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È già scritto nella catena di ogni DNA: siamo una sequenza unita da legami

Nasciamo per appartenerci

Ci sono volte in cui non “conto” solo corpi senza vita. Ed è in una di queste volte che ho afferrato la mano di Joseph, padre e marito

Mi avevano detto che con il tempo mi sarei abituata, che sarebbe diventata routine, normale lavoro:

ti chiamano, arrivi in mare, fai il lavoro e te ne torni a casa… come andare in ufficio in una giornata come tante altre”.

Così mi avevano detto…
Peccato che:
mi chiamano a qualunque ora del giorno e della notte e devo mollare qualunque cosa sto facendo e qualunque persona sto vivendo.
Peccato che:
il “lavoro”, come lo ha definito qualcuno, è cercare di recuperare più corpi possibili, prima che il mare con le sue correnti li porti chissà dove.
Corpi senza vita, vite spezzate, sogni che resteranno per sempre racchiusi tra le gocce del Mediterraneo e destinati ad infrangersi su qualche pezzo di roccia.
Peccato che:
tornare a casa significa aprire la porta, guardarsi allo specchio e non vedere più pezzi di te stesso, perché per quanto riesci a recuperare più corpi possibili, per quanto riesci a dare almeno una dignità ad alcuni di loro, lasci qualcosa di te, là, in quel mare che sembra l’unico a capirne di umanità, l’unico che accoglie tutti, forse l’unico che ti offre speranza.
Ci sono volte in cui non “conto” solo corpi senza vita. Ed è in una di queste volte che ho afferrato la mano di Joseph, padre e marito; e mentre tornavamo al porto, timidamente gli ho chiesto:

Perché? Perché rischiare la vita e farla rischiare ai tuoi figli e a tua moglie?

Lui, guardandomi negli occhi, con uno sguardo profondo che mi ha smosso fino alle viscere mi ha risposto:

Attraversare il mare dava a me e alla mia famiglia due possibilità: continuare a vivere oppure morire una sola volta. Perché, sai, laggiù, in quella che era la mia casa, noi morivamo ogni giorno davanti a mia moglie, la madre dei miei bambini, che veniva violentata.”

Poi, sempre con gli occhi nei miei, mi ha detto:

Grazie, perché oggi è la vigilia di Natale, e tu invece di stare con la tua famiglia sei venuta a salvare i sogni della mia.”

Non sentivo più le gambe e la schiena per la stanchezza, ma più di ogni altra cosa, non sentivo il cuore per la vergogna; ho abbassato gli occhi non riuscendo a sostenere il suo sguardo che in quel momento era pieno solo di tanta gratitudine; avevo un taglio al braccio destro procurato chissà come, l’ho messo in acqua, come mi hanno insegnato a fare i miei genitori da piccola…

il sale dell’acqua di mare, anche se prima brucia, poi risana…”mi dicevano.

No. Questo non è un lavoro “normale”, non è un lavoro che ti fa tornare a casa per come sei uscito al mattino. Questo è sale che brucia, al punto che in alcuni momenti pensi di perdere i sensi, ma fa si che il cuore non marcisca sotto l’abitudine delle immagini che vediamo scorrere alla tv e alle quali magari non prestiamo più attenzione.
Cutro, Lampedusa, largo della Libia…
Lo sa la mia famiglia, lo sanno i miei amici… ogni volta che al tg si parla di Mediterraneo, di ennesimo naufragio… mi si ferma il cuore… subito gli occhi si posano sul telefono e rimango in attesa di una chiamata… che con il tempo ho capito essere la Sua chiamata. Sono stata “arrabbiata” con Dio, tante volte, e davanti a bambini, molti anche neonati, Gli ho chiesto: “Perché? Dove sei di fronte a tutto questo e perché proprio io, perché mettermi nel cuore il peso di quella che sento come una croce”.
Salvataggio dopo salvataggio, recupero dopo recupero, ho capito che la “croce” è sentirsi responsabili di tutta la realtà che ogni giorno ci capita tra le mani, non solo di quello che ci piace ma anche e soprattutto di ciò che non abbiamo scelto.
Farsi carico, e NON carico residuale, anche della vita e della morte di chi sente forte il desiderio di un futuro, cosa che noi che siamo nati dalla parte giusta del Mediterraneo non sentiamo più. Farsi carico di lacrime di donne rimaste incinte dopo le violenze subite nella loro terra e che scelgono di scappare da quel posto che le ha viste venire al mondo, pur sapendo che il primo prezzo da pagare è quello della morte.
Troppo dolore, dobbiamo invertire la rotta, dobbiamo mettere in campo ogni forza, di potere e del cuore per fermare tutto questo.
Lui è lì, in ogni goccia di quel mare che da piccola vedevo come una cosa irraggiungibile, una “profondità” non permessa a noi esseri umani e che ora invece sa di vita e di vite straordinarie, perché il Mediterraneo non è solo un cimitero di morti, ma anche strada di santità, perché in quel mare, di fronte a quei corpi ho capito che quello che il Signore mi ha messo davanti è l’occasione per amarlo. Lì in quel mare, che sia Cutro, Lampedusa o qualunque altro posto, capisci che la croce santifica.
Il tempo non mi ha abituata, ma mi ha aiutato a comprendere che ogni vita fa la differenza. È già scritto nella catena di ogni DNA: siamo una sequenza unita da legami, nasciamo per appartenerci.

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