S. Messa in suffragio del prof. Mario Agnes – Domus Mariae, 16 giugno 2018

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“Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37). Questa lapidaria espressione di Gesù cattura lo sguardo della mente e l’orecchio del cuore. Gesù ricorda ai suoi discepoli che fra di loro deve regnare la sincerità assoluta, senza bisogno della “stampella” del giuramento. “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”. Le scorie tossiche del “di più”, i cui diritti d’autore sono riservati al diavolo, si sedimentano sulla lingua quando non si ha l’audacia di parlare “a viso aperto”, seguendo l’esempio di Gesù che ha sempre cercato – come dirà a Pilato – di “dare testimonianza alla verità” (cf. Gv 18,37), non rinunciando a essere “segno di contraddizione” (cf. Lc 2,34), “motivo di scandalo” (cf. Mt 13,57). È interessante osservare, al riguardo, che uno dei ritratti più luminosi di Gesù è quello tracciato dai farisei e dagli erodiani i quali gli riconoscono: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia gli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio” (Mc 12,14).     

Sollecitando i discepoli a “non giurare il falso”, anzi, a “non giurare affatto” (cf. Mt 5,33-36), il Signore raccomanda loro di essere leali, sinceri, veri. La lealtà è il fondamento della fedeltà: quando non si è leali si è già infedeli! Quando le parole sono lo specchio dei pensieri si è sinceri, ma solo quando le opere riflettono le intenzioni e i sentimenti del cuore si è veri. Il parlar chiaro non conosce il genere letterario dei silenzi pavidi e cortigiani; c’è una “zona franca” tra il “sì” e il “no” in cui è bene non entrare! Parlare chiaro significa, dunque, non sfumare il “sì” con il “ma” e il “no” con il “però”. Parlare chiaro significa concedersi una sosta nello spazio del “se”, cioè del dubbio, unicamente quando si configuri come infaticabile esplorazione del possibile e non come incapacità di discernere e decidere. Parlare chiaro, non per posa o per pregiudizio ma per sofferta e serena coerenza, vuol dire superare ogni forma di conformismo e compromesso. 

Parlare chiaro è quanto ha fatto Elia, anche con i gesti, come quello compiuto appena sceso dal monte di Dio, l’Oreb, narrato nella prima lettura (cf. 1Re 19,19-21). Il gesto di gettare il mantello sulle spalle di Eliseo non è un’investitura ma una profezia. Eliseo non esita ad entrare al servizio di Elia, lasciando tutto, i genitori, il lavoro e i buoi, senza volgersi indietro. Consapevole che la sua vita è nelle mani di Dio (cf. Sal 16,5), Eliseo sembra anticipare quello che Paolo riferisce a Gesù Cristo: “Egli non fu ‘sì’ e ‘no’, ma in Lui vi fu il ‘sì’” (2Cor 1,19).

Il mantello che Eliseo riceve in eredità dalle mani di Elia fa pensare allo stile sinodale di quel passaggio di consegne che, puntualmente, regola la vita dell’associazione di AC, a tutti i livelli. Oggi noi ricordiamo il prof. Mario Agnes, per sette anni Presidente nazionale di AC, dal 1973 al 1980. Il prof. Alberto Monticone, che ha ricevuto il mantello della Presidenza nazionale dalle sue mani, ha reso questa testimonianza. “Percepii il senso di quel suo ricercare la pienezza della vocazione laicale, nella guida dell’Associazione e nella sua vita personale, da diversi elementi e particolarmente dal fatto che egli volle affidare a me nel gennaio 1980 una relazione al Consiglio nazionale avente per oggetto Laici nella Chiesa, cristiani nel mondo. Ed egli stesso nell’assemblea del suo commiato in quello stesso anno nel tracciare il puntuale bilancio dell’ultimo suo mandato manifestò chiaramente l’ideale che aveva accompagnato il suo impegno, quello della formazione di cristiani in cammino nella concretezza della vita sociale, custodendo e rendendo efficace dall’interiorità il fondamento spirituale, senza sovrapporlo. In quell’occasione definì infatti i soci dell’ACI contemplativi itineranti, formula che si adattava bene alla sua persona e che rimase sua meta sino alla sua morte”.

Il profilo del prof. Mario Agnes, per 23 anni Direttore de L’Osservatore Romano, lo si può ricavare da un discorso di Paolo VI all’Unione Cattolica Stampa Italiana, del 22 settembre 1963, in cui ricorda ai giornalisti che “il di più viene dal maligno”. “I giornalisti sono i professionisti della parola, sono gli esperti, gli artisti, i profeti della parola. Il giornalista è maestro e guida del suo lettore; la sua funzione si colloca fra la verità e la pubblica opinione. La responsabilità dei giornalisti di fronte alla società è grande, ma lo è anche di fronte alla stessa coscienza e davanti a Colui di cui essa è la risonanza, più o meno forte, nell’intimo di ciascuno”.

Grati al Signore per il debito di amicizia e di riconoscenza che ci lega al prof. Mario Agnes, eleviamo la nostra preghiera di suffragio e di conforto.

+ Gualtiero Sigismondi