XVI Assemblea nazionale di AC – Preghiera in Piazza San Pietro, 30 aprile 2017

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“Vidi un cielo nuovo e una terra nuova” (Ap 21,1a). Il libro dell’Apocalisse si chiude con questa visione, che apre lo sguardo sulla città santa, la Gerusalemme nuova. Giovanni, il veggente, di fronte a così incomparabile bellezza sembra fare la spola tra stupore e meraviglia; tra l’uno e l’altra c’è la stessa differenza che passa tra il punto interrogativo e quello esclamativo. Forse l’incanto di Giovanni è simile a quello che si prova quando si entra in questa splendida Piazza: il cuore sente di essere avvolto dal Colonnato del Bernini, l’occhio trova nella cupola di Michelangelo un punto di approdo tra cielo e terra, il silenzio ascolta la gioia grande di sentirsi a casa, custodito dall’abbraccio materno della Chiesa.

“Vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2). In questa visione colpisce lo sguardo fisso sulla Gerusalemme nuova, la “metropoli celeste” come la chiama San Gregorio Nazianzeno, acclamata dagli angeli per la sua bellezza sponsale. In questa visione sorprende che il movimento del corteo nuziale non sia ascensionale ma discendente, così come è avvenuto tanto nella “pienezza del tempo”, quando “il Verbo di Dio si è fatto carne” (cf. Gv 1,14a), quanto nell’ora della Croce, fissata dal Padre e stabilita dall’obbedienza del Figlio, scoccata con l’abbassamento della morte (cf. Fil 2,7-8). Analogamente, alla fine dei tempi, sarà il cielo a venire incontro alla terra, allo stesso modo in cui il sole, all’alba, “esce come sposo dalla stanza nuziale” (Sal 19,6).  

“Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: ‘Ecco la tenda di Dio con gli uomini!’” (Ap 21,3). In una scena tutta dominata dalla luce risuona una voce potente, come è accaduto il giorno della Trasfigurazione: “Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!” (Mc 9,7). Il volto di Gesù “gronda luce” ma la voce del Padre, che esce dalla nube, non dice di contemplare lo splendore di bellezza del Figlio suo, ma invita ad ascoltarlo (cf. Lc 9,35). L’ascolto è, in effetti, la forma più alta di contemplazione, quella più efficace e incisiva. Frutto maturo dell’ascolto è la conversione, che coinvolge la mente (cf. Ef 4,23-24) e raggiunge il cuore (cf. Ez 11,19). Si tratta di un processo di riforma interiore suscitato dallo Spirito di Dio, che con il “soffio vitale” della sua grazia, simile al “sussurro di una brezza leggera” (cf. 1Re 19,12b), rinnova la terra e con la Parola e i Sacramenti rende sempre feconda la Chiesa.

La gratuità è il segno visibile della fedeltà di Dio, il quale come ha rinnovato Israele con il suo amore (cf. Sof 3,17), così continua a donare energie nuove alla Chiesa. Essa, sostenuta dalla potenza dello Spirito, ringiovanisce continuamente coniugando “nova et vetera” (cf. Mt 13,52), facendo “memoria del futuro”, versando “vino nuovo in otri nuovi” (cf. Lc 5,38). Sebbene gli otri vecchi non siano adatti a contenere un vino frizzante, ancora fresco di fermentazione, che rischierebbe di spaccarli, essi non perdono l’utilità di conservare il vino vecchio, che la stagionatura rende sempre più gradevole. L’audacia di trovare nuove strade è, dunque, il “cantiere” che l’Associazione di AC non può rinunciare ad aprire al compiersi dei 150 anni del suo cammino. Papa Francesco raccomanda di “essere creativi nel ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi”; non si tratta di rottamare quello che l’esperienza della storia ha trasmesso, ma di “custodire l’essenziale”, investendo sulla cura della vita interiore, che resta l’infrastruttura più necessaria.

 “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Questa non è una promessa, ma una benedizione che, oggi, scende dal cielo sulla nostra “famiglia grande e bella” dell’ACI, chiamata ad aiutare la Chiesa a resistere sia alla tentazione di adeguarsi alla città terrena, mimetizzando la verità cristiana, sia all’illusione di contrapporsi al mondo, arroccandosi nella propria cittadella fortificata. Tale impegno non s’improvvisa; rimane, piuttosto, l’obiettivo a cui deve tendere un lungo e assiduo cammino di formazione intellettuale e morale, ben sapendo, come insegna la Lettera a Diogneto, che i cristiani godono nel mondo di una “cittadinanza paradossale”. “L’essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante”. All’Associazione di AC è chiesto di essere “segno di contraddizione” (cf. Lc 2,34) con l’audacia della “delicata fierezza” di chi sa che la Chiesa – come diceva don Primo Mazzolari – “non ha confini da difendere o territori da occupare, ma una maternità da allargare”.