Convegno nazionale dei presidenti diocesani di AC – Domus Mariae, 29 aprile 2018

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La liturgia ci aiuta a filtrare la luce del Sole di Pasqua con la lente delle immagini. Oggi ci viene proposta la metafora della vite e dei tralci, contenuta nel capitolo 15 del Vangelo di Giovanni: uno dei vertici della riflessione cristiana, la magna charta della comunione che Cristo offre, istituisce ed alimenta. Il verbo “rimanere” attraversa tutta la pericope: significa non semplicemente “restare presso”, ma “essere in comunione”. La metafora giovannea della vite e dei tralci è certamente in relazione, ma anche in opposizione, alla vigna di Jahvè, un’immagine molto frequente nell’Antico Testamento per indicare il popolo eletto: un popolo che spesse volte ha prodotto uva acerba anziché vino nuovo (cf. Is 5,1-7) e a cui Dio, tuttavia, si è legato con la stessa fedeltà del contadino che si vincola ad un appezzamento di terreno, quando decide di piantarvi una vigna.

La premura di un contadino per la sua vigna non è una preferenza ma una predilezione. Egli inizia a frequentare la vigna per potarla quando la natura comincia a svegliarsi dal letargo dell’inverno: la potatura ha tutte le caratteristiche di un dialogo tra innamorati. In primavera, dopo aver raccolto i tralci, il vignaiolo dissoda e concima il terreno. Più volte, nella stagione calda, “dà l’acqua alle viti”, il verderame, per difenderle dai parassiti. D’estate, dopo ogni temporale, le passa in rassegna, sull’attenti; quando i grappoli cominciano a maturare, assapora i primi acini gustandoli in compagnia degli amici che, con fierezza, porta a visitare la vigna. All’arrivo della stagione della vendemmia è festa grande e sembra che la cantina diventi un’orchestra con diversi strumenti. Viene poi il tempo del grande silenzio della fermentazione, durante il quale il contadino entra nel buio della cantina, per annusare l’aria; in attesa di gustare il vino novello fa visita alla vigna, in segno di gratitudine, calpestando il terreno ricoperto da una coltre di foglie.  

L’immagine forte e allo stesso tempo viva della vite e dei tralci, analogamente a quella paolina del “corpo” (cf. 1Cor 12,12-27), evoca ed implica un alto grado di intimità: vite e tralci fanno un tutt’uno. Il richiamo al rapporto tra vite e tralci, se da un lato vuole porre l’accento sul fatto che l’innesto nella vite è condizione di fecondità dei tralci – “Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me” (v. 4) –, dall’altro lascia intendere che, se i tralci non portano frutto in Cristo, sono destinati ad essere recisi, allo stesso modo di quelli che non lo portano affatto; il frutto, preso in se stesso, non è indice di fecondità: “Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (v. 2). La fecondità non è questione di abbondanza di frutti, ma di dipendenza dalla vite; non basta portare frutto, ma occorre portarlo in Cristo, cioè attraverso un rapporto intimo, stabile, con Lui.

“In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (v. 8). Gesù subordina la chiamata a diventare suoi discepoli all’invito a portare “molto frutto”, cioè a essere uniti a Lui, “Vite della Vita”. Non è diventando discepoli che si porta frutto, ma il contrario! Se il discepolato è il “frutto maturo” del legame con Cristo, il “frutto eccellente” del discepolato ha come unità di misura l’osservanza dei comandamenti (cf. v. 10), fonte sicura di gioia (cf. v. 11). “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (v. 12). Nell’indicare il primato del comandamento dell’amore mediante il ricorso non ad un aggettivo numerale ordinale, bensì ad un aggettivo possessivo, il Signore Gesù suggerisce che la “misura alta” di tale comandamento è costituita dalla capacità di “dare la vita per i propri amici” (v. 13). Nel vocabolario dell’amore non c’è spazio per la parola “nemico” e nemmeno per la categoria di “servo”, ma solo per il termine “amico” e per la nozione di “fratello”.

“Dimorare in Cristo”, “portare molto frutto”, “diventare discepoli”, “dare la vita per gli amici”: la chiamata alla santità ha la sua fonte nella radicale dipendenza da Cristo e il suo culmine nella comunione reciproca fra i tralci. Il primo “ecumenismo” da realizzare è, dunque, quello con Gesù. Questo impegno vede l’associazione di AC in trincea, da 150 anni, ma sempre sulla frontiera di questi interrogativi: che cosa occorre tagliare? che cosa è necessario potare? che cosa è possibile innestare? Dalla risposta dipende il futuro presente dell’AC, vera e propria “piantagione della Chiesa” che, agli inizi della predicazione del Vangelo, “si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito santo, cresceva di numero” (At 9,31). 

+ Gualtiero Sigismondi