Note a margine sull’alternanza scuola-lavoro

Lavoratori e studenti di Ac insieme per riflettere su una tragedia, la morte del diciottenne Lorenzo Parelli vittima di un incidente nella fabbrica in cui completava la sua formazione professionale.

La vicenda di Lorenzo Parelli, lo studente di Udine che ha perso la vita per un incidente durante il suo ultimo giorno di attività in azienda, all’interno di un’esperienza di tirocinio, riapre la questione del rapporto tra due universi paralleli: la scuola e il lavoro.

L’incidente ci lascia sgomenti, parliamo di un fatto che rimane tragico e inaccettabile e che provoca profondo dolore. Per questa ragione, intendiamo esprimere tutta la nostra vicinanza alla famiglia del ragazzo. Inoltre, crediamo che lo svolgersi di tirocini, di stage, la creazione e realizzazione di PCTO (Percorsi per le Competenze e l’Orientamento) e il lavoro stesso necessitano di una più ampia e concreta attenzione pubblica perché non siano a rischio la formazione e la vita di studenti e lavoratori, come troppo spesso è successo e continua a succedere.

L’idea che uno studente frequenti un ambiente di lavoro durante gli studi è stata concretizzata a seguito della Legge 107, nota come “La Buona Scuola”. Tale legge, suggerendo tempi, ma pochi modi, si proponeva di offrire agli studenti, attraverso una esperienza extrascolastica, un sapere sempre più connesso al saper fare. Sulla carta si trattava di una possibilità importante per tutti coloro che, durante il normale periodo di studio, avrebbero potuto frequentare un ambiente lavorativo. L’applicazione della legge ha avuto dapprima una fase di decollo molto lenta, poiché le aziende dovevano concepire forme per ospitare gli studenti, compiti da affidare loro e soprattutto azioni finalizzate al rispetto delle condizioni di sicurezza. Numerosi sono stati i tentativi mal riusciti di fornire un avviamento al lavoro. Questi hanno costituito molto spesso una “brutta copia” di una possibile attività lavorativa inserita in un’azione didattica sterile e fine a se stessa. In molti casi, la disorganizzazione e la difficoltà delle scuole e delle aziende ad aprirsi al territorio hanno contribuito, talvolta innocentemente, a svilire sia il compito formativo dell’esperienza, sia la reale concezione di impegno lavorativo. In questa fase sono stati considerati percorsi di alternanza scuola-lavoro alcune attività già in essere (sportive, stage etc.), che sono state “burocratizzate” e inquadrate, in modo improprio, sotto il cappello dell’alternanza.

L’idea di avvicinare gli studenti alla esperienza lavorativa è di per sé una iniziativa lodevole, in quanto prevede che gli studenti “acquisiscano competenze personali e sociali comprendenti le soft skills, ovvero quelle competenze trasversali e trasferibili attraverso la dimensione operativa del fare: capacità di interagire e lavorare con gli altri, capacità di risoluzione di problemi, creatività, pensiero critico, consapevolezza, resilienza e capacità di individuare le forme di orientamento e sostegno disponibili per affrontare la complessità e l’incertezza dei cambiamenti, preparandosi alla natura mutante delle economie moderne e delle società complesse” (cfr. https://www.miur.gov.it/documents/20182/1306025/Linee+guida+PCTO+con+allegati.pdf).

Questo, già poco prima della pandemia e soprattutto durante, si è tradotto, in moltissimi casi, in una esperienza digitale che simula l’esperienza lavorativa o la fa vivere in maniera distorta e, spesso, irreale. Le piattaforme informatiche fornite da aziende piccole o medio-grandi hanno soddisfatto la componente burocratica del percorso introducendo in quella esperienza anche l’attività di orientamento in uscita. Questo sforzo, pur interessante negli obiettivi e sicuramente prezioso per gli studenti, spesso non viene compiutamente svolto negli istituti e, quando viene proposto senza un’adeguata progettazione, determina scelte non in linea con la vocazione degli studenti.

Adesso, dopo l’incidente occorso al povero Lorenzo, schiacciato da una trave su un posto di lavoro che aveva appena iniziato a conoscere e che poteva diventare il suo luogo di lavoro, riprende il dibattito sul rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro, peraltro già trattato e risolto con buoni risultati in altri paesi d’Europa. Come Movimento Lavoratori e Movimento Studenti di Azione Cattolica crediamo che sarebbe bello pianificare un coinvolgimento reale delle aziende nella progettazione dell’offerta formativa relativa ai PCTO. In particolar modo, tale sforzo deve essere intrapreso in questi mesi, in cui aumentano le remore ad ospitare studenti desiderosi di conoscere il mondo del lavoro. Le aziende hanno una responsabilità sociale anche nel proporre ai giovani studenti delle opportunità ricche e formative. Ciò deve avvenire in totale sicurezza, senza costituire un mero sforzo burocratico di raggiungere un monte ore definito per legge: deve diventare una esperienza di vita, sana e preziosa. Siamo convinti che l’attività di orientamento, realizzata come un processo di scoperta del mondo del lavoro, possa contribuire seriamente a determinare le scelte di vita di ciascuno studente. Da parte delle istituzioni scolastiche, che godono di autonomia, è necessario abbracciare le esigenze e la ricchezza del territorio che abitano, evitando scorciatoie digitali che non rappresentano esperienze lavorative ma solo delle rappresentazioni simulate che poco hanno a che fare con la realtà delle relazioni e delle esperienze di lavoro.

Speriamo che il sacrificio di una giovane vita possa servire a fermarsi a riflettere su come ragionare insieme per avviare una nuova fase di raccordo tra l’esperienza scolastica e quella lavorativa. La prima non può svolgersi esclusivamente al chiuso delle aule, mentre la seconda spesso non investe a sufficienza nella formazione e rimane distante e poco collegata alle scuole: palestre di presente e di futuro.

Autore articolo

Tommaso Marino e Lorenzo Pellegrino

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