Nel carcere di Velletri, l'esperienza di prossimità di un gruppo di giovani-adulti di Ac

Oltre le sbarre

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di Francesco Mancini - «Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così scrive Matteo nel capitolo 25 del suo vangelo, da questi due versetti sono prese le 7 opere di misericordia corporale, non starò qui a descrivere passo passo ognuna di esse (perché non ne sarei in grado) o di quanto è importante compierle per la propria vita e per quella degli altri, ma soltanto un breve racconto di un gruppo di giovani-adulti (delle parrocchie di sant’Antonio Abate e Santa Maria assunta in Cielo di Anzio) che ormai da anni ha deciso di portare avanti degli incontri insieme ai detenuti del carcere di Velletri.

Sono Francesco ho 31 anni e insieme a Mimmo, Arianna, Cristina, Giorgia, Vittorio, Maurizio, Verena, Luca, Chiara ed altri amici, andiamo periodicamente in carcere per svolgere servizio. Tutto è iniziato intorno al 2011 quando ci è stato proposto di andare ad animare la messa nella casa circondariale di Velletri. Sinceramente eravamo molto spaesati e non sapevamo cosa ci aspettasse in un’esperienza così fortemente viva. Personalmente mi sono fatto molti film in testa, pensavo di ritrovarmi di fronte brutta gente, che saremmo stati dentro una stanza con delle sbarre tra noi e loro, che durante la messa sarebbero state presenti le forze dell’ordine armate e cose simili…. nulla di ciò si è concretizzato.

I detenuti erano con noi ad animare la messa, senza guardie, senza sbarre, senza alcuna forzatura , tutto tranquillo, tutto molto bello. Abbiamo deciso, quindi, di andare periodicamente in carcere: lo sentivamo parte del nostro percorso di crescita sia personale che di gruppo.

La situazione è cambiata drasticamente due anni fa; infatti, il cappellano del carcere, Don Franco, ci ha proposto di svolgere delle vere e proprie catechesi per i detenuti. Non si è trattato più, quindi, di animare con canti e letture la messa  domenicale, ma di preparare delle vere e proprie catechesi. L’impegno in questo caso era molto più grande, tale che molti di noi non se la sentivano di fare un passo così in avanti, ma dopo averne parlato più volte abbiamo detto di SI insieme. Alla fine non ci abbiamo pensato  più di tanto: a queste proposte non si risponde con il cervello, ma con il CUORE.

Sono ormai due anni che teniamo, una volta al mese, delle semplici catechesi ai ragazzi della casa circondariale basate su canti e alcune riflessioni prese dal Papa o da altre figure importanti. Con il tempo ci siamo anche conosciuti meglio e abbiamo avuto la possibilità di creare, con i detenuti, dei legami molto belli: alla fine il Signore fa questo, UNISCE sempre, anche nelle situazioni più insperate.

All’inizio di questa mia esperienza ero partito con la domanda “Cosa sarò in grado di dare a quelle persone?”: francamente questa domanda non ha avuto mai risposta, perché l’unico pensiero che avevo e ho nel cuore è stata “ma quanto è stato BELLO vivere questo momento”. I ragazzi mi hanno trasmesso un messaggio fondamentale: che “Dio sta ovunque”; allora sta anche in carcere e io ne ho la prova.