Percorsi possibili per una convivialità delle differenze

Per una città che si fa comunità

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Vi proponiamo una sintesi di alcuni passaggi della relazione «Dal villaggio globale alla città: per una convivialità delle differenze» tenuta da Lucio Turra, amministratore nazionale dell’Ac, alla Summer School “Building future on peace” di Assisi. Il testo nasce dalla “esperienza sul territorio” dell’autore come presidente di un importante ente pubblico regionale impegnato nell’assistenza agli anziani. E dalla convinzione che il servizio alle persone fragili e la sua sostenibilità siano una misura necessaria da cui partire per costruire una città che sia prima di tutto comunità di cittadini. Poiché è solo partendo dagli ultimi che potremo dare fondamenta al bene comune.

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(…) C’è una questione di fondo che vorrei tentare di coniugare in questo mio intervento: la città ha bisogno di recuperare i valori fondamentali per essere prima di tutto comunità di cittadini. E il tema dell’essere comunità va di pari passo con il dare senso all’essere cittadini nella propria città. Mi pare importante dunque - prima di raccontarvi alcune esperienze collegate a questo tema - tentare di spiegare perché la città deve recuperare il valore dell’essere comunità.

Mutuo una definizione tratta da un testo che ho letto di recente: «Una comunità si fonda soprattutto sulla percezione che i suoi membri hanno di loro stessi e della vitalità della sua cultura. Le persone costruiscono la comunità simbolicamente, facendola diventare una risorsa e un deposito di significati e di referenti della loro identità».
Questa definizione o rappresentazione della comunità ci aiuta a cogliere l’angolatura del tema: sia nel villaggio globale, sia nella città, la convivialità delle differenze si costruisce se siamo comunità, se viviamo come comunità.
Ma c’è un di più che ritengo altrettanto significativo recuperare. Lo traggo sempre dal bel libro Comunità di Marco Aime (edizioni il Mulino, 2019): «Il confine di una comunità non viene sempre tracciato lungo la linea di una reale differenza. Al contrario spesso incorpora e racchiude differenze».
È chiaro, questa ulteriore sottolineatura ci aiuta a capire che l’unica strada per costruire una città, un mondo globale, è prendere coscienza che bisogna costruire e vivere la comunità.

La comunità è di certo soggetta a cambiamenti. Tuttavia queste considerazioni rafforzano ulteriormente il fatto che la città inserita nel mondo globale richiede un diverso modo di costruirla e svilupparla, perché la città, potremmo dire le città, sono luoghi fondamentali della vita umana in un’ottica di pace.

Per costruire comunità occorrono alcuni atteggiamenti positivi: occorre essere aperti, partecipare, mettersi in gioco, ascoltare, confrontarsi, dialogare, costruire, celebrare.
Sono banditi alcuni atteggiamenti negativi: l’indifferenza, l’immobilismo, l’astensionismo, dichiarare impossibile, partire sconfitti in partenza.
Per affrontare le sfide del cambiamento (penso a quella demografica, al ruolo dei social e del digitale, alla ricerca e alla tecnologia…) non dobbiamo lasciare spazio ad incertezze e a interrogativi senza risposta.

Vogliamo una città, un mondo che sia aperto o chiuso?
Vogliamo una città, un mondo inclusivo o esclusivo?
Quale futuro vogliamo dare alle nostre città? Qual è il nostro impegno?

Ecco allora alcune questioni chiave su cui riflettere.
La nostra società credo sia fatta di gente che pensa poco, che si lascia mordere dai serpenti a sonagli di turno. Lo vediamo dal diffondersi a tutti i livelli delle cosiddette fake-news, dall’utilizzo raffinato dei social per spostare, o meglio, annullare il piano delle riflessioni pacate e serie.
Tutti sono presi dal vortice delle cose da fare e non ci si ferma nemmeno per fare il punto della situazione.
Si consuma la propria vita senza interessarsi di quello che sta succedendo nell’appartamento accanto. Ecco perché quando succede un delitto, ai giornalisti che chiedono notizie, il più delle volte i vicini di casa rispondono che tutto andava bene.
E come non chiedersi delle fragilità che coinvolgono tante persone: dagli anziani ai giovani, dalle famiglie ai condomini. Spuntano qua e là le difficoltà, i bisogni, le emergenze cui basterebbe dare piccole attenzioni, magari solo ascolto e vicinanza.

Ho fatto semplicissimi esempi per dire che c’è bisogno di una svolta, vera e seria, che metta al centro le “relazioni di comunità”; una comunità che sa prendersi cura di tali relazioni e le sa rigenerare, anche attraverso la costruzione di alleanze. Ci s’interroghi quindi per trovare nuove vie, nuove soluzioni. Insomma, occorre innovazione sociale, quella che può essere finanziata anche dagli organismi europei.

In questo senso, vi propongo tre esperienze. Frutto non di miracoli, ma del semplice mettersi insieme.
La prima è intitolataTra dono e carità. È una proposta per sensibilizzare i cittadini della mia città, Vicenza, e far capire che il futuro che riguarda gli anziani è un problema di tutti. Per questo abbiamo cercato di chiederci come vediamo il futuro con tanti anziani e con poche risorse. Abbiamo interpellato geriatri, filosofi, moralisti, imprenditori, giovani nell’ambito di una serie di iniziative legate al tema del dono. Tra “dono e carità” è partità nel 2017 tra il 5 di settembre (giornata internazionale della carità) e il 4 di ottobre (giornata nazionale del dono). Carità e dono sono l’anello di congiunzione di una città che si pensa comunità a partire dalle persone più deboli.

La seconda iniziativa è stata l’avvio di un gruppo di associazioni e istituzioni della società civile chiamate a riflettere sui bisogni veri della gente sotto il profilo socio sanitario e rispetto al piano socio sanitario regionale. Alle fine siamo riusciti a presentare un decalogo per ribadire alcuni punti forti sui quali politici, dirigenti, assessori e la cittadinanza tutta sono stati chiamati a confrontarsi per dare significato e valore alla cura delle persone.

La terza esperienza riguarda il tentare di coniugare la storia dell’ente dove ho lavorato e il suo importante patrimonio storico artistico. Abbiamo individuato, in alcuni importanti monumenti di proprietà, le vie della Caritas della mia città. Questi monumenti rappresentano dei luoghi dove sono nate sin dal Medioevo le prime forme di assistenza alle persone povere, malate, fragili. Non è un caso che anche qualche studioso abbia sottolineato la presenza degli ospedali come luoghi primari nei quali cogliere il compito primario di una società. L’intuizione che ne è scaturita è che “il benessere delle persone fragili è il benessere della città”. Abbiamo cercato quindi di creare degli itinerari turistici di valorizzazione del patrimonio con l’obiettivo di aiutare i cittadini a prendere coscienza di quanto importante sia l’attenzione agli ultimi e ai bisognosi.

In conclusione, alcuni paradigmi utili.
Credo che oggi la città trovi senso solamente se diventa comunità. E qui il problema non è questione di risorse economiche. Quello che conta è semmai la capacità di programmazione, di progettazione, di innovazione sociale.
Uno degli aspetti carenti nella dimensione comunitaria di una città, oggi, è la capacità di coordinamento. Nella mia esperienza, ho trovato la politica notevolmente in ritardo nella programmazione e nel coordinamento.
Su questo aspetto bisognerà spendersi di più. Anche perché, fin tanto che la politica non lavori in prospettiva futura con progetti a medio lungo termine, sarà tanto più difficile affrontare le varie sfide che il futuro ci riserva.

Chiudo con due proposte che ho ritrovato e che meritano, a mio giudizio, attenzione e magari concretizzazione nelle nostre citta: il Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica di un politico, tra i più significativi e a cui sono particolarmente legato, Alexander Langer; e la più recente proposta dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, “Per un’arte del buon vicinato” (si tratta del primo messaggio alla città di Milano).
Credo che entrambe queste proposte siano adatte all’impegno di chi intende restituire alla città la sua naturale funzione di comunità di cittadini, dove non ci sono muri, frontiere, confini ma dove siamo chiamati tutti a convivere tenendo conto delle differenze presenti.

L’augurio è in queste parole di Alexander Langer: «Deve essere possibile una realtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di famiglie miste, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita». (...) «La convivenza plurietnica, pluriculturale, plurireligiosa, plurilingue, plurinazionale appartiene e sempre più apparterrà, alla normalità, non all’eccezione». (...) «In simili società è molto importante che qualcuno si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini, attività che magari in situazioni di conflitto somiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’integrazione» (Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, 1/11/1994).