Dal momento della sua nascita e della successiva approvazione di Pio IX, l’Azione cattolica italiana ha percorso una lunga strada che l’ha portata ad essere la più antica e radicata aggregazione ecclesiale in Italia e a celebrare nel 2018 il suo 150° anniversario. Una lunga e costante presenza che, come suggerito dal titolo del convegno organizzato proprio in occasione della ricorrenza della fondazione dall’Isacem-Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI, ha visto l’associazione entrare a far parte della storia del Paese e della Chiesa, con tratti (educativi, pedagogici, religiosi, culturali) caratteristici che la storiografia più e meno recente non ha mai mancato di indagare, riconoscendone dunque il ruolo affatto secondario nelle vicende costitutive della nazione.
Un percorso – avviato dai fondatori Mario Fani e Giovanni Acquaderni – che, nel tempo, ha visto uomini e donne, laici ed ecclesiastici, inserirsi da protagonisti nelle diverse tappe di questa lunga parabola storica. Tra questi, un posto senza dubbio di rilievo lo ha avuto Luigi Gedda che, nominato presidente generale dell’Ac da Pio XII nel 1952, legò gran parte della sua esistenza all’impegno associativo, declinandolo in maniera del tutto personale.
Il poliedrico profilo di Gedda, tra realtà associativa e storia italiana
Se tutto questo è vero, stupisce ancor di più constatare come, pur se inserito nel novero di quanti hanno lasciato un segno nella storia italiana del Novecento, il profilo di Gedda sia stato per lungo tempo davvero poco indagato, lasciando agli studiosi la necessità e la speranza di vedere quanto prima l’uscita di lavori che ricostruissero in maniera sistematica la sua biografia (personale e pubblica) e dessero conto del grande numero di strutture da lui fondate e dirette, togliendo definitivamente il suo nome dal quadro composito ma insufficiente della memorialistica (con i relativi approcci polemici o apologetici), per consegnarlo finalmente a quello della ricostruzione storica e critica, capace di dare conto della complessità del personaggio all’interno di una cornice interpretativa più ampia.

Una mancanza che oggi si può dire in larga parte colmata grazie al lavoro di Simona Ferrantin, responsabile dell’Isacem, che ha pubblicato il volume Luigi Gedda e i Comitati civici. Un archivio tra biografia e istituzione (Ave, Roma 2024, pp. 733), all’interno della collana «Ricerche e documenti» promossa proprio dall’Isacem. Frutto della tesi di dottorato svolta presso Sapienza Università di Roma, il libro definisce dettagliatamente non solo il poliedrico profilo di Gedda, consentendo di indagare la commistione tra realtà associativa e storia italiana da un inedito punto di vista, ma anche – e soprattutto – la nascita e lo sviluppo dei Comitati civici, fondati nel 1948 per mobilitare al voto il mondo cattolico nelle prime elezioni politiche della nuova Repubblica e per serrare i ranghi contro il Fronte popolare, unione elettorale formata da socialisti e comunisti.
I Comitati civici e le tre direttrici di azione
Cosa fossero i Comitati civici, che continuarono a operare sulla scena politica italiana con alterne fortune fino al 1980, provò a spiegarlo lo stesso Gedda ricordando il primo periodo dopo la loro fondazione: «Si trattava di scegliere la civiltà nella quale si voleva vivere: o una civiltà cristiana e italiana, oppure un regime totalitario collettivista. Così nacque l’otto febbraio il Comitato Civico il quale seguì tre direttrici di azione. Anzitutto un’azione politica, accordandosi con la segreteria della Democrazia Cristiana per scegliere gli uomini cattolici più rappresentativi da portare nelle liste delle varie circoscrizioni italiane.
In secondo luogo un’azione organizzativa, per cui durante quei “settanta giorni” che separavano l’otto febbraio dal diciotto aprile furono creati i Comitati Civici Locali in ogni parrocchia d’Italia. Infine un’azione di propaganda, che ebbe come principale espressione il manifesto, distribuito in ondate successive in tutta Italia». Il volume, muovendosi anche tra queste diverse anime d’azione dell’organizzazione, mira a definirne traiettorie e finalità, certamente facendo emergere anche le non poche contraddizioni che ne sospinsero l’operato.
Il doppio impegno scientifico posto alla base di questo studio
Lasciando alla curiosità del lettore e alla lente di indagine degli studiosi il compito di ripercorrere l’attenta ricostruzione – anche di lungo periodo – fornita nella prima parte del volume, che non manca anche di tessere le fila dei rapporti che l’ente di Gedda riuscì a intessere con le forze interne ed esterne alla Chiesa, val la pena sottolineare il doppio impegno scientifico posto alla base di questo studio:
da una parte il riferimento costante alle fonti d’archivio (contenute in diversi istituti di conservazione), che hanno visto come elemento centrale l’ordinamento e l’inventariazione della serie dell’archivio di Gedda dedicata ai Comitati civici conservata presso l’Isacem e la pubblicazione del relativo inventario, che diviene strumento imprescindibile per chi ne vorrà approfondire ulteriormente le vicende, dall’altra uno sforzo interpretativo di rilettura storica e critica dell’esperienza del fondatore e protagonista indiscusso dell’esperienza pluridecennale di questa organizzazione e di parte dei processi culturali, politici e sociali che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese nella seconda metà del Novecento.