Veglia di preghiera - XV Assemblea nazionale

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Cari amici, che cosa abbiamo ascoltato? La risposta potrebbe essere perfino scontata. Abbiamo ascoltato un brano di Vangelo, una parabola dal Vangelo di Matteo. E, io dico, qualcosa di più. Perché ci sono dei momenti, ci sono dei passaggi in cui il Vangelo si apre come una corolla e ci consegna il proprio cuore. Stasera, attraverso la parabola che abbiamo inteso, abbiamo incontrato il cuore rosso del Vangelo. E qual è il cuore rosso del Vangelo? È riducibile e sintetizzabile in una parola: misericordia. Al centro del Vangelo, il cuore rosso del Vangelo è la parola misericordia. Perché? Che cos’è la misericordia? La misericordia è l’amore che si volge a chi è lontano. La misericordia è l’amore che percorre tutto lo spazio umano, sino ad abbracciare la geografia del «no», la geografia dell’indifferenza e del rifiuto. La misericordia è amare non secondo il merito di una persona, ma secondo il bisogno di una persona. E perciò è amare di più chi ha meno titoli per essere amato. La misericordia è lo stile con cui Dio ama. La misericordia chiede di diventare, attraverso il cuore rosso del Vangelo, il nostro modo di amare. Il modo di amare, della Chiesa e nella Chiesa, di ogni discepolo del Signore.

La parabola che abbiamo ascoltato, chiede allora che questo divenga il nostro modo di relazionarci, il nostro modo di creare rapporto tra di noi. Chiede che la gratuità, il dono, la cura dell’altro appartenga al nostro modo di essere, al nostro modo di essere persona, al nostro modo, proprio perché persona, di essere insieme, e quindi chiede che il dono, la cura, la gratuità, l’attenzione all’ultimo appartenga al nostro modo di fare città, di fare civiltà, appartenga al nostro modo di fare anche relazione economica, economia.

Abbiamo ascoltato poco fa una testimonianza. Io guardo con preoccupazione a chi pensa che per uscire dalla crisi si debba incentivare il modello consumistico e mercantilistico che alla crisi ci ha condotto. Guardo con preoccupazione a chi dice che la porta di uscita è la stessa della porta di entrata. E questa porta, non è ben chiaro, ha una identità precisa che non è solo economica, ma direi è antropologica nella sua radice, è modo di vedere, di intendere, di vivere la vita, che poi diventa anche un modo di vivere le relazioni economiche. La porta di ingresso della crisi si chiama individualismo. L’individualismo dei soggetti, l’individualismo delle corporazione, l’individualismo dei segmenti di società. Guardo con preoccupazione a chi coniuga soltanto i verbi del ritorno. Ritornare a consumare, ritornare a produrre, ritornare a spendere, come se la strada verso il futuro fosse la strada del ritorno al passato. Io credo che quello che stiamo vivendo, quello che è scritto in maniera cruenta sulla nostra pelle e sulla pelle di queste nostre generazioni, ci chiede di cambiare il modello delle relazioni, di cambiare il modello anche della relazione economica. Una economia dove c’è spazio per la gratuità, dove c’è spazio per il dono. Non accanto alla vicenda economica, non dopo la vicenda economica, dentro il momento economico. Credo che ci chiede di cambiare un modello di economia e di volgerci ad un progetto dove c’è strutturalmente attenzione per chi è fragile, per chi non ha la forza da solo di stare al centro, di rimanere al centro. Dove non si pensa che il mercato, che il capitale fa i suoi massacri sociali, fa la sua macelleria umana, e poi arriva la società, la preoccupazione sociale, la politica sociale; e poi arriva il volontariato, e poi arriva la Chiesa, che subentrano a fare le crocerossine del massacro che è stato compiuto, che subentrano a curare i feriti e a seppellire i morti. Perché questo è fare il gioco dei massacratori.

 Penso ad una economia che pone al centro la persona e la famiglia come il più prezioso dei beni, come il più grande dei tesori. Penso ad una economia che non mira al benessere di qualcuno, che non mira alla ricchezza dei pochi in un mare crescente (lo abbiamo inteso poco fa) di precari e di poveri. Dico che una economia amica dei popoli, una economia amica della famiglia, della persona, della felicità, è possibile, e potrebbe essere, e dovrebbe essere il frutto bello dell’amarezza di questa crisi. Potrebbe essere, anzi, è il frutto bello di quella novità di vita, di quelle persone nuove – è l’Assemblea che stasera iniziamo – che noi diventiamo, che noi siamo in forza dell’incontro con il Signore. Scrive San Paolo: «Chi è in Cristo è una creatura nuova» (2Cor 5,17). E proprio questa novità genera nuove relazioni tra le persone: relazioni ecclesiali, ma anche relazioni sociali, relazioni economiche. Una economia, dicevo, amica della felicità. E questo mi pare che non sia il mio pensiero, ma sia un modo dire, sciupandolo il contenuto della «Caritas in veritate» (cf. n.45).

Occorre perciò che dentro lo scrigno del cuore – perché non è soltanto un problema di struttura e di organizzazione e di meccanismi – ci sia non l’idolo dell’interesse (abbiamo ascoltato all’inizio le parole del Papa) ma il dono, non l’dolo del possesso, ma del servizio, della misericordia (come abbiamo detto all’inizio). Ci sia cioè il gesto del padrone della vigna, di cui ci parlava il cuore rosso del Vangelo, il gesto del padrone della vigna con cui integra giustizia e misericordia, giustizia e gratuità, e dona lo stesso denaro, dona la stessa dignità, la stessa possibilità di futuro, anche a chi, nella sua giornata, ha potuto fruttificare solo per un’ora.

+ Mansueto Bianchi

(Testo tratto dalla registrazione, non rivisto dall’autore)

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