XXX domenica del Tempo Ordinario

Versione stampabileVersione stampabile
Liturgia del: 
23 ottobre 2016

La Parola del giorno: Sir 35,12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Dal Vangelo secondo Luca
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

«La preghiera dell’umile penetra le nubi...». Arriva molto in alto, perché parte dalle bassezze. Lo sbaglio del fariseo sta proprio nell’illusione di arrivare sicuramente a Dio collocandosi sulle altezze dei propri meriti, partendo... dall’altezzosità. L ’umile e il povero pensano di non possedere niente di buono, rinunciano perciò a contare su se stessi, e si sentono totalmente dipendenti da Dio, puntano tutto su di lui. Il superbo risulta appesantito dal proprio personaggio virtuoso. Per questo non riesce a sollevarsi e la sua preghiera non acquista leggerezza. Anche quando prega, il fariseo parla a se stesso, guarda verso se stesso. La sua è una recitazione, una rappresentazione, più che un vero rapporto con Dio. Non ha bisogno di Dio. Sembra quasi, al contrario, che Dio abbia bisogno di lui. Si ammira, si esibisce. Anche quando sta in piedi, pare genuflesso in adorazione di sé. Sembra dire: “Per fortuna ci sono io”. Umiltà e povertà costituiscono due componenti essenziali della preghiera. Ma, naturalmente, non si improvvisano entrando in chiesa. Rappresentano due atteggiamenti di fondo dell’intera esistenza. E la povertà non è questione soltanto di soldi. II fariseo probabilmente non appartiene alla classe sociale dei ricchi. Eppure si pone davanti a Dio con la mentalità e la sicurezza del ricco. Il pubblicano certamente non appartiene alla categoria sociologica dei poveri. Eppure, nella sua preghiera, ha un cuore di povero. È quando manca qualsiasi appoggio umano che uno sperimenta l’intervento di Dio («il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza»). Se conti sulla tua forza, se cerchi puntelli rassicuranti, il Signore, che vuole entrare in te, trova la porta sbarrata. Se sali in alto, ti metti in evidenza, Lui non riesce a vederti. Se ti ritieni migliore degli altri, li giudichi impietosamente, li condanni, Lui sta dalla parte degli altri. Se vanti diverse protezioni, non troverai certamente il favore di Dio. Chi è pieno di se stesso, come il fariseo, strumentalizza Dio per innalzarsi ancora un po’. Solo chi conosce se stesso, è diventato realista, sa di essere una creatura di fronte al creatore, solo costui è umile e fa spazio a Dio.

 

Facci tornare a te, Signore, e abbatti in noi l’orgoglio e la presunzione di essere giusti come il fariseo al tempio, mentre dovremmo batterci sinceramente il petto, come il pubblicano che non ha avuto neppure la forza di alzare gli occhi verso il tuo volto, poiché si sentiva indegno di avanzare nel tempio per avvicinarsi a te. Signore, converti il nostro cuore, la nostra vita, la nostra storia.