“Passiamo all’altra riva” (Mc 4,35-41). Lectio sugli Orientamenti del triennio

Mons. Sigismondi. La sinodalità è il “mestiere” dell’Ac, la sua specializzazione fondamentale. Ne caratterizza lo stile. Si fonda sul sensus fidei, una sorta di “istinto spirituale”, forgiato dalla grazia battesimale, che consente di sentire cum Ecclesia.

È sera, incede la notte, e Gesù chiama a raccolta i suoi discepoli e li invita a salire a bordo di una barca, a sciogliere gli ormeggi, a passare all’altra riva del lago di Galilea che, circondato su tre lati da montagne alte, è soggetto a improvvise tempeste di vento. L’iniziativa della traversata, congedata la folla, è tutta di Gesù; all’improvviso una grande tempesta rovescia le onde nella barca, che si riempie d’acqua, mentre Gesù dorme tranquillo e sereno, stando a poppa sul cuscino. Questo è l’unico luogo del Vangelo in cui si dice che Gesù dorme; la tradizione lo presenterà dormiente sull’albero “fecondo e glorioso” della croce. Dal contesto quel dormire (al participio presente, dormiente) appare un’azione educativa: Gesù sembra farlo di proposito per sondare la reazione dei discepoli che, sopraffatti da una crisi collettiva di panico, lo svegliano dicendo: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?” (4,38b).

Gesù interviene senza indugio sulla fonte della paura dei discepoli con una autorevolezza tale che “segna il corso e il limite all’impeto dei flutti”. Questo intervento di Gesù è molto importante sul piano pedagogico; Egli, a viso aperto, rivolge ai discepoli un duplice monito: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (4,40). Alla lettera Gesù dice: “Perché siete così codardi (deilói) e increduli?”. Deve far riflettere il fatto che anche il Libro dell’Apocalisse nomina, fra gli altri, accanto ai codardi gli increduli (cf. 21,8). Subito dopo Marco nota che i discepoli, presi da grande timore, si pongono una domanda ricca di páthos: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (4,41). Coniugato all’indicativo presente, il verbo “obbedire” sottolinea che quello di Gesù non è un primato ma un vero e proprio potere assoluto, come suggerisce la formula imperativa: “Taci, calmati!”, riferita al mare (4,39), letta in sinossi con quella rivolta all’uomo posseduto da uno spirito impuro: “Taci! Esci da lui!” (Mc 1,25).

“È facile ritrovarci in questo racconto”, osserva Papa Francesco, durante la burrasca inaspettata e furiosa della pandemia, nell’omelia tenuta il 27 marzo 2020 sul sagrato di Piazza San Pietro, gremita di silenzio. “Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù il quale, mentre i discepoli sono allarmati e disperati, sta a poppa nella parte della barca che per prima va a fondo”. Forse il Maestro, placidamente coricato, intende fare appello alla responsabilità dei discepoli, per prepararli “a sostenere lo scandalo della croce”, a sopportare con coraggio le avversità e a riconoscere che “l’inizio della fede è sapersi bisognosi di salvezza”. “Abbiamo bisogno del Signore – avverte il Santo Padre – come gli antichi naviganti delle stelle: con Lui a bordo, non si fa naufragio”. “L’ora della tempesta e del naufragio – scrive Dietrich Bonhoeffer – è l’ora della inaudita prossimità di Dio, non della Sua lontananza. Là dove tutte le altre sicurezze si infrangono e crollano e tutti i puntelli che reggevano la nostra esistenza sono rovinati uno dopo l’altro, là dove abbiamo dovuto imparare a rinunciare, proprio là si realizza questa prossimità di Dio”. Il grande pensatore Romano Guardini sottolinea che “Dio è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova”.

Nel Salterio la dialettica tra lontananza e vicinanza diventa dialogo tra il lamento: “Svegliati, perché dormi, Signore?” (Sal 44,24) e la promessa: “Non si addormenterà, non prenderà sonno, il custode d’Israele” (Sal 121,4). “È nella notte – rileva Ermes Ronchi – che sorgono le grandi domande (…). Dio non è altrove e non dorme (…). Non interviene al posto mio, ma insieme a me; non mi esenta dalla traversata, ma mi accompagna nell’oscurità. Non mi custodisce dalla paura, ma nella paura. Così come non ha salvato Gesù dalla croce, ma nella croce. L’intera nostra esistenza può essere descritta come una traversata pericolosa, un passare all’altra riva. Dio risponde chiamandomi alla perseveranza, moltiplicandomi le energie; la sua risposta – raccontata dai gesti, che fanno argine e confine alla paura – è tanta forza quanta ne serve per il primo colpo di remo. E ad ogni colpo Lui la rinnoverà”. Sant’Agostino, rifacendosi all’episodio della tempesta sul lago, suggerisce come reagire quando incombe il pericolo di fare naufragio: “La fede di Cristo nel tuo cuore è come Cristo nella barca. Ascolti insulti, ti affatichi, sei sconvolto, e Cristo dorme. Risveglia Cristo, scuoti la tua fede! Persino nel turbamento sei in grado di fare qualcosa. Scuoti la tua fede” (Discorsi 163/B 6).

Il brano della tempesta sedata ci interpella e, in mezzo alle prove della vita, ci invita a tenere bene a mente che “la tribolazione produce pazienza” (Rm 5,3), la quale oltre ad essere una virtù umana è una forza divina, operante anche quando il movimento di conversione dell’uomo non è ancora compiuto. Per il cristiano la pazienza è coestensiva alla fede: è perseveranza, cioè fede che dura nel tempo; è makrothymía, “capacità di guardare e sentire in grande”, arte di accogliere e vivere l’incompiutezza. La pazienza è la virtù di una Chiesa che attende il Signore, che vive responsabilmente il “non-ancora”, percorrendo la via faticosa dell’ascolto, costruendo la comunione possibile, dando spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare e incentivare. “C’è un modo rigido – lamenta Papa Francesco – di considerare le circostanze, che mortifica la makrothymía di Dio, cioè quella pazienza dello sguardo che si nutre di visioni profonde, visioni larghe, visioni lunghe: Dio vede lontano, Dio non ha fretta”.

La makrothymía è una virtù che impegna non solo ad avere la lungimiranza dei navigatori, ma anche ad assumere la postura agile e perseverante dei pellegrini. “Turista è chi passa senza carico né direzione. Camminatore chi prende lo zaino e marcia. Pellegrino chi, oltre a cercare, sa inginocchiarsi quando è necessario”. Queste parole di san Riccardo lasciano intendere che il credente è un pellegrino innamorato del Vangelo, aperto alle sorprese dello Spirito: per lui la meta è già dentro il cammino; per lui la strada è il suo domicilio; per lui la provvisorietà è il suo numero civico. Il credente non è un viandante che ignora donde venga e dove vada, ma un pellegrino in continuo esodo. Nel pellegrinaggio – icona della vita e della condizione dei discepoli di Cristo – i pensieri, lasciati liberi nel loro svolgersi, scivolano a terra durante le ore trascorse gran parte in silenzio. Lungo il sentiero conversare con chi cammina accanto o sorridere allo sconosciuto è un’abitudine consolidata, come la disponibilità all’aiuto reciproco. Camminare per giorni con qualsiasi tempo e con quanto si riesce a portare sulle spalle, ognuno con il peso della sua storia, ha un carattere pedagogico e rappresenta una tutela anche per i luoghi che si attraversano. Tutto questo a poco a poco priva il pellegrino delle sue difese e lo conduce alla meta del proprio cuore.

Papa Francesco, il 18 settembre 2021, incontrando i fedeli della Diocesi di Roma, raccolti nell’Aula Paolo VI, li ha invitati a “interrogare la Rivelazione secondo un’ermeneutica pellegrina, che sa custodire il cammino cominciato dagli Atti degli Apostoli, il primo e più importante manuale di ecclesiologia”. Il Santo Padre ha concluso il suo intervento puntualizzando che “la Chiesa non si rafforza solo riformando le strutture, ma se riscoprirà di essere popolo che vuole camminare insieme”. La sinodalità manifesta il carattere “pellegrino” della Chiesa. Questa consapevolezza, sebbene appartenga al “patrimonio genetico” dell’ACI, non esime l’Associazione dal compito di sottoporsi a continua revisione. Non si tratta di cambiare “cilindrata” a una “carrozzeria” che ha le sue caratteristiche di base, ma di aprire nuove strade all’ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (cf. Ap 2,7). Farsi artigiani di comunione, tessitori di unità è la vocazione propria dell’Associazione di AC, che si configura come “scuola di fraternità”, abilitata a custodire “la grazia dell’insieme”, a ravvivare “l’audacia di essere un solo Corpo”.

               Essendo “scuola di fraternità”, l’ACI si qualifica come “palestra di sinodalità”, a cui Papa Francesco – nel discorso rivolto, il 30 aprile 2021, al Consiglio nazionale di AC – raccomanda di “continuare ad essere un’importante risorsa per la Chiesa in Italia”. La sinodalità è, infatti, il suo “mestiere”, la sua specializzazione fondamentale. Ne caratterizza, in tutti i suoi livelli, lo stile di governo, che non si ispira alla leadership del presidente in carica o, al contrario, a un tavolo sindacale, ma si fonda sul sensus fidei, una sorta di “istinto spirituale”, forgiato dalla grazia battesimale, che consente di sentire cum Ecclesia. Il lavoro di squadra è, dunque, una sfida permanente per l’Associazione di AC, chiamata a testimoniare che la tensione dinamica tra il camminare e lo stare insieme, “frutto e condizione della Pentecoste”, inizia dall’ascolto dello Spirito santo, invocato con la preghiera dell’Adsumus – attribuita a sant’Isidoro di Siviglia – da osare dire, senza stancarsi, all’inizio di ogni appuntamento associativo: “Insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, indicaci il cammino da seguire (…). Il nostro giudizio non si discosti mai dal tuo”.

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Autore articolo

Gualtiero Sigismondi