A margine del discorso di Francesco al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede

Per un’Onu più forte e più democratica

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Le Nazioni Unite e il suo ruolo sono da tempo al centro del dibattito politico, a livello sia nazionale sia, ovviamente, internazionale. È un tema che riguarda direttamente la concezione dell’ordine mondiale: se questo debba essere multilaterale o unilaterale, se ancorato al Diritto internazionale quale innovato dal riconoscimento giuridico internazionale dei diritti umani, dal divieto dell’uso della forza per la risoluzione delle controversie internazionali, dal principio di responsabilità penale personale direttamente perseguibile anche in sede internazionale, oppure se debba essere restituito alla rozza legalità “interstatuale” basata sul principio delle sovranità statuali nazionali-armate-confinarie.

Il solo fatto dell’esistenza delle Nazioni Unite e della più ampia rete di organizzazioni multilaterali regionali, costituisce un macigno sulla strada di quei vertici di potere, a cominciare dall’attuale Amministrazione Usa, i quali puntano su un ordine mondiale da gestire all’insegna della “disintegrazione organizzata”. Questa prospettiva non è purtroppo teorica: la strategia della de-regulation economica, perseguita da Reagan e dalla sua epigone britannica Thatcher negli anni Ottanta del secolo scorso, nascondeva la de-regulation istituzionale che è sfociata nell’esplicita professione di unilateralismo bellicista del presidente Bush prima e di Trump ora, e nell’aperta sfida al Diritto internazionale.

Ma le Nazioni Unite sono ineludibili e irrinunciabili. Innanzitutto, perché il mondo è globalizzato, al positivo e al negativo, e criteri di elementare razionalità dicono che c’è bisogno di forme di governance in corretto rapporto di scala con l’ordine di grandezza delle sfide. Il bilancio dei settantacinque anni di Nazioni Unite non è tutto in rosso: l’Onu ha gestito il processo di decolonizzazione politica, ha sviluppato la cultura dello “sviluppo umano” e della cooperazione, ha dato visibilità alla condizione della donna e alle organizzazioni non governative, soprattutto ha generato il Diritto internazionale dei diritti umani. Il bilancio è in rosso per il capitolo pace e sicurezza; però la responsabilità non è dell’Onu ma dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, tra i maggiori produttori ed esportatori di armi. Attenzione dunque a non fare dell’Onu il capo espiatorio di colpe altrui.

Gli ideali e gli obiettivi delle Nazioni Unite risuonano oggi nella coscienza di sempre più ampi strati di società civile in ogni parte del mondo. Questo alimenta la “rendita personale” dell’Onu, come dire ne garantisce il futuro. Da questo dato bisogna partire per avviare seriamente la riforma della massima organizzazione mondiale. Anche l’Amministrazione americana non potrà non fare i conti con l’estesa mobilitazione di società civile globale – organizzazioni non governative, volontariato, formazioni religiose, enti di governo locale, numerosi centri universitari – che reclama “le nostre Nazioni Unite” all’insegna di “rafforzare e democratizzare”.

Il senso della strategia riformatrice può così riassumersi. Le Nazioni Unite e un ordine mondiale più giusto, pacifico, democratico e solidale sono fra loro interdipendenti e indissociabili. Il Diritto internazionale dei diritti umani fornisce il paradigma di riferimento. La struttura dell’ordine mondiale deve tenere conto di esigenze di governance su più livelli, fra loro interagenti in base al principio di sussidiarietà. La pratica della democrazia deve prolungarsi dentro lo spazio-mondo che è proprio dei diritti internazionalmente riconosciuti, ma democrazia e i diritti umani non possono essere esportati con le guerre.

La democratizzazione delle istituzioni multilaterali, a cominciare dall’Onu, è necessaria per conferire più diretta legittimazione alle istituzioni sopranazionali, per sviluppare più sostanziale partecipazione popolare al loro funzionamento, per alimentare processi di contaminazione virtuosa, per dare l’esempio dall’alto. I due grandi “blocchi tematici” della Carta delle Nazioni Unite, relativi a “sicurezza” e “sviluppo”, esigono che i poteri del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio Economico e Sociale abbiano la stessa consistenza. L’Ecosoc deve pertanto essere messo in grado di orientare l’economia mondiale a scopi di giustizia sociale e di effettivamente controllare le politiche del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. L’attuale Assemblea generale (degli stati) deve avere un ruolo più ampio ed essere affiancata da una (seconda) Assemblea rappresentativa dei popoli: la forma iniziale sarebbe quella di una “Assemblea parlamentare” composta di delegazioni dei parlamenti nazionali, quale premessa di un vero e proprio Parlamento delle Nazioni Unite. Occorre aumentare il numero dei membri del Consiglio di Sicurezza, aprendo anche alle organizzazioni regionali (Unione Europea, Organizzazione degli Stati Americani, Unione Africana).

In attesa della necessaria abrogazione del potere di veto, urge stabilire la moratoria del suo esercizio per quanto in particolare riguarda la materia dei diritti umani, dello sviluppo e dell’ambiente. L’uso della forza deve essere prerogativa esclusiva delle Nazioni Unite per operazioni rigorosamente di polizia e non di guerra. Occorre pertanto procedere alla riduzione e alla riconversione degli eserciti nazionali, quindi all’addestramento del personale militare per attività da cui sono esclusi gli obiettivi omicidi tipici delle operazioni di guerra. Una forza permanente di polizia militare e civile dell’Onu può essere costituita da contingenti di rapido impiego (stand-by) resi disponibili dalle organizzazioni regionali. Più che mai urgente è il rilancio dell’obiettivo del disarmo. Deve essere inoltre potenziato il ruolo delle ong, nel senso di elevarne l’attuale status consultivo ad uno di co-decisionalità per le materie riguardanti i diritti umani, lo sviluppo, l’ambiente. Le delegazioni degli stati nei vari organi delle Nazioni Unite devono avere carattere tripartito, nel senso di includere rappresentanze dei governi, dei parlamenti e degli ambienti di società civile solidarista. Deve essere potenziato il ruolo della Corte penale internazionale e di tutto l’apparato sopranazionale dedicato ai diritti umani.

Le idee dunque non mancano: la sfida è come fare scattare l’ora x per l’inizio della riforma.