Quando si contrappongono libertà e uguaglianza, è tempo di fraternità

Morire di fame o morire di Covid

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di Luigi Alici* - Henri Bergson, autore straordinario e dimenticato, ha scritto che la democrazia «proclama la libertà, richiede l’uguaglianza e riconcilia queste due sorelle nemiche, ricordando loro di essere sorelle, mettendo al di sopra di tutto la fraternità» (Le due fonti della morale della religione, La Scuola 1996).

Nella illusione di poter risolvere ogni dilemma morale semplicemente invocando l’autonomia dell’individuo, abbiamo dimenticato di interrogarci intorno alle conseguenze delle nostre scelte, spesso particolarmente difficili proprio per questo e a volte addirittura drammatiche quando ci troviamo di fronte a un dilemma, le cui conseguenze sono comunque negative. Oggi è soprattutto in bioetica che si parla di tragic choice, ma ci sono molti altri ambiti, dall’economia alla politica, in cui ci troviamo dinanzi a un bivio e non sappiamo quale via imboccare. La pandemia, come se non bastassero le ferite che ci infligge, ci sta facendo fare anche questa esperienza: morire di fame o morire di Covid? Allentare i provvedimenti di distanziamento e sicurezza sociale per non strozzare il tessuto produttivo e lasciare sul lastrico migliaia di persone, oppure imporre sacrifici severi in cambio di una protezione sanitaria che potrebbero salvare altrettante migliaia di persone?

Le proteste e i moti di piazza ai quali stiamo assistendo mostrano una divaricazione molto forte, proprio su questo punto, e Bergson può aiutarci a capire. Nella modernità il dibattito pubblico e le ideologie politiche che lo hanno banalizzato ed estremizzato si è spaccato proprio contrapponendo libertà e uguaglianza. Da un lato, la bandiera della libertà è stata sventolata soprattutto a destra, come vessillo di un individualismo che a livello economico-sociale ha sempre guardato con sospetto allo Stato che entra nella sfera privata, imponendo vincoli, restrizioni, sacrifici in favore della collettività. Da un altro lato, soprattutto a sinistra, si è anteposta alla libertà la giustizia sociale, come condizione indispensabile di vera uguaglianza, in assenza della quale la libertà diventa semplicemente la tutela dei garantiti e una presa in giro per i disperati. Non si tratta di un dibattito astratto e indolore: dinanzi al bivio tra libertà e uguaglianza si è assistito a conflitti sociali che hanno fatto scorrere fiumi di sangue.

Oggi, per alcuni aspetti, stiamo sperimentando una variante diversa di questa tragic choice. Con alcuni elementi di novità: anzitutto il populismo, che combatte i privilegi delle élite, fiuta un imbroglio dietro il richiamo alle competenze, mette un carburante negazionista nella pancia di quella parte del paese che non intende cedere allo Stato quote più o meno piccole di autonomia individuale; in secondo luogo l’emergenza sanitaria riporta in primo piano il rapporto tra scienza e politica, che oggi s’impone a muso duro, con una radicalità alla quale in nome del primato della politica si è sempre cercato di sfuggire.

Il dilemma è oggettivamente difficile, ma se ad esso si aggiungono queste due varianti, tutto si fa più complicato. Il populismo non può trattare la competenza come il privilegio di una casta, finendo per cavalcare le forme più ottuse di dietrologia: non c’è molta differenza fra il terrapiattista che considera l’astronomia una falsificazione geografica, il negazionista che considera la Shoah un falsificazione storica e il negazionista della pandemia che va a fare una foto in un pronto soccorso (sbagliando anche posto), per dimostrare che il coronavirus è un’invenzione. Dall’altra parte, gli scienziati non fanno un servizio alla politica se cedono alle lunsighe del circo mediatico, assatanato nello sceneggiare i conflitti, esibendosi in dichiarazioni esagerate e imprudenti, alla ricerca di un protagonismo a volte davvero narcisista e patetico, usando persino l’aggettivo "sessantottino" per screditare l’avversario.

Ci aspetteranno mesi difficili, molto difficili e non abbiamo bisogno di questo teatrino avvilente. Abbiamo bisogno più che mai della saggezza della politica, della responsabilità dei media, della vigilanza critica di tutti. La pancia e il portafoglio non sono i riferimenti più autorevoli per decidere bene e per il bene. Se libertà e uguaglianza sono due sorelle nemiche, c’è bisogno di un senso radicato e originario di fraternità per far sì che l’essere sorelle prevalga sull’essere nemiche. E questo può venire solo dalle radici più profonde e dal tessuto più vivo del paese. La politica dovrà mettersi in ascolto di questo sottosuolo genuino di fraternità: quando lo farà davvero, dobbiamo impedire con tutte le nostre forze che senta solo urla scomposte o discorsi opportunistici.

*Da Dialogando - il blog di Luigi Alici, docente di Filosofia morale all’Università degli Studi di Macerata, dove insegna anche Etica fondamentale e dirige la Scuola di Studi Superiori “Giacomo Leopardi”. È stato presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana e direttore della rivista «Dialoghi». Autore di numerosi saggi, di recente ha pubblicato (con P. Nicolini) L’umano e le sue potenzialità tra cura e narrazione, Aracne, Roma 2020.