XXVI domenica del Tempo Ordinario

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Liturgia del: 
25 settembre 2016

La Parola del giorno: Am 6,1a.4-7; Sal 145; 1Tm6,11-16; Lc16,19-31

Dal Vangelo secondo Luca 16,19-26
C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi».

La storia dell’uomo, verrebbe da dire, è sempre la stessa.
Ci sono i poveri e i ricchi; ci sono i prepotenti e le vittime; così come sono tanti i “Lazzaro” poveri ed esclusi. È la situazione di sempre: i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Ma questo non è il progetto di Dio.
Il ricco non ha nome e, quindi, non ha identità; ha vissuto la sua vita solo per se stesso, creando distanza e separazione; non c’è nessun motivo, quindi, perche gli altri lo ricordino. Di lui si conosce solo lo stile vita: è uno spensierato, gli piace godersi la vita e, principalmente, è incapace di accorgersi di chi sta alla sua porta a chiedere un pezzo di pane.
C’è poi Lazzaro, lui sì che ha un’identità: si conoscono la sua storia e il suo stato di salute. È pieno di piaghe e soprattutto ha fame, perché i tanti ricchi senza nome l’hanno affamato. Lazzaro non vuole molto dalla vita, solo sfamarsi, anche di briciole; ma nessuno si accorge di lui.
«Padre Abramo, manda Lazzaro a intingere il dito…», chiede il ricco ad Abramo. «Non mi è possibile, tra voi e noi c’è un grande abisso», risponde Abramo. Nell’altra vita le cose si sono capovolte.
Cosa c’è di male a essere ricco? Assolutamente nulla. La ricchezza in sé non è il male assoluto. L’indifferenza, l’egoismo, l’avarizia, lo sfruttamento, l’indifferenza verso i bisogni degli altri, questi sono il male assoluto. Quando era in vita, il ricco poteva accorgersi di Lazzaro e soccorrerlo, invece l’ha ignorato. Ha reso eterno l’abisso che lui stesso ha creato.
La parabola di oggi porta in sé un messaggio universale: «Non creare abissi tra persone, di nessun genere!». Perché è proprio l’abisso che impedisce di vedere chi sta dall’altra parte, i suoi bisogni, le sue sofferenze. Siamo chiamati a creare relazioni di prossimità con tutti, con i poveri soprattutto.

Di questo ti prego, Signore,
colpisci alla radice la miseria che è nel cuore.
Dammi la forza di sopportare serenamente gioie e dolori.
Dammi la forza di rendere il mio amore utile
e fecondo al tuo servizio.
Dammi la forza di non rinnegare mai il povero
di non piegare le ginocchia davanti all’insolenza dei potenti.
Dammi la forza di elevare il pensiero
sopra la meschinità della vita d’ogni giorno,
e dammi la forza di arrendere con amore
la mia forza alla tua volontà.
(RabindranathTagore)