Perché ci piace il discorso di Liliana Segre

Memoria, Costituzione, rispetto e mitezza: le quattro coordinate lette dalla senatrice a vita Liliana Segre in apertura della XIX Legislatura. Che il Parlamento e il prossimo Governo dovranno tenerne conto

Quando si presenta una nuova stagione politica è sempre interessante scrutare se all’orizzonte ci siano novità degne di note, e se la stessa politica senta la voglia e la capacità di rinnovarsi. In attesa dunque del programma del nuovo governo, ci ha incuriosito il bellissimo discorso tenuto da Liliana Segre, pronunciato nell’Aula di Palazzo Madama al Senato in apertura della prima seduta della XIX legislatura. Il motivo è più sentimentale che strettamente politico, anche se è proprio della politica “alta” riuscire ad andare oltre i tecnicismi e parlare al cuore della gente (ricordiamo in proposito i contributi a cura del Centro Studi di Ac pubblicati in questo sito). Perché se la politica non appassiona i cuori delle persone già perde la sua capacità di interloquire con i problemi reali del Paese. 

La memoria è generativa

La memoria. Attraverso la memoria. Con poche parole, la senatrice a vita Liliana Segre è riuscita a unire, in un unico abbraccio, più generazioni. Attraverso la memoria storica e la memoria popolare di chi ha ricostruito una nazione uscita con le ossa rotte dal disastro della seconda guerra mondiale. La memoria di chi ha sofferto la guerra e poi fondato la Costituzione, la generazione del boom economico e i ragazzi di oggi. La memoria è di tutti, non è di parte. E la memoria è generativa.  «In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma – espone ad alta voce la Segre –, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Ed il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato».

Le leggi razziali, la marcia su Roma, i banchi di scuola: come se tutto fosse unito da un sottile filo laico che unisce gioie e fatiche, generazioni e storie collettive. E, ancora una volta, dalla voce degli italiani di allora, oggi ancora anziani dal sorriso “costituente”, che non hanno paura di dialogare con i giovani, appare un alito di speranza, un movimento di coraggio e apertura verso il nuovo, costruendo ancora oggi un sentimento di amore per la nostra Costituzione e il Paese. E allora, quelle parole verso la politica non urlata, da «lasciare fuori da questa assemblea», che consolida un impegno a servire le istituzioni con lealtà e amore e non per servirsi di esse, diventano oggi le parole più profondamente a appassionatamente politiche che si possano ascoltare. Perché interpretare una politica “alta” e nobile, «senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti», è oggi l’asse cartesiano della buona battaglia. 

Rispetto e mitezza

Due parole su tutte, rispetto e mitezza: la politica «dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza». La mitezza non significa arrendevolezza. Ne è la prova la nostra Costituzione. La strada maestra per una buona politica è questo amore, mite e forte allo stesso tempo, verso la Costituzione. Che, «come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti». E se le energie che da decenni vengono spese per cambiarla fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice. Il pensiero per Liliana Segre corre inevitabilmente all’art. 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su «sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali», che erano state l’essenza dei regimi precedenti. C’è qualcosa in più. Perché quel proseguo dell’articolo 3 è il grande lascito testamentario da cui non è possibile fuggire: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Perché ci piace il discorso di Liliana Segre

Sulle questioni più specificatamente politiche la Segre non è voluta andare, ma il suo appello non ci è parso un appello pro forma. Proprio in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, è il modo migliore affinché Parlamento e prossimo Governo rispondano al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia. «Non c’è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare».

A queste parole di buona speranza ci aggrappiamo con coraggio e fiducia, all’inizio di questa nuova legislatura che dovrà rispondere a molte delle domande di ingiustizia sociale e di pace che provengono dai nostri territori e dal resto del mondo. 

Con rispetto e mitezza. Perché la politica non sia più lontana dalla vita della gente.

Autore articolo

Gianni Di Santo