Omelia al Convegno Presidenti e Assistenti di AC 2017

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Non siate debitori di nulla a nessuno se non dell'amore vicendevole. C'è un debito che tutti abbiamo, quello della fatica che tutti facciamo a compiere l'opera di misericordia spirituale della correzione fraterna, di cui ci ha parlato tanto il profeta Ezechiele nella Prima lettura quanto Gesù nel Vangelo. Dobbiamo riconoscere tutti questo peccato di omissione. Siamo chiamato anzitutto a vegliare su noi stessi, siamo chiamati a vigilare sul fratello e poi, a seconda delle responsabilità di ciascuno, abbiamo il compito anche di sorvegliare. Soltanto chi vigila su se stesso può vegliare sui fratelli. Ma quali sono le condizioni che rendono possibile la correzione fraterna? Sono almeno tre. La prima ce l'ha indicata Gesù nel Vangelo: occorre grande discrezione. Quando ci accorgiamo che un fratello ha bisogno dell'opera di misericordia della correzione dobbiamo rivolgerci direttamente a lui. Se questo non dovesse bastare dobbiamo coinvolgere qualcun'altro per poterlo sollecitare; se non dovesse bastare ancora occorre coinvolgere l'assemblea, non per mettere il fratello con le spalle al muro, ma per dargli un'occasione ulteriore di presa di coscienza del suo stato. La discrezione dunque. Guai a parlare ad altri di ciò che riguarda un fratello: prima direttamente con lui, possibilmente guardandolo negli occhi. Perchè il segno che nel compiere l'opera della correzione fraterna noi siamo in pace interiore è la capacità di guardare il fratello serenamente negli occhi, senza deviare nè a destra nè a sinistra. La discrezione quindi, il primo ingrediente. Se ci pensiamo bene, la discrezione è la forma più alta di attenzione, la più elegante, la più nobile, la più bella.

C'è poi un secondo ingrediente necessario per la correzione fraterna: la mitezza. Fino a quando il cuore è inquieto non è il momento di parlare. Anche se abbiamo visto con chiarezza l'errore, non possiamo intervenire se non siamo in pace perchè magari con quell'opera di correzione fraterna rischiamo di vendicarci di qualcosa. C'è una pagina bellissima nel Vangelo di Luca che ci fa sentire l'eco di questa mitezza: quando il Signore riprende Marta la chiama due volte per nome, proprio per farle sentire la carica di affetto che l'ispira. Non avrebbe detto il nome due volte se non fosse stato mosso dall'affetto, ma in quella ripetizione del nome c'è l'eco di un profondo affetto, di una grande mitezza. Fino a quando non c'è il disco verde della mitezza, anche se abbiamo visto con chiarezza, non è ancora ora di intervenire. 

C'è poi un terzo ingrediente importantissimo nella correzione fraterna che è la chiarezza. Spesso, quando si tenta di fare quest'opera d'arte, si fa sempre il raccordo anulare, senza mai andare al centro. Magari ci si accontenta di dare qualche pacca sulle spalle, ma non serve. Occorre sempre guardare negli occhi il fratello  e dirli con chiarezza quello che sentiamo di dovergli dire. E' la chiarezza che Paolo ha avuto nei riguardi di Pietro, quando gli ha parlato a viso aperto. E' la chiarezza che il Signore stesso ha avuto con Pietro domenica scorsa. L'abbiamo sentito nel Vangelo, quando lo ha chiamato addirittura "Satana", senza mezzi termini. La chiarezza: è un segno evidente, sicuro, di fortezza. 

Discrezione, mitezza, chiarezza: tre elementi importantissimi per compiere l'opera d'arte, l'opera di misericordia spirituale della correzione fraterna. Quando siamo chiamato a farla, e non iniziamo mai, dobbiamo chiederci perchè. Forse perchè abbiamo paura di perdere consenso, e questo crea grosse difficoltà, grossi disturbi, rivela che non siamo liberi, vuol dire che cerchiamo ancora noi stessi, abbiamo paura di perdere qualcosa dimenticando che perdere un fratello è un grave peccato di omissione. Dobbiamo anche esaminare che cosa accade nel nostro cuore quando ci viene fatta qualche correzione: quali sono i risentimenti o i sentimenti che ci attraversano. Anche quell'esame è importantissimo per capire a che punto stiamo in questo processo di crescita nella libertà. La Messa di questa domenica è iniziata nella Colletta chiedendo al Signore il dono della vera libertà. Non c'è dono più grande: una palestra per misurare se siamo veramente liberi è quella del verificare se siamo in grado di compiere l'opera d'arte della correzione fraterna. Chiediamo al Signore la grazia di poter osservare quanto San Paolo ci ha raccomandato: "Non siate debitori di nulla a nessuno se non dell'amore vicendevole".