Omelia di mons. Sigismondi al XXXIX Convegno Bachelet

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Domus Pacis, 8 febbraio 2019

“Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!” (Eb 13,8). Questa confessione di fede, una delle più solenni di tutto il Nuovo Testamento, sigilla la Lettera agli Ebrei. L’Autore sacro, dopo aver raccomandato di non dimenticare la declinazione della carità fraterna, esorta a preservare il matrimonio da ogni macchia di infedeltà, incoraggia a custodire la fiducia nella Provvidenza come antidoto all’avarizia e invita a venerare coloro che esercitano il servizio della presidenza: “Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio. Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede” (Eb 13,7).  

“Ricordatevi dei vostri capi”: come non pensare a Vittorio Bachelet? Farne memoria significa non solo riportare alla mente la sua figura e il suo insegnamento, ma anche dargli di nuovo il cuore, come suggerisce l’etimologia del verbo ricordare: verbo di futuro, non di passato! Egli ha esercitato il servizio dell’autorità usque ad sanguinis effusionem, come ha testimoniato Giovanni Battista, la cui morte non ha il valore salvifico di quella di Gesù, ma è certamente la partecipazione più intima al mistero della croce (cf. Mc 6,14-29). La storia del Battista è quella di un uomo straordinario che alla coscienza della grandezza della sua vocazione ha sempre unito la consapevolezza del limite della sua missione: “Io non sono il Cristo” (Gv 1,20). Bellissimo è l’autoritratto che egli abbozza dichiarando di essere “l’amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,29-30).

La Passio di Giovanni mostra che egli non è “una canna sbattuta dal vento” (cf. Mt 11,7), ma una quercia che non si piega: può essere solo spezzata! La singolare sinossi tra Erode e il Battista ci permette di scoprire cosa comporti essere capi autorevoli, cosa richieda esercitare il servizio dell’autorità, cosa significhi godere di una sovranità che solo la libertà da se stessi assicura. Questa forma di libertà, la più grande, è sempre associata all’obbedienza; libertà e obbedienza sono, infatti, due virtù che avanzano se camminano insieme.

Il profilo di Erode è possibile scorgerlo in questo ritratto: “temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri” (Mc 6,20). L’ascolto lo spingeva a fermarsi sulla soglia della perplessità, senza decidersi a varcare la “porta stretta” della conversione. Questa durezza di cuore dipendeva dall’impurità del suo sguardo, che l’evangelista Marco fissa in questa immagine: “la figlia di Erodiade danzò e piacque a Erode e ai commensali” (Mc 6,22). Il buio degli occhi manifesta la passione che arresta il cuore di Erode il quale, giurando più volte, dice alla fanciulla: “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno” (Mc 6,23). Quando la figlia di Erodiade, sobillata da sua madre, gli chiede la testa del Battista, Erode appare stretto tra l’incudine della libidine e il martello del giuramento compiuto davanti ai commensali. Fattosi molto triste, non oppone rifiuto alla richiesta della fanciulla e dà ordine ad una guardia di eseguire la sentenza di morte di Giovanni. Squallida la scena della macabra staffetta del vassoio, con la testa del Battista, dalle mani della guardia a quelle della fanciulla e da questa a sua madre. Nel tentativo, disperato, di trovare riparo, gli occhi di Erode avranno cercato un punto di approdo nello sguardo, attonito, dei commensali.

Davanti alla testa del Battista la figura di Erode impallidisce; egli è un potente che, nella sua tracotanza, non riesce a sopportare chi, come Giovanni, si comporta da uomo libero. Questa arroganza ha contaminato anche gli uomini delle Brigate rosse i quali, il 12 febbraio 1980, hanno osato freddare il corpo di Vittorio Bachelet. Vano è stato il loro tentativo di spegnere il “roveto ardente” del suo servizio civile ed ecclesiale, a cui l’Associazione di Azione Cattolica, che ne ha misurato la statura e la nobiltà, si accosta togliendosi i sandali dai piedi (cf. Es 3,5). Ricordare è una delle espressioni più alte della gratitudine: chi non ha il senso della storia non avrà “memoria del futuro” e sarà inesorabilmente destinato a inciampare in errori e fallimenti. Con l’eredità di sapienza ricevuta da Vittorio Bachelet, i soci di Azione Cattolica Italiana possiedono come una fiaccola che, oltre a risplendere, illumina. A Bachelet è “cosa buona e giusta” dedicare quanto don Primo Mazzolari diceva del suo vescovo, mons. Geremia Bonomelli: “Il tempo non ha ancora compiuto il ponte tra la nostra mediocrità e la sua grandezza, tra il suo perdersi e il nostro calcolare”.