La sfida delle migrazioni è la sfida della solidarietà

Migrare, infinito del verbo amare

Versione stampabileVersione stampabile

di Nadia Matarazzo* - Il periodo che parte dall’ultimo decennio del secolo scorso viene definito comunemente “era delle migrazioni”, e non perché fino ad allora i fenomeni migratori non siano stati rilevanti – lo sono stati in ogni epoca storica – ma perché mai come negli ultimi trent’anni essi hanno generato effetti economici, politici e culturali di impatto particolarmente dirompente. In particolare, sono gli ultimi venti anni, quelli che hanno visto il consolidamento di una tendenza che – fino a un attimo prima che esplodesse la pandemia –ha impregnato la politica e conquistato il dibattito pubblico, ovvero il posizionamento del tema delle migrazioni tra le priorità dell’agenda politica. Questo avveniva a partire dall’evento che ha sostanzialmente cambiato la storia della mobilità umana perché ha determinato la definizione dei flussi migratori come problema di sicurezza nazionale: l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001.

A partire da lì, il discorso pubblico e la narrativa mediatica hanno esasperato i toni con cui affrontano il tema migratorio, che è diventato nel tempo la piazza in cui amplificare le arringhe per veicolare e spostare il consenso a fini elettorali, dando vita a un processo in qualche modo cronico che ha privato quasi totalmente il dibattito sulle migrazioni della dimensione umana: abbiamo vissuto anni nei quali i migranti sono stati raccontati come runner di confine, come campioni di dribbling alla frontiera, come masse omogenee di individui dai quali difendere noi stessi e la nostra comunità, come se fossero una minaccia per la nostra sicurezza personale e nazionale. Ma cosa significa migrare nel XXI secolo? Chi sono davvero i migranti?

L’ossessione della frontiera costruita negli ultimi vent’anni ha schiacciato l’identità delle persone che migrano dentro la distinzione tra migranti forzati e migranti economici: i primi – profughi e richiedenti asilo – secondo questa semantica avrebbero un qualche titolo per essere accolti, naturalmente a certe condizioni, in quanto costretti da cause di forza maggiore a lasciare il proprio Paese di residenza, tuttavia sono proprio quelli ai quali si rivolge l’esortazione “aiutiamoli a casa loro”; i secondi, invece, vengono classificati come coloro che potrebbero fare a meno di emigrare in quanto il fine dello spostamento sarebbe soltanto quello di migliorare la propria condizione economica, come se questo non fosse legittimo.  È evidente come, quindi, già la terminologia con cui descriviamo i fenomeni migratori si basi su una grammatica di discriminazione, dove l’inclusione e l’accoglienza trovano spazio soltanto a certe condizioni.

In verità, accogliere non significa soltanto “far entrare” ma è un atto di solidarietà che presuppone la fraternità e prepara l’amicizia sociale.

Per praticare l’accoglienza è necessario mettersi in ascolto di chi la chiede. Nella Fratelli tutti Francesco dedica un capitolo intero alla parabola del buon Samaritano, con la quale traccia la rotta e la prospettiva del sentire cristiano: quel racconto è la risposta di Gesù al dottore della legge, che gli chiede “chi è il mio prossimo?”. Anche noi dovremmo interrogarci in questo modo per comprendere che a bussare alla nostra porta non è una minaccia ma una implorazione, non un irregolare o un clandestino ma una persona che ha dignità pari alla nostra, bisogni, progetti e desideri che, come i nostri, hanno un naturale diritto ad essere soddisfatti e realizzati e per i quali non esiste uno spazio di elezione perché la Terra, Papa Francesco lo ha sottolineato sin dall’inizio del suo pontificato, è una casa comune. Questo significa abolire le politiche migratorie e liberalizzare indiscriminatamente le frontiere? No, ma significa ripensarle secondo criteri più umani. Anche perché l’apertura indiscriminata delle frontiere certamente non basterebbe a rimuovere la povertà, perché ad emigrare non sono mai i poverissimi. L’emigrazione ha costi elevati – il viaggio, il primo alloggio, la mediazione nel Paese di arrivo – e non di rado i migranti si indebitano pur di partire. Questo però non è possibile a tutti: i più poveri, infatti, restano ad abitare le periferie del pianeta e da lì gridano la fame, lo sfruttamento, lo sfacelo sociale. È tempo, lo ha ricordato il Papa sin dalla visita all’isola di Lampedusa nel 2008, di sradicare quella “globalizzazione dell’indifferenza” che parte dal nostro intimo ed è anche responsabilità nostra allorché ci abituiamo alla sofferenza altrui con una sorta di “anestesia” dell’anima.

Per aiutare i poveri, infatti, non bisogna soltanto aiutare i poveri, ma è necessario farlo con un cuore come quello del buon samaritano: si può essere, infatti, sollievo per il prossimo soltanto se in lui si riconosce il fratello. Il dramma di profughi e migranti si consuma nel nostro vicinato e il più delle volte purtroppo non ci scandalizza. Cosa altro abbiamo bisogno di vedere, oltre alle tragedie del Mediterraneo o a quelle che si stanno consumando lungo la cosiddetta “rotta balcanica”, per trasformare le nostre comunità in case accoglienti?

Il titolo del messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace 2021 è “La cultura della cura come percorso di pace”: un titolo nel quale c’è scritto già tutto. La cura è impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, e disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca. La sfida delle migrazioni è, quindi, la sfida della solidarietà, la base solida per realizzare il progetto di giustizia e libertà per il quale Francesco ci invita a spenderci senza risparmio, perché senza il riscatto dei migranti l’Amore non avrà sufficiente spazio per abitare la Terra.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana