Venerdì 13 febbraio 2009, in memoria di Vittorio Bachelet

Versione stampabileVersione stampabile

Ci aprisse qualcuno le orecchie per ascoltare? (Mc 7, 31-37)

Essere sordi è una grande sofferenza perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda, vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi. Diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge. Ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi. E’ la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra vita. Bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi. La vita degli altri è sempre una seccatura, una invasione. Invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, di persone che aprono la loro vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno. Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti.

Gesù incontra un giorno un sordo muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento, in grandi difficoltà nello stabilire relazioni; parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire chiaramente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore. E Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva. Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna e alla gente spesso basta toccare il suo mantello per sentirsi salvato oltre che guarito.

E’ un gesto che fa sempre ogni prete quando battezza: “apriti” gli comanda, la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita, è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode di Dio. Quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio, ringrazialo, invece e apriti ai suoi doni, ai suoi appelli. C’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo. Ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti. Questo è il segreto della vita di tutti. Gesù questo lo sa fare, sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti. E’ la vocazione dell’uomo, è stata la vita di Vittorio che noi da quasi trent’anni ci troviamo a ricordare e a riaffidare sempre al Dio della Parola che salva e dell’ascolto che accoglie. La sua vita ha avuto come punto forza sempre il dialogo, l’ascolto paziente e la forza di dire e di convincere, di esporsi e di ricevere, di orientare e far convergere dopo aver apprezzato e meditato quello che la vita gli presentava.

Aveva sempre una grande fiducia che da ogni cuore potesse sgorgare una bontà e che in ciascuno ci fosse disponibilità ad accogliere la verità, che per questo andava sempre servita con coraggio. In questo seguiva il maestro Gesù, perché ne ascoltava sempre la Parola e ne annunciava la forza.

Proprio per questa parola scomoda fu fatto tacere, fatto muto; per questa sua vita aperta ad accogliere e pronta a orientare fu reciso dalla convivenza umana da chi voleva solo uomini e donne chiuse alla verità e sorde agli appelli dell’umanità. Ma Dio ne ha moltiplicato la voce e ha accolto ogni sua invocazione e oggi ancora ci parla e davanti a Dio ci ascolta. E Dio fa sempre di nuovo riudire i sordi e parlare i muti, riapre la vita e rinnova la sua Parola.