L’ospedale da campo, dopo la battaglia

L’itinerario quaresimale che ci offre il priore dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas segue il passo delle bombe e dell’umanità ferita. E la morte, con Gesù, non è mai l’ultima parola

Quest’anno l’inizio del tempo quaresimale è coinciso con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia provocando una guerra sanguinosa nel cuore del continente Europeo. Caratterizzato da questo evento l’itinerario verso la Pasqua sento di viverlo nel grembo della Chiesa, come ospedale da campo. Questa immagine ecclesiologica è di papa Francesco che in un’intervista rilasciata al direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, afferma: «Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso». 

Il dolore stringe il cuore rendendomi afono di fronte a tanto male, a tanto buio: lancette di vite spezzate sul quadrante della storia, volti rigati dalle lacrime per l’ultimo saluto, passi stanchi di un’umanità lacerata, ferita e umiliata che fuggono la morte, gli occhi nel vuoto, la memoria smarrita. Da questa processione il grido lanciato dal buio della fede: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù, agnello afono, abita la risposta camminando davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Pellegrinaggio iniziato da lontano quando uscendo dal seno del Padre si è fatto viandante in quello di Maria e cullato dagli occhi di Giuseppe è nato in una stalla. Notte di luce, canto di angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace in terra agli uomini, che egli ama». 

Basteranno pochi giorni e Maria, Giuseppe, il piccolo Gesù saranno esuli in terra d’Egitto perseguitati dal re Erode che ordina l’uccisione dei bambini, la strage degli innocenti. La pace si tinge di sangue. Eppure la pace nel Vangelo compie come un’inclusione della buona notizia dall’annuncio degli angeli ai pastori, al saluto di Gesù risorto ai discepoli.

La trama del lieto annunzio è la pace: riconciliazione dell’umanità con il Padre per essere una sola famiglia. L’itinerario è segnato dal legno della mangiatoia a quello della croce. Le mani aperte del Bambino di Betlemme per farsi accogliere da ogni uomo sono le stesse inchiodate sulla croce. L’atto d’amore è consumato e non è la morte l’ultima parola. La luce del Risorto, i segni dei chiodi narrano del crocefisso e aprono alla speranza di un uomo nuovo rinato dall’acqua e dallo Spirito.

Le immagini scorrono sullo schermo televisivo e sui social, il mondo dei media ci coinvolge in questa tragedia così vicina a noi. Il nostro coinvolgimento non può rimanere soltanto di tipo emozionale e solidale ma dimentico dei conflitti armati del mondo, di tante, troppe catastrofi in cui la dignità umana è violata, calpestata fino a essere annientata con la stessa soppressione fisica. Lo sguardo si volge alla dimensione planetaria e al micro cosmo che siamo ciascuno di noi.

Il tempo quaresimale vive della dimensione universale e personale. Quanti conflitti nel guazzabuglio del nostro cuore, quanto bisogno di silenzio, grembo fecondo per vivere l’ascolto di Gesù che mi parla nei Vangeli, carezza di Dio, stella polare del cammino, preghiera che si fa storia.

Le ceneri sparse sulla nostra testa all’inizio dell’itinerario verso la luce della Pasqua sono memoria della nostra creaturalità, della nostra caducità ma anche delle nostre fragilità, delle nostre ferite, del bisogno di essere curati sia all’interno che all’esterno della comunità cristiana. Il medico, l’unico, è Gesù viandante con noi nei sentieri tortuosi della storia, compagno di viaggio perché il nostro sguardo attui la conversione dal mio io, all’incontro con Lui il più bello tra i figli dell’uomo presente, vivente nel Vangelo. L’amore misericordioso del Padre ci dona, come un nuovo esodo, una strada, un tempo di grazia, la quaresima per accogliere la misericordia di Dio come balsamo, cura del cuore sclerotizzato dalle battaglie quotidiane per entrare, recuperare la realtà del Regno.

Il vescovo Tonino Bello in una sua omelia presenta la quaresima come un percorso di conversione dalla testa ai piedi. Dalle ceneri poste sul capo alla lavanda dei piedi, luogo del servizio espressione dell’amore fraterno, cifra dell’identità del cristiano, annuncio della passione, morte e risurrezione di Gesù. In questo itinerario il digiuno, e non soltanto quello del cibo, è il dono per giungere all’essenziale e vedere con gli occhi del cuore e aprirsi alla  carità, condivisione per gioire della fraternità.

In questi giorni di buio quante luci si aggiungono alla volta stellata di gesti concreti di accoglienza, superando frontiere, per accompagnare, camminare insieme e vestire la speranza. C’è un canto nella notte, non è quello degli angeli, ma di uomini, donne, costruttori di pace, l’alba di un nuovo giorno in cui come dice l’apostolo il bene vince il male. Il bene non ha un vestito che lo distingue ma è frutto di un cuore capace di empatia, di fraternità universale.

Non abbiamo bisogno di ideologie ma di vite vissute come quella di Francesco di Assisi, del Mahatma Gandhi, di Charles de Foucauld. L’immagine dell’ospedale da campo purtroppo in questi giorni non è soltanto una metafora ma diviene maggiormente il luogo per curare e farsi curare, nella reciprocità, dono della gratuità di Dio.

Ho avuto la grazia di accompagnare un mio fratello di comunità, Paolo, nel suo nascere al cielo ad Haifa nell’ospedale di Rambam dove era legato a delle macchine per tenerlo in vita insieme ad altre persone di diverse etnie e religioni. Le mie lacrime non erano diverse da quelle degli ebrei, dei musulmani, dei non credenti con le quali si sono mescolate nel silenzio dell’anima come un’unica preghiera. Mi trovavo nel tempio della sofferenza, della verità, dell’autenticità che annulla le differenze e tutti unisce. Fratelli tutti

L’abbraccio di Gesù dalla croce è universale per una chiamata personale, nella veglia più santa dell’anno, come un giorno Pietro sulle rive del lago di Tiberiade a Gesù vogliamo rispondere: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene.». 

Per questo nuovo giorno, per la sua luce, per la Tua Luce. Grazie! Signore Gesù. Le ferite rimarginate narrano l’uomo riconciliato. Le contese si estinguono, le mani si stringono, come aurora sorge la Pace. Il canto sulle labbra veste il passo alla danza, germoglia la speranza e fiorisce un’umanità nuova. Alleluia! Camminiamo insieme!

(*foto Shutterstock)

Autore articolo

Paolo Maria Barducci jc