Dopo sei mesi continuano le proteste d’oltralpe

Liberté, Égalité, Gilet

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di Antonio Iannaccone* - Francia, ottobre 2018. Jacline Mouraud percorre le strade della Bretagna alla guida del vecchio Suv diesel di proprietà, e nella mente ripercorre la propria vita: 51 anni, madre di tre figli da crescere con appena mille euro al mese, frutto di svariati e saltuari lavori (ipnoterapista, sorvegliante anti-incendio, fisarmonicista, cantautrice). Senza dubbio, una quotidianità complicata. Meglio accendere la radio per distrarsi, magari ascoltando della buona musica. Invece, tra una stazione e l’altra, spunta la notizia dell’ennesimo aumento delle accise sui carburanti.
Ecco la classica goccia (di benzina) che fa traboccare il vaso. Deve aver pensato questo, Jacline, che sceglie di affidarsi a Facebook per esprimere tutto il suo disappunto: Quando finirà la vostra caccia all’automobilista? Tanto voi potenti, che state nelle grandi città, avete gli autisti. Si tratta di un semplice sfogo, l’ennesimo ospitato dal mare magnum dei social network, ma accade qualcosa di inatteso: migliaia (poi milioni) di visualizzazioni, like, condivisioni e in poco tempo il video diventa virale. Chapeau.
La rabbia di Jacline esplode nella Francia più profonda, nelle campagne e nei piccoli centri, laddove persone e famiglie vivono con salari modesti, costrette a prendere l’automobile per recarsi al lavoro. Appena un mese più tardi, il 17 novembre, si passa alla prima manifestazione offline, organizzata contemporaneamente in ben seicento città transalpine: nasce il movimento dei gilet gialli.
Un movimento da inserire – a distanza di circa venti settimane – in una cornice più ampia e composita, capace ormai di abbracciare questioni sia economiche sia sociologiche: oltre al caos contro il caro benzina, alla dicotomia che oppone ricchi e poveri, alle piazze messe a ferro e fuoco dai 250mila attivisti, agli scontri verbali e fisici, quella dei gilets jaunes è infatti diventata una protesta del e per il popolo, contro le élite e i loro modelli, che mira a decentrare le decisioni istituzionali (sui temi più disparati quali salute, istruzione, lavoro, tasse, pensioni, infrastrutture, migrazione), anzi a sovvertirle (senza doverle subire ogni volta) per costruire una società migliore, cioè orientata alla costruzione del bene comune e della democrazia deliberativa, partecipativa, associativa, in altri termini, dal basso.
Concetti che, da tempo, conosciamo bene pure In Italia, fra No Tav, No Ponte, No Tap, No Dal Molin, No F-35, No Muos, No Tir, No Triv e persino gilet gialli del Belpaese (sono già 4mila). Un esercito di no che testimonia quanto le coscienze della “gente comune” si siano risvegliate: non basterà riportare giù il costo delle accise (né rinunciare, per esempio, alla nuova linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione) per assopirle, ma serviranno delle istituzioni consapevoli, oneste e capaci di un dialogo costante, purché sia sincero e in grado di dare voce a tutti – nessuno escluso – facendone dei protagonisti. D’altronde, come diceva Montesquieu, la tirannia di un principe in un’oligarchia non è pericolosa per il bene pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia.
Apatia da superare senza però abbandonarsi alla violenza che, finora, troppe volte ha accompagnato azioni e dichiarazioni di alcuni fra i gilet più in vista, insomma dei cosiddetti leader. Le posizioni estreme sono sempre da condannare – ça va sans dire – in quanto non servono a costruire, ma soltanto a distruggere. E la maggior parte degli attivisti, come detto, si tinge di giallo per degli ideali ben più alti.
Se è vero, dunque, che non esiste movimento sociale senza un conflitto, un avversario e una posta in gioco, è altrettanto vero che ogni conflitto, prima o dopo, tende a limitarsi. Il limite, in questo caso, passa attraverso le parole: non quelle vuote della retorica ma, piuttosto, quelle significanti della partecipazione.  

* Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana