Lezioni di “virologia” III

“Nulla sarà più come prima”. Speriamo

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Aspettiamo il picco del contagio. Arriverà il picco. E allora si tornerà alla normalità. Calma. Il picco non sarà l’inizio della fine ma segnerà l’inizio di una fase di transizione, di rallentamento. Non sarà certo opportuno abbassare la guardia. Sul ring abbassare la guardia significa prendere colpi da ko. Ritorno alla normalità è quello che tutti ci auguriamo. Ma attenzione: quale normalità? Quella di prima, prima del Coronavirus o quella di oggi; quella che ci sta insegnando e suggerendo stili di vita più tranquilli, rispettosi degli altri e dell’ambiente.

Non vorrei peccare di pessimismo, ma le difficoltà attuali, le restrizioni cui tutti siamo soggetti potrebbero scatenare, finito l’allarme, una euforia - comprensibile - ma pericolosa, perché il virus sarà in esilio ma sarà prematuro affermare che sia sconfitto. Il rischio del “passata la festa (nel senso di paura), gabbato lo santo” è dietro l’angolo. Guai a fare il gesto dell’ombrello al virus che potrebbe riservare sorprese poco gradite; più mitigate certamente ma non meno dannose.

Dunque occorre prepararsi bene alla festa dei riabbracci. La normalità di prima ci siamo accorti che tanto normale non era, perché al di là della imprevedibilità dei fenomeni ha dimostrato che, da un lato, viviamo ormai in un mondo interdipendente e interconnesso - a tutti i livelli – e, dall’altro, non ci possiamo permettere di procedere senza regole. Non ci si può sempre affidare al buon senso e alla buona volontà altrui, allo “speriamo che io me la cavo”. Allo: “io faccio come mi pare perché sono libero e gli altri facciano altrettanto o si arrangino”. Occorre prepararsi ad una nuova normalità. Ai tempi delle Torri Gemelle la frase “nulla sarà più come prima” era sulla bocca di tutti, su tutte le pagine. Cosa è cambiato, poi? Poco o niente. Anzi. Restano i conflitti, la diseguaglianze, la corruzione, l’illegalità, le dipendenze, etc. Il rischio che tutto torni come prima è dietro l’angolo. Certi virus comportamentali, istituzionali, strutturali sono duri a morire.

La voglia di socialità che sembra affiorare anche dalle “balconate” e dalla molte scritte sui muri reali e virtuali, non nasconde forse (almeno a volte) quella insofferenza che nella normalità significa insoddisfazione e individualismo? Non può essere solo il frutto della scaramanzia di scacciare il malanno che ora incombe, anche sui tanti che si credevano (ci credevamo) intoccabili, invincibili? Ce la faremo! Ma chi non ce l’ha fatta ? Chi non ce la farà? Le famiglie che non riescono neppure a seppellire i morti?

Le angosce che si sommano a quelle di sempre non potranno essere cancellate da un sospiro di sollievo.

Sì, ce l’avremo fatta, ma se riprendiamo poi il nostro voler essere liberi, nella nostra indipendenza, liberi di fare senza mettersi in ascolto di altro, degli altri sarà tutto come prima, forse più insoddisfatti e incattiviti di prima, ognuno alla ricerca del proprio.

Salvata la pelle, il vicino ora associato alla resistenza tornerà ad essere il condomino con il quale litigare? L’anziano sarà ancora da solo a tirare a campare? La persona fragile, diversa - magari perché ha un altro colore della pelle - sarà nuovamente isolata e scartata? Torneremo a prendercela con il Governo - qualunque esso sia -, ma senza riuscire a partecipare, ad esser cittadini maturi e consapevoli?

Liberi dalla malattia, liberi di star bene, ma per favore senza essere disturbati!

Il virus biologico deve attivare meccanismi di reazione positiva. L’isolamento forzato deve essere tempo di riflessione. Tempo di domande, di coscienza per raggiungere a marce forzate - perché è urgente - quella coesione sociale che davvero può unirci in un futuro sereno per tutti.

Si vedono le immagini dei canali di Venezia con acque limpide! Cala l’inquinamento, una concausa da non sottovalutare.

E allora perché, con i mezzi digitali che abbiamo e che oggi garantiscono un minimo di relazioni, non ci scambiamo idee sul futuro, sul domani, su come possiamo accettare la lezione della virologia e trasformarla in una grande aula di pensiero e di rigenerazione per tutti?

E non dimentichiamoci che, volenti o no, credenti o meno, siamo figli di un Padre che ci ha messo a disposizione una casa che dobbiamo curare e che la trascuratezza continua a danneggiare. La preghiera, le invocazioni non sono atti, superstizioni o devozioni d’altro tempo. Sono la ricetta per riprendere un po’ di senso, per orientare i nostri giorni verso qualcosa, verso qualcuno, per “essere” e non lasciarsi andare in balia di un “avere” che ci consuma.