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Corrispondenza da Corinto. L’impegno delle ong e la realtà di uno dei grandi campi profughi d’Europa

Migranti. Vite sospese in attesa di un futuro

Un gruppo di ragazzi fa scuola di lingue presso il community center di Corinto
Un gruppo di ragazzi fa scuola di lingue presso il community center di Corinto

A pochi chilometri dal campo profughi di Corinto c’è qualcosa che emana molta luce, talmente tanta da essere quasi accecante. Se ci si avvicina sempre di più si può notare come questa luce provenga da un piccolo edificio all’angolo di una strada. Appena al di fuori c’è una scritta sul muro: “kerapsies” che in greco significa “stretta di mano”. Un posto dove le mani di persone provenienti da tutto il mondo si incrociano, si sfiorano, si stringono.
Questa luce è il community center: uno spazio aperto nel 2020 grazie al contributo di tre ong – La Luna di Vasilika, One Bridge to ed Aletheia – con l’obiettivo di diventare punto di riferimento per tutte quelle persone che vivono nel campo profughi, ma anche per l’intera comunità cittadina.

Al community center le ong sostentano i corpi e le anime

Ci sono bambini e bambine che vengono a giocare, giovani ventenni che ne approfittano per fermarsi, bere un tè e imbattersi in una partita a scacchi, famiglie che arrivano a prendere beni di prima necessità come cibo, pannolini e vestiti.
Ma non solo… questo community center grazie ai diversi volontari, ogni giorno dà l’opportunità a persone provenienti principalmente da Siria, Iraq, Afghanistan, Iran, Eritrea, Somalia e Sudan di seguire lezioni di lingua inglese, francese, tedesca o greca, di praticare sport, ma anche ricevere assistenza medica grazie alla collaborazione con MVI (Medical Volunteers International).
Inoltre, da un po’ di settimane è possibile partecipare a percorsi alternativi di supporto psicologico attraverso il corpo ed il movimento, promossi dal progetto Passi, con l’obiettivo di sensibilizzare e portare all’attenzione un tema come quello della salute mentale.
Ecco, più di tre settimane fa questa luce mi ha invaso. Sono venuta a contatto con la realtà in questione oramai tre anni fa, attraverso un amico, e da allora ho sempre detto che avrei voluto vederla con i miei occhi. Avendo poi, l’opportunità di svolgere un’esperienza di tirocinio il secondo anno della magistrale presso una ong, ho colto l’occasione e sono partita.

La sede del community center di Corinto. Aperto nel 2020 grazie al contributo
delle ong La Luna di Vasilika, One Bridge to ed Aletheia

Volontari e ong tengono accesa la luce della Speranza…

Insieme a me ci sono altri dodici volontari, ragazzi e ragazze provenienti da diverse parti del mondo che hanno deciso di mettere a disposizione il proprio tempo, ciascuno mosso da motivi differenti. Come ad esempio G. ed A., che studiando servizio sociale all’università del Ticino, in Svizzera, hanno scelto di svolgere un tirocinio della durata di quattro mesi nell’ambito dell’immigrazione e dell’accoglienza. C’è M., laureatasi in medicina e chirurgia pochi mesi fa che, in attesa di iniziare la specialistica, ha investito parte del suo tempo in questo progetto, mettendo a disposizione le sue conoscenze. Ci sono poi diverse ragazze che, come me, mosse dal desiderio di capire a fondo i meccanismi di funzionamento di una ong e spinte da un interesse legato al mondo dell’accoglienza e dalle leggi che lo regolano, hanno deciso di partire e prestare servizio presso il centro di Corinto.

…e scacciano l’invisibilizzazione

Ognuno quindi con occhi diversi e con sensibilità differenti, contribuisce a tenere accesa questa luce. Dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 18, cerchiamo di essere quella mano che stringe la mano di chi ha deciso di muoversi lungo i confini, una mano che accoglie la diversità e che allontana la marginalizzazione. Una mano che accarezza, che scaccia l’invisibilizzazione, valorizzando ciascuno, una mano che accompagna. Ma il community center è ancora di più: è un luogo dove per un po’ di ore si cerca di respirare una normalità che tutti sognano e bramano; è uno spazio abitato da persone che vivono per mesi, a volte anni, in un limbo tra una vita che non hanno più ed una vita futura che desiderano costruirsi, senza alcuna certezza.
Cerchiamo di mantenere viva la speranza in ognuno degli utenti, come quella che intravedo negli occhi di A., un ragazzo di 24 anni originario dell’Afghanistan che frequenta il centro quotidianamente. Un giorno mi ha confidato che mai una volta in questi sei anni da quando ha lasciato il suo paese si è abbattuto, nonostante le difficoltà, perché il suo Dio è sempre con lui e sa che prima o poi riuscirà nell’intento. Tutto è possibile quando ci si affida. Ecco, non credo qualcun altro avrebbe potuto essere per me testimone più autentico di fede.

…la necessità di rimanere umani e di ricordarci che lo siamo tutti

Oltre lo sconforto, la certezza che il bene genera bene

Sono arrivata solamente tre settimane fa e ho avuto la conferma di quanta umanità ci sia bisogno. Ci sono molte cose che non comprendo e che non mi danno pace. Ingiustizie e situazioni che non sarò mai in grado di accettare, custodisco i racconti di ragazzi che portano sulla loro pelle i segni di ciò che hanno affrontato. Di fronte ad un mondo che brucia provo sconforto, covo rabbia nel vedere bambini di 5 anni abitare in una tenda di plastica e che un posto chiamato casa non sanno nemmeno cosa sia.
Provo infinita frustrazione nel sapere che lì, ogni giorno al centro, vengono ragazzi a cui è stata tolta un’adolescenza, ma se c’è una cosa che minimamente mi consola è che il bene genera bene.
E non smette mai di farlo… a volte è impercettibile, ma come una goccia scava nella roccia e lascia il solco. Ed è attraverso il bene che si genera dentro a quel centro, che non voglio smettere di pensare che, per quanto poco, ognuno di noi abbia il potere ed il dovere di fare una piccola rivoluzione, di continuare a tenere accesa quella luce di speranza.
Abbiamo in sostanza, la necessità di rimanere umani e di ricordarci che lo siamo tutti.

Chiara Mainente ha 24 anni e ed originaria della diocesi di Vicenza. Frequenta il secondo anno del corso magistrale in Sviluppo Globale e Cooperazione Internazionale, presso l’Università di Bologna. Grazie all’Erasmus+, il programma di mobilità promosso dall’Unione Europea, il 29 settembre è arrivata in Grecia per svolgere un tirocinio della durata di due mesi presso uno dei centri coordinati dalle ong La Luna di Vasilika, One Bridge to e Aletheia.

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