Le “Passioni” dell’Azione Cattolica. Quale spiritualità per l’Ac?

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Lectio (Mt 13,24-30) di + Mansueto Bianchi - Convegno nazionale Assistenti, 19/22 gennaio 2015

Ci stiamo muovendo collocandoci nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo. Il tema di questo capitolo, il discorso in parabole, potremmo enuclearlo così: il regno, come opera di Dio, il regno decifrato nella sua radice, come mistero di Dio che si attua in mezzo a noi. Allora un regno tanto diverso da come noi ce lo attenderemmo, tanto diverso anche da come saremmo tentati di costruirlo, se non ritorniamo ogni giorno a quella conversione che il Vangelo segna per noi. Di fronte ad un capitolo come questo, che ci mette dinanzi al regno come mistero, al regno come progetto e opera di Dio dentro la storia, dobbiamo collocarci con un ascolto puro, o se volete in puro ascolto. Perché è il Signore che ci presenta il suo progetto, ci presenta il progetto del Regno, il che vuol dire lo scopo il perché della sua vita e della nostra. Il capitolo 13 inoltre, il discorso in parabole, comprende sette parabole. A nessuno sfugge il valore simbolico di questo numero, sette, che vuol dire una completa presentazione, una completa consegna e annuncio del Regno di Dio, del mistero del Regno da parte di Gesù. Ed ancora, una riflessione vorrei prenderla sul fatto che si tratta di parabole, o di parabola nel testo che abbiamo letto. E parabola vuol dire che non è un teorema, che non è una enunciazione immediatamente dottrinale, non è una geometria concettuale quella che abbiamo ascoltato: è una direzione di ricerca, una direzione di cammino, una strada avviata nella quale inoltrarci e da portare avanti. La parabola è come un pertugio, una finestra aperta su un panorama che è molto più ampio della finestra stessa. Allora questo giustifica il perché del nostro ritorno, del nostro ripetuto tornare ai testi del Vangelo nelle diverse stagioni della vita, con un patrimonio diverso di fede, di esperienza, di errori certamente, accumulati lungo la strada. Ritornare al testo del Vangelo, al testo della parabola, per riprendere, per rielaborare la stessa immagine, la stessa parabola in modo nuovo, in un modo più ricco e anche più mordente, più aderente alla stagione della vita. Noi ci fermeremo sulla sola la parabola della zizzania e del buon grano, non sulla sua successiva spiegazione, quella che trovate nei versetti dal 37 al 43. Questa spiegazione, come quella che l’ha preceduta sui diversi tipi di terreno, sui quali cade il seme della Parola, questa spiegazione appare come un applicazione ecclesiale, una riflessione della chiesa di Matteo sulla parabola di Gesù. D’altra parte anche a livello letterario i due momenti della parabola, l’enunciazione della parabola, e l’applicazione della parabola sono separati tra di loro, e sono intercalati da altre due parabole, segno che l’autore stesso, l’evangelista stesso pensava o supponeva che il lettore facesse una prima applicazione della parabola anche a prescindere da quella spiegazione e da quella applicazione che la chiesa di Matteo ne dava. Dunque quello che noi facciamo stasera non è una violenza al testo, ma è in un certo senso un seguire, un lasciarci condurre dalla pedagogia del testo. Dopo queste considerazioni preliminari vorrei entrare in un commento più diretto al testo stesso, cogliendo alcuni snodi nel testo che possono essere parole, frasi, immagini. C’è una prima parola sulla quale vorrei soffermarmi, e la prima parola è la parola campo. È una parola evocativa, una parola che ha una frequenza di decorrenza dentro la Bibbia, e il campo è il mondo, così come il Vangelo poco dopo lo interpreta nel versetto 38, e il mondo è perciò la storia, la nostra storia, la nostra vicenda oggi è il campo. Ma il campo è anche la comunità, la mia comunità, il campo è la Chiesa, il campo è quel gruppo, quella comunità cristiana, quell’aggregarsi di discepoli che noi chiamiamo l’Azione Cattolica. Il campo è la mia vita, è il cuore di ogni persona. Beni del campo, di questo campo che evoca tanti ambiti di applicazione, tanti possibili riferimenti, di questo campo viene data una visione non pietista, ma una visione drammatica. La storia, la Chiesa e il cuore sono campi contrastati, sono campi popolati di tensione, sono campi di battaglia. Perché nel campo, nel mio campo non tutto è grano, il che vuol dire che non tutto è bene, non tutto è bello, non tutto è giusto. Noi penseremmo che sia bello, sia bene, sia giusto, come gravitazione perché è mio, perché è il mio campo; e non è così. Nel campo si dà una presenza inquietante, ed è quella presenza che il testo chiama zizzania. Vorrei cogliere alcuni aspetti, perché penso che questa parola sia come una cifra che noi dobbiamo decifrare, che noi dobbiamo decodificare, cioè percorrere degli itinerari di comprensione ma anche di applicazione di quel simbolo che è indicato come zizzania.

Allora vediamo che cosa è la zizzania. Il primo elemento che colpisce è questo: la zizzania assomiglia al grano, ma fa semi neri. La zizzania è, potremmo dire, la caricatura del grano. Quando nasce sembra grano, per questo si nasconde, si confonde con il grano dentro il campo, ma quando spiga, quando fruttifica, allora si evidenzia che cos’è, allora si riconosce bene dalla spiga, da ciò che produce che cos’è la zizzania. Risuona la parola di Gesù: “Dai loro frutti li riconoscerete”. Siamo nello schema del lupo vestito da agnello. È difficile, o forse non è sempre possibile, riconoscerla quando nasce e quando cresce, perché non la si riconosce dalle intenzioni che dichiara, non la si riconosce da come si giustifica, da come si presenta, dalle urgenze che dichiara a cui voler rispondere, di voler soddisfare, la si riconosce per il contrasto, per la discontinuità con il campo di grano, con l’ambiente nel quale si immette. La si riconosce dal frutto, la si riconosce dalla spiga, perché fa il seme nero, non dorato come quello del grano, e perché non è commestibile, cioè non produce, non promuove la vita ma promuove la morte, è velenosa. Un’immagine che chiede di essere decodificata, interpretata, ma poi chiede di essere applicata, chiede a sua volta di decodificare, di interpretare la vita del lettore, il tempo del lettore, noi stasera. Attraverso l’immagine della zizzania il Signore ci sta dando un alfabeto, ci sta dando un alfabeto per il discernimento, però il discernimento di quello che c’è nel campo, di quello cioè che c’è nella storia, di quello che c’è nella Chiesa, per il discernimento di quello che io mi porto dentro, di quello che io porto nel cuore. Allora la sfida è questa: ciascuno di noi provi a pronunciare i nomi della zizzania, ciascuno di noi provi a pronunciare i nomi di quei semi neri che ci portiamo dentro. Quei semi che ci vediamo attorno. Diamo un nome alla zizzania. Dopo aver decodificato il nome della zizzania con quel nome decodifichiamo la nostra realtà, la nostra realtà interiore, personale, il cuore, e la nostra realtà contestuale, ambientale, che si allarga a cerchi concentrici, ed la nostra Associazione, sono le nostre parrocchie, i nostri presbiteri, le nostre chiese, il tempo, il mondo, la storia nella quale siamo immersi, nella quale siamo tuffati. Per questo noi ci raccogliamo in questi giorni per parlare delle tre passioni dell’Azione Cattolica, passioni che configurano la sua spiritualità, i suoi percorsi pastorali, ma configurano anche la nostra identità, configurano l’identità di tanti e tanti laici nella Chiesa italiana. La passione per la vita, la passione per la laicità, la passione per la Chiesa, certamente sono tre coordinate, sono tre coordinate che indicano come delle gravitazioni di qualità, ma anche della gravitazioni di tradizione, di storia, che appartengono al patrimonio nativo dell’Azione Cattolica. Ma forse nella luce di questi tre chiarori, con riferimento a queste tre coordinate, noi possiamo pronunciare anche i nomi della zizzania, anche i nomi della zizzania che inevitabilmente si intrecciano con il buon grano in quel campo che è l’Azione cattolica, e che sono le nostre associazioni.

Il male più rischioso, il più subdolo come la zizzania, è quello che assomiglia al bene, come la zizzania assomiglia al grano, soprattutto nel suo nascere e nel suo crescere. Ben diversi sono poi gli esiti. Ma quel male che nel nascere, nel crescere si ammanta di bene, si intonaca di bene. Vorrei fare alcuni esempi in questo pronunciare i nomi della zizzania. Sono soltanto alcuni, ma è per dare l’avvio a quello che può essere, se volete, il lavoro di ciascuno di noi, personalmente. Per esempio la falsa pietà, che contrabbanda sotto il manto della pietà la violenza contro la vita umana. Penso ai due estremi, penso all’aborto, penso all’eutanasia, penso all’emarginazioni, talora adorate, talora mano, di coloro che sono insignificanti o improduttivi per tanta parte della cultura attuale. Un altro nome della zizzania è la dignità umana, e tutto ciò che sotto questo nome si tenta di far passare. Ed ancora: la libertà, un tema esplosivo in queste giornate. La libertà. Quando sotto il mantello della libertà noi poniamo l’arbitrio, l’offesa, l’aggressione anche morale a quelli che sono i valori più gelosi e decisivi nella vita delle persone. Ho sentito teorizzare in questi giorni anche al radiogiornale il diritto alla blasfemia sotto il tema della libertà; questo senza voler giustificare assolutamente niente di ciò che è successo, perché lo spazio della libertà autentica lo si difende nel rispetto della libertà dell’altro e con i percorsi democratici, non certamente con l’aggressione e l’oppressione fisica. Un nome possibile della zizzania oggi è per il bene, perché mi piace, per il bene perché lo sento così. Ed ancora, perché è vero, la verità, quando la verità la si confonde con una facile evidenza con ciò che è maggioritariamente condiviso, con il lo dicono tutti, lo pensano tutti e quindi lo fanno tutti; ancora un ammanto della zizzania che assomiglia al grano, è il bene: questo è bene, questo è buono, perché io lo voglio, perché io lo desidero, la felicità, perché ho quello che desidero, perché faccio quello che voglio. Ripeto, sono molti i nomi della zizzania che nel sorgere e nel crescere assomiglia al grano. Sono gli elementi di contrabbando, il modo con cui dentro l’involucro del grano, il tempo, in una stagione come la nostra, vengono contrabbandati o semi neri della zizzania.

Ma il campo su cui stiamo riflettendo contiene insieme il grano e la zizzania. È luminosa, ed è anche sconvolgente la frase del padrone del campo: “Lasciate che crescano insieme”. Il campo è caratterizzato dal grano e dalla zizzania, insieme. E anche qui vorrei fare un’applicazione, un riferimento alla nostra situazione, soprattutto alla nostra vicenda ecclesiale, dicendo semplicemente così, proprio nella luce di quell’insieme: la chiesa è gente, la chiesa è popolo, la chiesa è insieme, non è selezione, non è elite, non è perfezione secondo l’antico schema gnostico che da sempre ha tentato il cristianesimo. La chiesa siamo noi, e se siamo noi possono essere veramente tutti. La chiesa è come le folle nel Vangelo che si stringevano attorno a Gesù. La chiesa è come la casa di Pietro a Cafarnao: ricordate il capitolo 2 di Marco? La casa di Pietro a Cafarnao, dentro la quale si affolla la folla del villaggio, tanto che non c’entra tutta e ci sono anche quelli fuori della porta, e c’è da metterci dentro anche il paralitico, e allora questa chiesa deve essere spalancata da tutte le parti, deve essere una chiesa spalancata perfino nel soffitto, perfino nel tetto scoperchiato perché ci sia posto per un uomo in più, per un paralitico in più, perché possa a vivere anche lui un incontro che lo sana, a vivere quell’incontro che lo salva. Nello stesso campo, Adam, nella stessa terra, che è terrà e che è Adamo, che siamo noi, è seminato insieme e cresce il grano e la zizzania. E questa è una verità anche per quel campo che è la Chiesa. E mettendo la parabola del grano e della zizzania sotto il segno di quella parola, di quellinsieme, lasciate che crescano insieme, Gesù differenzia moltissimo il regno che lui sta annunciando dalle categorie fondamentali con cui il giudaismo del suo tempo pensava al regno, pensava al popolo messianico. I farisei e gli scribi per esempio, secondo i quali la comunità messianica è composta solo dagli osservanti, solo da coloro che potevano osservare i 600 e più precetti della legge; è composta dai perfetti, dai separati (farisei significa questo: significa separati, non come gli altri, non insieme, esattamente l’opposto), dalla parola usata da Gesù il regno atteso dai farisei e dagli scribi, esattamente l’opposto. Il regno per i farisei è separazione, per Gesù è insieme. Separati dai peccatori, separati dagli ignoranti, separati dalla gente rozza, separati dal popolo delle campagne, separati. Loro sono il regno. È un concetto molto diverso anche rispetto a quello degli zeloti. Gli zeloti pensavano al regno messianico come ad un evento politico, ad una dimensione politica, pensavano ad un regno messianico come ad regno politicamente purificato, purificato prima di tutto dai romani, purificato dagli erodiani che con i Romani collaboravano, purificato dai sadducei che erano l’aristocrazia del paese e i collaborazionisti del paese; pensavano ad un regno che fosse militarmente trionfante e loro lo facilitavano eliminando fisicamente quelle persone che appartenevano alle categorie ora dette. In certi momenti verrebbe da pensare che la storia è da sbadiglio, talmente si ripete, talmente è uguale. Ne ammazzavano di meno perché avevano mezzi meno progrediti, meno efficienti. Un’altra categoria era quella gli Esseni: gli Esseni consideravano il regno di Dio, consideravano la comunità messianica come un’assemblea di puri, come un’assemblea di perfetti, di non contaminati, e per questo si ritirano sdegnosamente nel deserto, a Qumran, si costituivano come città parallela, come società parallela, come corte parallela a quella di Gerusalemme, a quella del popolo. Poi gli apocalittici: basterebbe citare il nome di Giovanni il Battista, intendevano che nel regno di Dio entrassero soltanto i convertiti, i pentiti, coloro che a seguito della conversione, della penitenza, superavano il giudizio di Dio che immetteva nel regno di Dio. Ricordate l’immagine della predicazione del Battista: la scure è posta alla radice dell’albero. Il Messia che viene con il ventilabro a purificare il gran dalla pula, e solo il grano diventa regno, la pula viene dispersa. È evidente che c’è una confusione tra la fase storica del Regno è la fase escatologica del Regno, fasi che invece Gesù tiene molto distinte e molto separate tra loro proprio attraverso la parabola della zizzania e del buon grano, sotto il segno di quella parola insieme nel campo, grano e zizzania insieme nel campo, che non per questo cessa di essere il campo, il campo in cui il Signore i suoi servi lavorano.

Allora come tradurre questa novità, questo annuncio della novità del regno che Gesù fa per il tempo del campo, per la stagione dell’insieme? La tradurrei così: alla chiesa appartengono i peccatori, e gli appartengono come figli amati, tanto più amati quanto più produttori di fatica e di sofferenza. Alla chiesa appartengono i peccatori per debolezza, appartengono i peccatori per superficialità, per mediocrità, ma anche i peccatori per cattiveria; alla chiesa appartengono i mediocri, quelli che scorciano il metro per non durare la fatica di crescere; alla chiesa appartengono quelli che sono partiti bene ma poi hanno deviato, ed è tante volte questa la vicenda di Israele già nell’Antico Testamento, e non per questo viene ripudiato come popolo di Dio; alla chiesa appartengono coloro che non hanno retto molto della difficoltà, alla deriva del tempo, allo scandalo dei fratelli, e allo scandalo dei pastori; alla Chiesa appartengono quelli che salgono sul carro per farsi portare dagli altri, per farsi tirare da chi sta alle stanghe, e stando sul carro criticano e correggono quelli che tirano alle stanghe; alla chiesa appartengono anche quelli che remano contro, che si ritengono Chiesa alternativa è che affaticano il cammino di tutti verso l’unità.   Henri-Marie de Lubac traduce questa parabola della zizzania e del buon grano sotto il segno dell’insieme, e quindi di questa chiesa che abbraccia e contiene dentro di sé i peccatori; lo tradurrebbe con quell’immagine che conosciamo tutti della Chiesa che non ha il vestito bianco, splendente della sposa, lo avrà; ma oggi, nella stagione dell’insieme nel campo ha il vestito grezzo, sporco, rattoppato della serva. È lo stesso messaggio con una diversa immagine.

Un altro elemento, un altro passaggio vorrei cogliere, ed è la delusione dei servi (in quei servi siamo leggibili anche noi). “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?)  È il versetto 27. È lo scoraggiamento, è l’amarezza dinanzi al fallimento oppure dinanzi all’opacità delle cose che facciamo, dei risultati, del nostro impegno, della fatica, anche della nostra reale generosità che abbiamo speso. È l’amarezza dinanzi al fallimento o alla delusione di coloro sui quali avevi investito, dai quali ti aspettavi qualcosa e ti deludono, ti lasciano solo. Più radicalmente, e anche più drammaticamente, è lo scandalo delle coscienze, lo scandalo delle persone, la delusione dei servi di fronte al male che c’è nella Chiesa. Ed ancora, di fronte al male che c’è nella storia, e di cui loro chiedono conto al padrone: ma tu non hai seminato del grano buono? E allora da dove viene la zizzania? Abbiamo recentemente chiuso un secolo che, sotto questo aspetto, è stato drammatico, e ha fatto rimbalzare su Dio la domanda delle tragedie umane in maniera implacabile, esigente, tanto da aver prodotto anche una vicenda di teorizzazione dell’ateismo, di proposta all’ateismo. È lo scandalo dell’apparente fallimento di ciò che secondo il nostro criterio, il nostro giudizio avrebbe dovuto avere successo.

Ancora un altro aspetto vorrei cogliere: la risposta del padrone: “Mentre tutti dormivano è venuto il nemico e ha seminato la zizzania in mezzo al grano”. La zizzania, il male si radica e cresce mentre noi dormiamo. Perché il male è furbo, la zizzania è furba, e furbo vuol dire che è silenziosa, vuol dire che concilia il sonno, non mette in allerta, non mette in allarme, concilia il sonno della ragione e della coscienza, concilia il sonno della fede qualche volta, e quindi è subdolo, e occupa e profitta degli spazi dei nostri silenzi, delle nostre assenze, delle nostre stanchezze, delle nostre pigrizie. Colma tutti questi spazi; all’inizio non si fa notare, non entra in contrasto, non crea problema, non esclude aspetti, soprattutto quelli buoni, soprattutto quelli positivi della tua vita: si pone sotto il segno della convivenza, ma poi è pervasivo, non solo occupa spazio e toglie voce al grano, ma avvelena il terreno, infesta il campo, è una presenza tendenzialmente totalizzante. La risposta del padrone, lo abbiamo notato, dice “lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme fino alla mietitura”. Questo è il centro della parabola narrata da Gesù: “Lasciate che crescano insieme”. L’applicazione di Matteo, l’applicazione della chiesa di Matteo ha sviluppato soprattutto l’ultima parola della risposta del Signore, il tempo della mietitura, ma l’accento della parabola nella narrazione di Gesù cadeva qui, questo è il cuore della parabola: “lasciate che crescano insieme fino a”. Da qui la presenza intrecciata, quasi inestricabile, del male e del bene dentro la storia, dentro la vita, del male e del bene dentro la Chiesa, dentro quella Adam che è il campo e che è l’uomo, che è la persona, ciascuno di noi. Direi non dobbiamo scandalizzarci di questa presenza, non ci deve fare da scoglio, da pietra d’inciampo, da scandalo, per cadere nello sgomento oppure nella rassegnazione oppure nel fatalismo, e neanche per cadere in una specie di rabbia aggressiva ma anche sterile. Non può spingerci a pensare di imporre il bene con la forza, di imporre il bene con la violenza a fin di bene, perché questo è un bene che è ancora peggiore del male che intenderebbe curare. E neppure dobbiamo pensare di poter presumere di poter difendere Dio, di poter vendicare Dio o il regno di Dio. Ricordiamoci che fine fece la spada di Pietro tirata fuori nella notte dell’arresto: “rimetti la spada nel fodero”. Allora non serve la durezza, non serve l’attualismo degli apocalittici, “ora! ora! adesso bisogna risolvere! ora!”. La penombra è normale dentro la storia; la penombra è normale dentro la chiesa, pur non dovendo cessare mai l’anelito al sole. Allora non dobbiamo irrigidirsi in una verità senza carità, non possiamo usarla questa verità come arma per condannare e per colpire le persone. E d’altra parte non dobbiamo neppure cedere alla paura, a parte il fatto che tante volte l’aggressività è frutto proprio della paura. Così come non serve neppure negare il male, non serve neppure misconoscerlo, non serve alzare la nebbia di quello che Papa Benedetto avrebbe chiamato il relativismo o il soggettivismo. Questo intreccio di cui parlavamo, questo intreccio storicamente inestricabile, che è la vita, che è la storia, anche la storia della Chiesa. Quel progetto di Dio nella quotidiana Provvidenza con cui lui accompagna le nostre vicende ha una funzione positiva: la presenza del male, della zizzania insieme al grano nel campo ha una presenza positiva; la presenza del male dentro la vita, dentro la storia ha una presenza positiva: è per la purificazione del bene, per la crescita del bene sottoposto a prova, per crescere nel discernimento, nella capacità di conoscere e pronunciare i nomi della zizzania, per non diventare elitari e paralleli, i nuovi farisei, rispetto alla realtà della vita, rispetto alla realtà del mondo; per non diventare integralisti o aggressivi, i nuovi zeloti nei confronti del male, che pure riconosciamo attorno a noi; ma per non dire neanche che male e bene non esistono, e che ognuno si fa il suo, ognuno se lo costruisce per sé; per non approdare al qualunquismo, al “ma che vuoi che sia!”, ed anche per la conversione delle persone dal male. Allora può sembrare paradossale, ma appartiene al paradosso di Dio: la zizzania ci aiuta a diventare buon grano. E anche questo è vincere il male.

Conclusivamente direi così. Oggi non è il tempo del giudizio, della selezione o dei no definitivi, dei rifiuti conclusivi. Oggi è il tempo di due parole, che vorrei commentare brevemente: oggi è il tempo del discernimento ed è il tempo della pazienza, dell’ipomoné. È il tempo del discernimento con i criteri e con il codice che abbiamo ricavato dalla parabola, che la parabola ci ha offerto, ci ha fornito. Discernimento che è un compito a cui l’Azione Cattolica, e noi come Azione Cattolica, da sempre si sforza di formare ed educare i laici; discernimento che chiede riflessioni, giudizi, confronto con la comunità, ascolto prolungato della Parola di Dio, e preghiera. Discernimento che lascia sempre un margine di incertezza e di rischio, e non è mai liberato dalla paura e dal rischio di sbagliare. Discernimento che prevede un pluralismo di scelte e di percorsi verso l’obiettivo, e quindi non è mai ingessato, non è mai così costrittivo soprattutto nei percorsi; discernimento, e quindi occorre la fantasia e l’audacia delle sperimentazioni. Andate a leggere quello che il Papa dice sul “si è sempre fatto così”. Discernimento: occorre allora che si senta il campo, l’Adam, cioè la storia, le persone, la vita, non come nemica minacciosa o ostile, ma come amata da Dio. La chiesa di Matteo commentando la parabola di Gesù scrive “il campo è il mondo”, e se volete uno che dica il peggio del peggio del mondo andate a leggere la prima parte del Vangelo di Giovanni. E poi nella seconda parte del Vangelo trovate scritto che “Dio ha tanto amato il mondo da dare (il verbo ha valore sacrificale) da dare il suo Figlio unigenito. Allora discernimento vuol dire sentire la vita, il campo, la storia, il mondo non come ostile, non come nemico, ma come amato da Dio, come donato, unico luogo possibile della nostra santificazione, e della santificazione del laico. Il discernimento, che ci permette di tenere la barra diritta verso la missione; il discernimento, e lo ritroviamo in questi giorni, che ci educa, ed educa, la passione alla vita, la passione alla laicità, la passione alla chiesa (il che vuol dire l’Azione Cattolica); il discernimento, che ci fa riconoscere e percorrere tutta la possibile geografia del dialogo tra visioni di vita diversa.

Dico soltanto che mi sembra di riconoscere in questi ultimi decenni di vicenda della Chiesa in Italia una crescente impreparazione ed incapacità del nostro laicato a intraprendere il percorso del discernimento, con quelle specificazioni che dicevo prima, perché l’ha fatto una grande solitudine ecclesiale. A questo l’Azione Cattolica, questo convegno cerca di rispondere per la parte che specificamente riguarda la figura dell’assistente.

La seconda parola, dopo il discernimento: il tempo della pazienza, il tempo del campo, del “lasciate che crescano insieme, il tempo del discernimento per pronunciare i nomi della zizzania ed è anche il tempo della pazienza e della costanza, del l’ipomoné. Che significa? Significa rimanere con forza e con la speranza dentro una situazione opaca, dentro una situazione difficile, dentro la prova, senza rimanere schiacciati. Certo, rimanendo sotto il peso ma reggendolo, e facendolo faticosamente avanzare, portandolo faticosamente ancora un passo più in là. Con quale forza? Con la forza dell’agape. Il campo, cioè la vita, la storia, la profondità del mio cuore, è il luogo e il tempo dell’agape, è il tempo e il luogo di una forma particolare di agape, che è quella più decisiva e più risolutiva. È il tempo e il luogo della misericordia; della misericordia che sa attendere, che non è inerte e non è pietista, della Misericordia che si sa spendere e quindi sa fare a sperare, e non spera sospirando ma spera impegnandosi, giocandosi; di quella misericordia che è vincere il male con il bene, come fa Dio. In questo modo anche la zizzania, anche il male diventa occasione nuovo del bene, del massimo bene che è la misericordia. I servi dal loro punto di vista hanno ragione a voler strappare ora la gramigna, a voler strappare ora e la zizzania, prima che infesti il terreno, prima che avveleni terreno, ma il padrone risponde, il padrone è il Signore, ai suoi servi che allusivamente potremmo essere noi, risponde con due parole chiave che ci hanno seguito in questa lectio, in questa riflessione: “lasciate”, “fino a che”. Fra queste due parole c’è lo spazio per tutta la storia, per tutta la vita; fra queste due parole ci siamo anche noi: “lasciate”,  “fino a che”. È la logica diversa di Dio rispetto a quella dei suoi ministri, rispetto a quella dei suoi servi. È il paradosso di Dio, è il paradosso del regno che si rivela nella croce di Gesù: lo svelamento del vero volto di Dio.

Allora l’intera parabola, così come tutto il cristianesimo, si lascia scrivere, si lascia racchiudere sotto una sola parola: la misericordia.

(Testo tratto dalla registrazione, non rivisto dall’autore)

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