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Per una scuola che non lasci indietro nessuno

Da «Segno nel mondo». Ascoltare gli studenti. Riconoscere le potenzialità di ognuno. Non abbassare mai l’asticella degli obiettivi didattici da realizzare. Intervenire sulla dispersione scolastica. Dialogo con lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati, intervenuto all'incontro nazionale dei giovani di Ac, "Segni del tempo"

Ci sono poche cose che permettono di conoscere lo stato di salute di un Paese come la scuola. Quell’insieme di banchi, lavagne e corridoi a cui affidiamo la nostra crescita, nella speranza di apprendere gli strumenti per affrontare il mondo adulto. Intorno a questi edifici dedicati alla formazione gravita un’intera comunità fatta di studenti, professori, famiglie, istituzioni. Spesso in dialogo, a volte in conflitto. Sempre in relazione. E in questo rapporto continuo, tra chi la comunità la vive ogni giorno, è possibile leggere davvero i segni del nostro tempo. Ne parliamo con Eraldo Affinati, scrittore e insegnante di lungo corso, fondatore della scuola per l’insegnamento gratuito dell’italiano, Penny Wirton (cliccare qui per scaricare l’articolo in pdf dal numero 4/2022 di Segno nel mondo). 

Professore, quando ha capito che avrebbe voluto fare questo lavoro?

Tanti anni fa, durante una delle mie prime supplenze, appena laureato in lettere moderne, quando entrai in classe mi resi conto che quella sarebbe stata la mia vita. Si accendevano dei lampi negli occhi dei ragazzi che avevo di fronte. E anche dentro me stesso. Scrittura e insegnamento, da allora in poi, sono sempre andati di pari passo. Del resto lo scrittore e l’insegnante dividono una medesima responsabilità: quella nei confronti della parola.

Per lei cosa vuol dire essere un insegnante oggi?

I professori oggi rappresentano un punto di riferimento decisivo dal punto di vista etico e sociale: siamo infatti in piena rivoluzione digitale. L’istruzione, pubblica e privata, è chiamata a ripristinare le gerarchie di valore nel grande mare della Rete, dove tutto sembra uguale a tutto, mentre invece non è così. L’informazione è solo il primo grado della conoscenza. In mezzo passa l’esperienza che va rifondata attraverso una nuova qualità della relazione umana: il primo posto dove realizzare tutto questo è la scuola.

C’è un ricordo da insegnante al quale è affezionato? 

Ne potrei citare tanti, ma esaurirei subito lo spazio dell’intervista! Romoletto, il ragazzo delle borgate romane, e Mohamed, l’immigrato a cui oggi insegniamo gratuitamente la lingua italiana nelle scuole Penny Wirton sparse nel Paese, sono due personaggi simbolo. Entrambi carichi di energia contagiosa, ma molto a rischio. 

E lei, che tipo di studente era?

Da studente sono stato abbastanza inquieto e questo penso mi sia servito come docente. Infatti, pur avendo insegnato in ogni ordine di scuola, il mio cuore ha battuto sempre forte negli istituti professionali per l’industria e l’artigianato. I titoli di certi miei libri lo testimoniano: per citarne soltanto alcuni, La città dei ragazzi, Elogio del ripetente, quelli su Don Milani (L’uomo del futuro e Il sogno di un’altra scuola), Via dalla pazza classe, fino all’ultimo, Il Vangelo degli angeli, dove recupero la figura di Gesù maestro.

Secondo lei qual è lo scopo della scuola?

Consegnare il testimone del passato. Formare la coscienza dei cittadini orientandoli verso il bene comune. Distribuire le chiavi per accedere alla cultura. Trovare i talenti per metterli a disposizione degli altri. Scoprire il futuro degli alunni, magari a loro stessi ignoto, in modo da indirizzarli verso la strada migliore.

Da qualche settimana abbiamo un nuovo Governo e un nuovo ministero dell’Istruzione, con un nuovo nome: “ministero dell’Istruzione e del Merito”. Cosa pensa di questa scelta?

Secondo me l’articolo 34 della Costituzione era già sufficiente: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze». Enfatizzare il merito ponendolo accanto all’istruzione lascia intendere un’idea di scuola basata sulla selezione e sulla competizione in cui non mi riconosco. Ma poi bisognerà vedere in concreto quali saranno le azioni che verranno messe in atto: su quelle ci confronteremo.

Cosa vuol dire “merito” nel mondo della scuola? 

Tutti gli insegnanti sono chiamati a scoprire e riconoscere il merito dei propri alunni: ci mancherebbe altro che non lo facessero. Ma per riuscirci bisogna considerare i punti di partenza dei ragazzi, premiando i loro movimenti prima dei traguardi che pure vanno conseguiti. Ogni apprendimento ha una forma e un tempo diverso da un altro. Modalità e idiosincrasie che vanno riconosciute, non cancellate. E soprattutto: nel momento in cui tu accerti il merito, come ti comporti con tutti coloro che non lo hanno conseguito? Li abbandoni o entri in azione per sostenerli?

Qual è la strada per una scuola dell’uguaglianza?

Quella che valorizza ognuno e non lascia indietro nessuno. Matteo (5, 15-16), riportando le parole del Nazareno, lo aveva già proclamato duemila anni fa: «Non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente, anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini…». 

Quali sono i problemi più urgenti da affrontare nel sistema scolastico?

Rinnovare l’edilizia scolastica, anche attraverso l’ideazione di nuovi spazi didattici da affiancare all’aula tradizionale. Districare la rete burocratica che imprigiona e mortifica le passioni dei docenti, dargli spazi e strumenti adeguati per poter agire, senza dimenticare un più giusto riconoscimento economico. Non lasciarli da soli. Riannodare i fili spezzati tra le famiglie e le scuole. Ricostruire il villaggio educativo. Ascoltare gli studenti: non assoggettarsi agli standard valutativi universali, ma individuare e riconoscere le potenzialità di ognuno. Non abbassare mai l’asticella degli obiettivi didattici da realizzare. Intervenire sulla dispersione scolastica. Puntare sulla singolarità dei territori e, pur nel controllo centrale, potenziare l’autonomia.

E quali le potenzialità già presenti nella scuola italiana su cui puntare?

La legislazione italiana in materia di inclusione scolastica, in particolare per quanto riguarda le disabilità, è una delle più innovative del mondo. Non separare mai i fragili dagli altri ma farli sempre stare in mezzo al gruppo. Le migliori classi sono quelle eterogenee. Non solo i deboli hanno bisogno dei forti, vale anche il contrario. In questa consapevolezza noi italiani siamo all’avanguardia anche in Europa. Non dovremmo mai dimenticarlo.