Davanti alla platea del Convegno c’è l’icona che accompagnerà i prossimi tre anni di impegno associativo: date loro voi stessi a mangiare. Come dobbiamo farlo? Come vogliamo dare da mangiare alle persone che ci stanno intorno e come vogliamo nutrire il futuro della Chiesa e del Paese? Sono queste le domande che Emanuela Gitto e Paolo Seghedoni, vice presidenti nazionali dell’Ac, hanno posto ai tre ospiti della tavola rotonda che si è svolta sabato mattina, Nutrire il futuro: dentro le sfide della Chiesa e del Paese.
Ripartire dal “noi”
Nutrire il futuro è anche un atteggiamento che parte dall’”io” per arrivare al “noi”. Lo ripete spesso papa Francesco, lo stesso Presidente di Ac lo ha scritto e detto molte volte: la cultura dell’alleanza e delle alleanze per i territori in cui viviamo e il bene comune a cui aspiriamo riparte dal “noi”.
Piermarco Aroldi, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali
e comunicativi presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha parlato di cultura declinandola sempre al noi, una cultura condivisa che è dialogo, ascolto reciproco, confidenza, relazione gratuita e vera, partendo dalla famiglia e ribadendo un semplice concetto: costruire, produrre o generare cultura è il compito che ci attende, come gli artigiani. Quando si condivide cultura allora si è generativi, altra parola rimbalzata molte volte all’Auditorium della Fraterna Domus.
Generativi si è se condividiamo
E se condividiamo le storie e i progetti, nonché le istanze, dei nostri territori. Insieme. Ne è convinta Daniela Palladinetti, avvocato, membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici in Italia, che ci ha spiegato che la democrazia è un cuore ferito, sì, ma ha tutto il tempo e lo spazio per andare “oltre”, per giustificare la sua rinascita, e la sua essenza. Essere generativi in politica e nell’amministrazione della cosa pubblica significa innanzitutto pensare al futuro. Costruendo percorsi condivisi. E la meta deve essere alta, dobbiamo pensare qualcosa di più grande, di più alto. Solo così riusciremo a essere persuasivi e condividere la bellezza del lavorare per il bene comune. Rileggendo l’esperienza della Settimana sociale di Trieste che è, ancora oggi, un percorso in fieri, ci ha raccontato di un Paese e una Chiesa, comunità ecclesiale, che sono pronti, magari poco incisivi, ma pronti, per un’Italia che aspira alla bellezza e alla giustizia. Partecipare è la cura.
Siamo pietre che collegano i confini. Non altro
Alessandro Rosina, infine, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha parlato di mobilità e come questa sia un’opportunità di crescita sociale ed economica. Oggi siamo tutti in movimento, rispetto agli anni passati, e questa mobilità dovremmo tradurla in un fatto positivo. La conoscenza dei Paesi lontani dal nostro, la possibilità di conoscere lingue e impadronirsene, di instaurare rapporti di cultura con altri mondi diversi dal nostro, è un fatto positivo. E se questo è un fatto positivo, si chiede provocatoriamente, come possiamo aver paura di una legge sulla cittadinanza dei figli di migranti nati in Italia? Come possiamo aver paura del nostro futuro? Nell’epoca delle reti fluide, siamo capitati nel tempo dei confini e delle guerre.
In tutti e tre gli interventi, infine, c’è il senso di provare a immaginare il futuro. Il nostro futuro. A immaginarlo, viverlo, costruirlo, pieno di speranza. Per Nutrire il futuro: dentro le sfide della Chiesa e del Paese, siamo pietre, dicono i relatori, che collegano i confini. Non altro.