provi, il regno di Dio è nei piccoli risultati che tu raggiungi. Il regno di Dio, che è già dentro il chicco, quella spiga che è già dentro la povertà, , lo si può riconoscere se lo si guarda con occhi nazaretani., con occhi innamorati delle piccole cose, con occhi che non vanno cercando cose grande o più alte di noi. La presenza del regno di Dio nella piccolezza del chicco la riconosci se guardi le piccole cose con gli occhi di Maria. Allora il regno di Dio è già nelle tue mani, è già nei quarti d’ora di questa giornata che hai vissuto, è già nelle relazioni frettolose o profonde che hai intrecciato, ma è sotto il segno della piccolezza, dell’apparente trascurabilità e dell’umana insignificanza. Quelli che ti appaiono aridi grani di sabbia, cioè le vicende solite del tuo quotidiano, le vicende grigie della tua giornata, quelli che ti appaiono aridi grani di sabbia in realtà sono delle gemme,  sono la primavera del regno di Dio che sta sbocciando nella sabbia del nostro deserto, che sta fiorendo nell’aridità dei nostri quotidiani. E per ogni chicco ce ne saranno cento.

Ecco allora l’ultimo affidamento, l’ultima consegna che la parabola che abbiamo ascoltato stasera ci fa. La vorrei esprimere non con un concetto ma con una immagine. La parabola che abbiamo ascoltato ci lascia stasera in una mano un pugno di sabbia: è la pietra, il terreno roccioso di cui parlava, sono i pruni di cui ci diceva, è la strada dura su cui gli uccelli subito beccano il grano. In una mano un pugno di sabbia e nell’altra una gemma verde: il trenta, il sessanta, il cento per uno. Tra i due palmi della mano c’è un ponte, c’è la strada che ogni giorno dobbiamo percorrere, la strada che porta dall’aridità della sabbia alla fecondità, al verde della gemma. E’ la strada della fiducia, è la strada della fatica della speranza, è la strada della fiduciosa fedeltà del seminatore che siamo.

(Testo tratto dalla registrazione. Non rivisto dall’autore)

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