Caporalato e responsabilità della grande distribuzione

Mai più schiavi nei campi

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Il 4 novembre 2016 entrava in vigore la 199/16 conosciuta come “legge sul caporalato in agricoltura”. Pene più dure per i caporali, responsabilità penale per le aziende che sfruttano sono alcune delle misure previste in un testo che si occupa sia di chi mette in atto il crimine sia delle vittime dell’illegalità, fino alle aziende virtuose e per questo incentivate. In questi quarantaquattro mesi di strada ne è stata fatta. L’entrata in vigore di questa norma ha avuto, negli anni successivi, un effetto domino che ha portato, per esempio, all’approvazione di alcune leggi regionali sul caporalato come quella della regione Lazio e all’istituzione di task force che uniscono enti pubblici, forze dell’ordine e associazioni dei territori per agire concretamente contro il fenomeno. Gli arresti di vere e proprie bande di caporali effettuati in questi ultimi giorni lo stanno a dimostrare. Sono schiaffi all’illegalità e, in un certo qual modo, segni di una nuova considerazione del bracciante agricolo che è cresciuta, di certo nell’opinione pubblica, che ha compreso ancor di più in questo tempo di pandemia quanto sia importante il lavoro di chi contribuisce a mettere il nostro cibo in tavola.

Eppure c’è ancora molto da fare, perché sia data concretezza al grido di giustizia: “mai più schivi nei campi”. Da Nord a Sud, si stima che il numero totale di ingaggi irregolari superi la quota di 300mila lavoratori. Cifra arrotondata al ribasso secondo la Cgil (rapporto “Agromafie e Caporalato”), che parla di ben 400mila persone schiavizzate dai caporali. Portati nei campi a lavorare, senza soste, per giornate intere, con paghe che difficilmente superano i 3 euro all’ora, senza alcuna tutela né forma di riposo, anche nelle giornate in cui le condizioni climatiche sono più avverse.

Un problema ancora molto diffuso, dunque, e lontano dall’essere debellato anche perché complesso. È difficile, infatti, considerare l’esigenza di contrastare lo sfruttamento dei braccianti, senza agire anche sulle tutele sanitarie, sulle opportunità abitative, sui rischi che i lavoratori corrono sulla strada verso il lavoro e anche le misure di accoglienza che, talvolta, portano nei campi persone prive di un’alternativa regolare e, di fatto, più vulnerabili.

Dramma nel dramma è lo sfruttamento femminile. Secondo quanto riportato dalle cronache, le donne vedono la loro paga decurtata del 20% rispetto al bracciante uomo e sono, complessivamente, più esposte a ricatti e ulteriori forme di sfruttamento. Spesso, quest’ultimo, sfocia nella violenza di genere.

Le radici dello sfruttamento del lavoro in agricoltura, va detto, trovano terreno fertile anche nella modalità di approvvigionamento della grande distribuzione. Le aste al doppio ribasso, più volte denunciate, sono un cappio al collo delle aziende e in conseguenza dei lavoratori. Come funzionano. Succede che le grandi aziende di distribuzione (le catene di supermercati, insomma) chiedono agli agricoltori un’offerta di vendita per i prodotti agricoli. Una volta raccolte le proposte, si organizza un’altra gara che però parte dall’offerta più bassa. Comincia così una competizione senza esclusione di colpi fra le aziende agricole venditrici per abbassare al massimo i loro costi di produzione, facendo leva - ovviamente - sulla parte più debole degli attori in scena: e cioè i lavoratori stranieri addetti alla raccolta.

Una competizione sui prezzi che deve finire. È fondamentale recuperare il vero valore del cibo attraverso un lavoro di informazione e trasparenza di cui le grandi catene devono farsi carico se non vogliono perdere credibilità. Non è più accettabile che dietro a un prezzo attraente si celi il sospetto del caporalato, è venuto il momento che la stessa grande distribuzione isoli i gruppi più spregiudicati e si impegni pubblicamente a rinunciare alle aste al doppio ribasso.

(A. M.)