Le proposte di Banca Etica per una ripresa economica sana

Per un nuovo paradigma di sviluppo

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di Antonio Martino* - «Nulla sarà più come prima»: a ricordarcelo è Banca Etica che invita a ragionare su che futuro vogliamo (ri)costruire, rispondendo ai bisogni di imprese e persone, senza danneggiare l’ambiente e favorendo maggiori livelli di benessere per tutti e tutte. Il gruppo che opera da più di venti anni per un sistema finanziario diverso ha elaborato un documento che analizza gli strumenti già attivati in Europa e in Italia per rispondere all’emergenza economica innescata dall’epidemia e le ulteriori opzioni attualmente in discussione.

C’è molto che si può e si potrà fare con provvedimenti di finanza pubblica (fondo salva-stati, coronabond o eurobond, politiche fiscali, recovery fund) e moltissimo altro che si potrebbe fare se anche la finanza privata fosse messa in condizione di abbandonare le logiche puramente speculative che portano vantaggi economici al solito 1% e fosse incoraggiata a veicolare le ingenti risorse dei risparmi e degli investimenti privati verso attività economiche capaci di creare occupazione nel rispetto dell’ambiente e dei diritti delle persone.
Non bisogna ripetere gli errori che sono seguiti alla crisi finanziaria del 2008: quando la Banca centrale europea (Bce) ha immesso moltissima liquidità sui mercati europei mettendo in qualche modo in sicurezza l’euro, ma di quella liquidità gran parte è rimasta intrappolata nei circuiti della finanza speculativa senza arrivare a sostenere l’economia reale fatta di persone che consumano e imprese grandi e piccole che producono beni e servizi e creano posti di lavoro.

Per dire basta al caos finanziario in Europa, secondo Banca Etica si potrebbe:
Separare banche commerciali e di investimento. Per rendere il sistema finanziario europeo più stabile ed efficiente. La proposta è sul tavolo dell’Unione Europea dal 2012, ma fin qui non è stata applicata.
Varare una tassa sulle transazioni finanziarie. Malgrado il voto favorevole del Parlamento europeo e la bozza di Direttiva pubblicata dalla Commissione europea, anche questa misura ancora non ha visto la luce. Si tratterebbe di una tassa di importo estremamente limitato su ogni compravendita di strumenti finanziari. Per chi compra con un’ottica di lungo periodo tale imposta minima è trascurabile. Chi invece opera con logiche speculative di brevissimo periodo, acquistando e vendendo anche migliaia di volte in un’ora per guadagnare su minuscole oscillazioni dei prezzi, sarebbe ostacolato da una tassa che renderebbe più costose proprio quelle transazioni che fanno male allo sviluppo sociale e ambientale.
Contrastare seriamente i paradisi fiscali e varare una web tax. Introdurre l’obbligo di rendicontazione Paese per Paese dei dati contabili delle multinazionali, mentre l’attuale pubblicazione dei bilanci in forma aggregata non permette di capire quanto le imprese sfruttino giurisdizioni di comodo per ridurre il carico fiscale. A ciò si affiancherebbe una web tax: al di là delle forme tecniche è necessario che le grandi compagnie tecnologiche - che in tempi di lockdown hanno registrato nuovi importanti balzi in avanti nei fatturati - paghino tasse eque nei Paesi in cui realizzano i profitti per partecipare così al welfare del sistema in cui operano e in cui guadagnano.

A questo primo pacchetto di proposte, Banca Etica ne aggiunge un secondo che mira a rafforzare la finanza etica:
Rivedere i requisiti necessari per erogare un credito. Il rischio assegnato a ogni richiedente credito, oggi dipende esclusivamente da criteri economici e finanziari, ma non ambientali o sociali. Introdurre una pesatura secondo criteri ambientali (green supporting factor) o sociali (social supporting factor), rappresenterebbe uno straordinario incentivo verso una diversa allocazione del credito bancario a costo zero per lo Stato e una riconversione ecologica dell’economia che non prevede interventi del pubblico.
Favorire una maggiore biodiversità bancaria. La pressione alla concentrazione e alla fusione tra istituti ci consegna un mondo con poche banche tutte “too big to fail”. Andrebbe riconosciuto il ruolo di altri tipi di banche, territoriali e cooperative, che sanno rispondere a bisogni specifici di piccole e medie imprese e famiglie.
Usare le risorse dei fondi pensione per finanziare imprese italiane con comportamenti virtuosi. Oggi questo non avviene: di 100 euro gestiti dalla previdenza complementare, solo 24 restano nel nostro territorio e solo 3 vanno a finanziare imprese e attività produttive. Questo approccio sta soffocando quello che avrebbe dovuto essere il circuito virtuoso che, tramite la previdenza integrativa, potrebbe favorire gli investimenti e con essi lo sviluppo del tessuto produttivo del paese, creando occupazione che a sua volta produce risparmio per alimentare nuovi investimenti.
Sostenere microcredito e micro finanza. Al momento le iniziative del governo hanno previsto di innalzare il limite del microcredito imprenditoriale fino a 40.000 euro ma non hanno preso in considerazione misure – come fondi di garanzia o altro – per il microcredito socio-assistenziale.

*Addetto stampa della Presidenza nazionale di Ac e responsabile di azionecattolica.it