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Perché il futuro si chiami pace

La pandemia ci ha insegnato che siamo interconnessi e non c’è angolo di mondo che sfugga a questa connessione. Così è anche per le molteplici crisi globali, come quelle morali, sociali, politiche, i cambiamenti climatici, i conflitti, le crescenti disuguaglianze. Solo insieme, gli uni e gli altri, potremo dare un futuro alla “casa comune” e chiamarlo pace

«Bisogna rafforzare la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana. Non ci sono frontiere e barriere politiche o sociali che ci permettano di isolarci, e per ciò stesso non c’è nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza» (Laudato si’, 52). Come ci ricorda papa Francesco, sia pure nel diverso contesto della enciclica sulla cura del Creato, il diritto di ciascuno di poter continuare a vivere in dignità e sicurezza, in pace, nel proprio Paese e nel proprio ambiente è responsabilità di tutti.
Un “tutti” che è certo la somma di ciascuno di noi, ma anche sinonimo politico ed etico di “Comunità internazionale”.

Nessuno può salvarsi da solo

Un “tutti responsabili” che papa Francesco ha ribadito con il suo Messaggio per la 56.ma Giornata mondiale della pace appena celebrata: “Nessuno può salvarsi da solo. Ripartire dal Covid-19 per tracciare insieme sentieri di pace”. La pandemia ci ha insegnato che siamo interconnessi e non c’è angolo di mondo che sfugga a questa connessione.
Così è per le molteplici crisi globali, come quelle morali, sociali, politiche, i cambiamenti climatici, i conflitti, le crescenti disuguaglianze, la fame e la violenza di genere.
Dobbiamo capire che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, e che se non agiamo con fraternità e solidarietà non saremo in grado di risolvere nulla.
Come dice papa Francesco, dobbiamo mettere “l’insieme” al centro. E l’insieme, di cui parliamo – lo ridiciamo – è certo la somma di ciascuno di noi, delle sue proprie responsabilità rispetto al tutto che lo circonda, ma che è anche ciò che chiamiamo “Comunità internazionale”.

In Ucraina: la sfida del dialogo e del negoziato

In questo inizio di 2023, carico delle umane attese che un nuovo anno si porta immancabilmente dietro, si rinnovi, dunque, la sfida che attende la Comunità internazionale, chiamata più che mai a un maggiore impegno sulla via della pace: la sfida del dialogo e del negoziato.
Per l’Ucraina e non solo, questo è un ambito non ancora adeguatamente valorizzato, non tanto dal punto di vista ideale o dei proclami, ma sul piano della pratica e dell’effettività dell’azione internazionale per la soluzione dei conflitti.

Se è pur vero che troppe volte – la storia insegna – interessi geopolitici di parte, veti incrociati, nuove e antiche dispute, ma anche miope ragioni di portafoglio, limitano già a monte la ricerca di soluzioni condivise delle controversie, con altrettanta pervicacia non si deve smettere di reclamare, sul piano del diritto, la internazionalizzazione delle crisi e la ricerca nelle sedi preposte di soluzioni comunque pacifiche.
Arrendersi alle ragioni della guerra è una sconfitta che l’umanità tutta non può permettersi e accettare.

Non c’è pace senza tutela dei diritti umani

Costruire la pace riguarda la tutela dei diritti umani: ecco l’altro compito, al fine di erigere più solidi deterrenti al propagarsi della piaga della guerra.
Le problematiche che concernono i diritti umani, oggi, sono condizionate dallo svilimento, dalla mercificazione, dalla perdita della dimensione trascendente dell’essere umano. Una deriva epocale, disumana, che non ha eguali nella storia; se non nello schiavismo storico e nelle radici dell’Olocausto.
La tutela dei diritti umani è dunque oggi la strada maestra per dare agli uomini e alle donne di ogni angolo della Terra la forza e le ragioni per vivere, in pienezza ed in modo ragionevole, le difficoltà e le gioie che il cammino della vita presenta.

La pace è sempre il risultato di un impegno inevitabilmente faticoso che a volte solo la speranza può aiutare a sostenere. È questa, infatti, che sprona e incoraggia gli uomini e le donne di buona volontà ad agire per una trasformazione del mondo, nella direzione di una giustizia giusta e diffusa, che progressivamente riduca le differenze in termini di possibilità di vita che la geografia mondiale offre.

La speranza cristiana: un di più di responsabilità

Per noi discepoli di Cristo c’è un orizzonte infinito e un di più di responsabilità: la speranza cristiana. Essa è non più un’attitudine umana, ma una virtù teologale che consiste nella ferma certezza del compimento del Regno di Dio nella storia di questo mondo.
Come ci ricorda Francesco: «Così è la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che è, non che io voglia che sia» (Udienza di mercoledì 1 febbraio 2017).
Che nessuno si illuda, però: la speranza cristiana non è un invito al “menefreghismo”, alla “diserzione” dell’umano, in attesa che Dio agisca al suo posto. È la sua responsabilizzazione; è la chiamata al suo pieno e maturo coinvolgimento nel tempo che gli è dato di vivere. Scrivendo da protagonista la Storia, pur nella consapevolezza ultima che solo il Padre misericordioso potrà fare sì che un giorno Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno (Salmo 84).