Il Presidente Truffelli fa un primo bilancio dei suoi 7 anni alla guida dell’Ac

Palestra di sinodalità

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Intervista a Matteo Truffelli a cura di Paolo Tomassone pubblicata su «Il Regno Attualità» (10-2021).
Si è svolta dal 25 aprile al 2 maggio la XVII assemblea nazionale dell’Azione cattolica dal titolo «Ho un popolo numeroso in questa città». Un appuntamento inedito – si è svolto a distanza con un’apposita piattaforma per consentire ai soci di partecipare e ai delegati di votare – che rappresenta il modo con cui l’associazione vuole vivere questi mesi di pandemia: «L’Ac non si ferma a rimpiangere quello che ci manca, ma vive questo tempo in maniera significativa, creativa, all’altezza di quello che il tempo ci chiede» – spiega il presidente Matteo Truffelli –.

Presidente, qual è il bilancio del suo mandato?
«È stata un’esperienza di grande spessore, ricchezza umana, crescita nella fede e fraternità con tante persone. Credo siano stati 7 anni significativi in cui, in maniera molto condivisa, l’associazione ha scelto di assumere l’Evangelii gaudium come strada da percorrere, come scelta esplicita che ha richiesto di conoscere, studiare, condividere e far conoscere i documenti di Francesco; ha richiesto anche di fare scelte creative e innovative rispetto a quello che l’associazione era ed è; al tempo stesso ha richiesto di metterci sulla strada di una profonda condivisione al di fuori dell’associazione, dentro la società civile e nel mondo ecclesiale con le altre associazioni con tutte le chiese locali.
L’impegno per costruire alleanze è stata forse la seconda chiave decisiva. Abbiamo scelto di dedicare gran parte delle nostre energie a coltivare collaborazioni con altre realtà ecclesiali e civili. Ne cito solto due: il percorso che condividiamo ormai da alcuni anni con Telethon e la collaborazione con Agesci alla quale ci accomuna la passione educativa».

Il 13 maggio lei ha dialogato con don Julián Carrón sul tema «Fraternità e amicizia sociale. La Fratelli tutti e il nostro compito». Anche con Comunione e liberazione vi state confrontando?
«Si tratta di un’iniziativa che abbiamo dovuto rimandare tante volte a causa dell’emergenza sanitaria ed è l’espressione di percorso già in essere da tempo. Vorrei che fosse un punto di partenza di un’ulteriore capacità di crescere insieme dentro la chiesa di Francesco anche pubblicamente. Credo che ci dica che tipo di chiesa vogliamo essere: una chiesa che nelle differenze, nel rispetto delle pluralità, delle diverse sensibilità e nella consapevolezza del percorso differente che abbiamo alle spalle, trova un’opportunità d’arricchimento e non un ostacolo».

Qual è lo stato di salute dell’associazione?
«Quest’anno così difficile ha mostrato in modo molto chiaro, quasi sorprendente, la capacità di tenuta del tessuto associativo anche in quei territori in cui l’associazione è più affaticata, dove la Chiesa è più affaticata e magari l’associazione è meno numericamente significativa. L’Ac è un’associazione ancora fortemente vitale, radicata dentro i territori in modo abbastanza capillare (quasi 6.500 parrocchie, 275.000 aderenti, tre quinti dei quali hanno meno di 30 anni), ha una capacità di sapersi mettere al servizio della Chiesa e del territorio locale, coltivando vocazioni educative, al servizio della carità e al servizio liturgico, ma anche a quello politico e quello culturale e alla presenza significativa dentro la scuola.
Quindi forse in forme diverse, meno visibili ed eclatanti rispetto al passato, forse con delle fatiche, delle debolezze e un senso di nostalgia rispetto a un’epoca in cui era più numerosa e appariscente, l’ACI ha ancora una grande vitalità e varietà al suo interno».

Si sta per avviare il cammino verso il sinodo in Italia. Quale contributo porterà l’Ac?
«Durante l’incontro con il nostro Consiglio nazionale, il 30 aprile, papa Francesco ha riconosciuto esplicitamente all’Ac di essere palestra di sinodalità, cioè un’esperienza che per come è fatta – per il fatto di mettere insieme generazioni differenti, ciascuna con una propria responsabilità e una propria voce in capitolo, per il fatto di mettere insieme laici e presbiteri, uomini e donne, parrocchie e diocesi, diocesi e Chiesa italiana – per sua natura è in qualche modo un’esperienza di sinodalità, di corresponsabilità, di ricerca continua della condivisione per capire in che direzione muoversi.
Questo è ciò che l’Ac può mettere a disposizione della Chiesa italiana per questo percorso che si delinea all’orizzonte: può aiutare in un certo senso a non pensare il sinodo come a un appuntamento ma come un modo di essere Chiesa; una Chiesa che si ripensa alla luce di una corresponsabilità autentica tra pastori e popolo di Dio, tra laici e presbiteri, tra uomini e donne, tra diverse dimensioni territoriali».

In questo tempo quale messaggio l’associazione rivolge al paese?
«L’Ac mette a disposizione una passione per gli uomini, per il tempo in cui viviamo e per il creato che dobbiamo custodire. Una grande passione che è fatta da qualcosa che s’impara in associazione: la gratuità, il fatto di mettersi in gioco e al servizio per altri, per una realtà più grande senza che ne vada dell’affermazione personale; s’impara il senso di un impegno a tempo, che non esaurisce tutta la dimensione della vita ma che è giocato con le competenze professionali, con l’esperienza di ciascuno, con lo spessore spirituale di ciascuno.
Così come s’impara in associazione la fatica della democrazia: le regole, i tempi, le forme, i luoghi e le dinamiche che vanno rispettate e coltivate. E poi il senso della responsabilità e della corresponsabilità. Il tutto per tradurre a favore del paese un patrimonio di idee, di valori, di esperienze e di competenze che nella comunità ecclesiale c’è, e credo forse da fuori a volte ci venga invidiato, ma che non sempre riusciamo a tradurre in capacità propositiva per il paese».