La storia dell’associazione magistrale “Nicolò Tommaseo”

Pagine di educazione cattolica

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L’ultimo libro di Andrea Dessardo, L’associazione magistrale “Nicolò Tommaseo”. Storia di maestri cattolici, 1906-1930 (Ave, Roma 2018) racconta la vicenda di un grande sodalizio che, all’indomani della Grande Guerra, arrivò a toccare i venticinquemila soci, promuovendo i diritti sindacali dei maestri, lo sviluppo della didattica, la diffusione della cultura pedagogica, la difesa della religione cattolica nella scuola italiana. Ma, nonostante i risultati raggiunti, della “Nicolò Tommaseo”, prima del lavoro di Dessardo, si sapeva poco, pur ricorrendo in quasi tutti i saggi scientifici sulla storia della scuola in Italia.

La “Tommaseo” era, per gli studiosi di storia dell’educazione, un’araba fenice, «che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa», dal momento che dei ventiquattro anni della sua storia se ne conoscevano in maniera soddisfacente soltanto i primi, oggetto di diversi studi, tra cui quello molto accurato di Luciano Pazzaglia, cui Dessardo attinge notevolmente. Ma dagli anni della Grande Guerra essa esce sostanzialmente dai radar.

Dessardo spiega questa lacuna ipotizzando una dispersione volontaria dell’archivio a opera del suo segretario generale Adelfo Negretti, deputato espulso dal Partito popolare nel 1924 e in seguito autore di uno scellerato patto d’alleanza con il fascismo che, insieme a una gestione quantomeno incauta della cassa, portò in pochi anni la “Nicolò Tommaseo” allo scioglimento. I reduci di quell’esperienza trovarono accoglienza nell’Azione cattolica, che in precedenza ne aveva invece preso le distanze, evitando di compromettere la più grande organizzazione del laicato italiano con un’associazione che aveva tradito il suo mondo d’origine – il cattolicesimo liberale – per abbracciare la deriva autoritaria in cui era caduto il paese. Dopo la caduta del regime e la restaurazione della democrazia, gli stessi maestri cattolici rinnegarono il legame con la “Tommaseo”, che cadde così nell’oblio. Se ne ricordarono solo i primi anni, quelli della lotta senza quartiere contro socialisti e massono per la difesa dei diritti religiosi.

Il libro di Andrea Dessardo, ricercatore in Storia della pedagogia all’Università Europea di Roma, ha perciò un merito doppio, in quanto colma una lacuna sia nel campo degli studi storico-educativi che in quelli sul movimento cattolico, gettando luce su quei cosiddetti “clerico-fascisti” spesso ignorati dalla storiografia. La vicenda che si delinea è tutt’altro che commendevole, è anzi la storia di cedimenti e debolezze, ma è parte non insignificante della storia del nostro paese.

L’analisi, che Dessardo ha condotto soprattutto sulla stampa pedagogica dell’epoca («Scuola italiana moderna», già consultata da Pazzaglia, ma anche i diversi organi ufficiali che la “Tommaseo” adattò nel corso degli anni), ma anche scandagliando diversi archivi (quello dell’Azione cattolica a Roma, quello di Giuseppe Micheli a Parma, l’archivio della Camera dei deputati, quello dell’Editrice La Scuola a Brescia e quello diocesano di Bergamo), rivela, in ultima istanza, una costitutiva debolezza dell’associazionismo cattolico: e questo è ciò che il libro può insegnare anche ai non addetti ai lavori. Ciò che emerge nel corso dell’intera storia della “Tommaseo”, pur in forme diverse a seconda degli anni e dei diversi contesti istituzionali, politici ed ecclesiali, è che i maestri cattolici hanno sempre dovuto cercare al di fuori del perimetro della loro associazione dei poteri cui appoggiarsi: vescovi, parroci, deputati, popolari o fascisti; tutta la storia della “Tommaseo” si fonda infatti sul confronto dialettico tra chi (il caso emblematico è quello del maestro di Torino Felice Mattana, presidente nel 1909-10) cercava di dare al movimento magistrale autonomia in senso politico e religioso e chi invece la voleva controllare facendone un satellite del potere.

Pur nell’orizzonte complessivo di un fallimento, tuttavia, la lettura del documentato libro di Andrea Dessardo, che si confronta in maniera soddisfacente con la letteratura scientifica, consente di conoscere e apprezzare anche l’impegno non scontato per migliorare la cultura e le condizioni economiche dei maestri, per sviluppare un pensiero pedagogico originale d’isprazione cristiana e, forse in maniera più decisa e inaspettata, per distinguere il piano religioso da quello civile, battendosi da credenti per la laicità delle istituzioni, già nei tempi non sospetti dell’Italia giolittiana, al punto che, in alcune circostanze, i maestri della “Nicolò Tommaseo” si dimostrarono più illuminati e persino più patriottici, in quanto attenti al bene comune, di quanto non fossero i loro colleghi laici dell’Unione magistrale nazionale.