Mons. Castellucci: aiutateci a rendere capillare la sinodalità

L’Azione Cattolica e il cammino sinodale della Chiesa al centro dell’incontro/intervista con mons. Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vicepresidente della Cei, intervistato da Vania De Luca, giornalista RAI, e Gioele Anni, giornalista della Radio televisione svizzera (RSI), che ha caratterizzato i lavori della seconda giornata del Convegno dei Presidenti e Assistenti unitari diocesani di Azione Cattolica (a Roma presso la Domus Mariae, via Aurelia, 481).

Il presule ha presentato innanzitutto le tappe del cammino sinodale soffermandosi in particolare sul biennio dell’ascolto (2021-2023), una fase narrativa che raccoglierà in un primo anno i racconti, i desideri, le sofferenze e le risorse di tutti coloro che vorranno intervenire, sulla base delle domande preparate dal Sinodo dei vescovi su “partecipazione, comunione e missione”; nell’anno seguente si concentrerà invece su alcune priorità pastorali, per approfondirle. L’idea di fondo è – per mons. Castellucci – quella di «un coinvolgimento il più ampio possibile», espressione della Chiesa in uscita verso chi è ai margini o al di fuori dell’esperienza ecclesiale. Seguirà «una fase sapienziale, nella quale l’intero popolo di Dio, con il supporto dei teologi e dei pastori, leggerà in profondità quanto sarà emerso nelle consultazioni capillari (2023-24)». Infine, un momento assembleare nel 2025, da definire, «cercherà di assumere alcuni orientamenti profetici e coraggiosi, da riconsegnare alle Chiese nella seconda metà del decennio».

Per il vicepresidente della Cei la Chiesa è sempre strutturalmente in cammino; «è per costituzione “pellegrinaggio”, quindi cammino e movimento», e deve «rifuggire il rischio di sedersi, sistemarsi, fermarsi». Questo comporta la capacità della Chiesa «di riformarsi e adattarsi costantemente»; una capacità di «revisione e rinnovamento» orientata «completamente verso la missione». Per essere «Chiesa sul territorio» occorre «deve essere dinamica». Ecco perché contiamo su «un Sinodo aperto – in sintonia con il Sinodo universale, un cammino che non sarà solo dei vescovi, dei presbiteri, delle parrocchie, degli operatori pastorali, ma che inviterà e ascolterà anche quelle voci che spesso non si sentono nelle nostre comunità». Confida «nella pienezza del contributo di tutti e dei laici in particolare», «senza l’ansia di dover fare chissà che cosa, senza la macchinosità di strutture, dando la priorità alle esperienze di incontro e ascolto, mettendo al centro le persone e le relazioni». «A cominciare dai presbiteri tra di loro, e dei laici tra loro e insieme, in modo trasversale, recuperando il senso originario di corresponsabilità, che è un “rispondere insieme”». Perché «è questa la dimensione di una Chiesa sinodale, la corresponsabilità, che non significa confondere le responsabilità, ma assumere insieme una risposta».

La diffusione capillare dell’Azione Cattolica, con le sue «antenne» presenti su tutto il territorio italiano, sarà di grande aiuto nel fare in modo che «si concretizzi la richiesta di Francesco di procedere con un Sinodo “dal basso”, operando cioè una vera e propria consultazione del popolo di Dio, questa è la sfida». L’Azione Cattolica può aiutare i vescovi «a rendere capillare la sinodalità, far parlare tutti quelli che lo desiderano, dare delle opportunità a tutti creando dei luoghi e dei tempi di ascolto. Questo è importante: tutti noi vescovi pensiamo che almeno il primo anno dovrà essere un anno di ascolto profondo. Soprattutto dopo questo anno e mezzo di grande sofferenza dovuta alla pandemia».

Ciò che i laici e i laici di Ac in particolare possono e debbono sperimentare e testimoniare è «la mescolanza virtuosa tra teoria e pratica, essere allo stesso tempo catechisti e operatori di carità. In Ac questo si può realizzare con maggiore facilità, per il suo essere associazione di popolo, poiché è tipica della sua storia la dinamica della santità del quotidiano».

Ciò da cui si deve restare alla larga è il peccato del clericalismo: «più pericoloso della variante delta». Ciò cui si deve dare spazio e visibilità e «la vita quotidiana delle nostre realtà, fatta di carità, di attenzione, di visite alle persone, di accoglienza, di catechesi, di accompagnamento spirituale», «attraverso un ascolto profondo di esperienze di sofferenza, di gioia, di fatti di carità, di prassi di preghiera… Dobbiamo riuscire a intercettare tutto questo dotandoci degli strumenti adeguati. E allora credo che veramente il sinodo potrebbe diventare un’esperienza di crescita».

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Autore articolo

Antonio Martino

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