L’enciclica di Francesco e le migrazioni (futuro del mondo)

Migranti. “Fratelli tutti”

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di Piergiorgio Grassi* - Papa Francesco ha apposto la firma alla sua terza enciclica Fratelli tutti il 3 ottobre scorso, sulla tomba del poverello di Assisi, in coincidenza con una data drammatica nella storia recente del nostro paese e non solo; una data di cui si faceva memoria pubblica proprio in quel giorno. Il 3 ottobre di sette anni fa, nel braccio di mare antistante Lampedusa, un barcone sovraccarico di ragazzi eritreì (erano 368) si rovesciava, dopo aver preso fuoco. Avevano incendiato una coperta per segnalare la propria posizione, senza ricevere alcuna risposta. Erano scomparsi nel profondo del Mediterraneo, divenuto un cimitero subacqueo, per i tanti naufragi e la morte di migliaia di persone che avevano cercato salvezza e un futuro diverso, fuggendo da guerre, carestie, violenze e oppressioni di ogni tipo.

Aveva fatto scalpore il rimprovero di papa Francesco che, parlando a braccio, durante l’udienza in Vaticano, ai convegnisti per il cinquantesimo anniversario dell’enciclica giovannea Pacem in terris, aveva espresso il suo dolore per le vittime del mare con parole dure: «È una vergogna, è una vergogna». E quello delle migrazioni è rimasto uno dei temi ricorrenti nei discorsi del papa ed ha un posto speciale nell’enciclica, esprimendo una convinzione condivisa da molti, e cioè che le migrazioni costituiranno un elemento fondante del futuro del mondo.

Pochi giorni dopo la pubblicazione del documento pontificio, il Consiglio dei ministri emanava un nuovo decreto immigrazione che intendeva chiudere la stagione dei decreti-sicurezza emanati quand’era ministro degli Interni il senatore Salvini. Si prepara ora la battaglia degli emendamenti in Parlamento ed è prevedibile l’opposizione dura della destra al varo delle nuove disposizioni, ma il clima politico del paese è cambiato e la questione emigranti, che aveva incendiato per mesi la politica italiana, è passata in secondo piano rispetto alla crisi drammatica e alla paura indotta dalla pandemia. Non si deve però dimenticare quello che è accaduto: il rapporto di Caritas italiana e di Migrantes, ricco di dati e di statistiche testimonia che i cosiddetti decreti sicurezza hanno precarizzato, tra l’altro, i percorsi di inserimento e integrazione. I divieti e i limiti posti alla regolarizzazione dei nuovi venuti hanno rappresentato l’esatto opposto di ciò che può essere chiamato sicurezza.

È vero che le misure varate dal Governo attuale per molti aspetti sono tornate non solo alle regole di accoglienza presalviniane ma hanno introdotto significative novità, cambiando la visione del fenomeno per il diverso approccio culturale e per linguaggio. Restano però nodi da sciogliere di non poco conto: dai limiti posti ai salvataggi in mare da parte delle Ong, alla questione dello jus soli o jus culturae, rimasta ancora irrisolta, mentre è stata ridotta di un solo anno (da quattro a tre) l’attesa per valutare le domande di accesso alla cittadinanza italiana. Resta poi da riprendere la questione della Libia che è divenuta un immenso lager per i migranti. La dichiarazione dell’Onu che non riconosce la Libia come porto sicuro per il modo in cui vengono trattati i migranti, pone in discussione la regola che impone alle navi umanitarie di seguire le indicazioni del «competente centro di coordinamento dei soccorsi in mare» che spesso è quello di Tripoli.

C’è ancora molta strada da fare, dunque. Anche sul piano della comprensione del fenomeno migratorio, condizione di una prassi conseguente. In Fratelli tutti ci sono delle indicazioni precise da assumere come riferimento ineludibile da parte di chi si dice credente e intende operare avendo come bussola la persuasione che il migrante è una persona umana e in quanto tale è portatore di diritti inalienabili che tutti devono rispettare. Pertanto la solidarietà si impone come modo di essere cristiani nel secolo che si è aperto.

Papa Francesco nella sua enciclica, al numero 134, ribadisce che l’accoglienza dev’essere sostanziata da gesti che rendano i migranti protagonisti del proprio riscatto e dalla consapevolezza che l’incontro è un dono; in altre parole è «una opportunità di arricchimento mediante l’incontro tra persone e culture, contrastando quelle tentazioni di ripiegamento identitario che producono “una sclerosi culturale”». La via del riscatto passa da un lavoro comune e non da interventi meramente assistenziali; passa dalla costruzione, impegnativa, di una coesistenza delle differenze; «differenze da valorizzare nel segno della fratellanza umana». Altrimenti risuonerà ancora una volta, e amaramente, la domanda che in Genesi Dio rivolge a Caino: «Dov’è tuo fratello?».

*È stato docente di Filosofia della religione e di Sociologia della religione nell’Università di Urbino. In questa Università ha diretto l’Istituto superiore di scienze religiose «I. Mancini». Condirettore di «Hermeneutica» e già direttore di «Dialoghi», ha tra le sue ultime pubblicazioni: Fede e laicità nel passaggio d’epoca, Ave, Roma 2017; Laicità e pluralismo religioso, Pazzini, Verucchio 2013; Trascendenza fra i tempi, Morcelliana, Brescia 2011