V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

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Liturgia del: 
9 febbraio 2020

La Parola del giorno: Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5

Dal Vangelo secondo Matteo (5,13-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Ogni uomo, venendo al mondo, “alla luce”, riceve una missione, ha qualcosa d’importante da fare, per gli altri: è l’essere in relazione, una condizione fondamentale per l’uomo, vitale e salutare. L’uomo è un essere in relazione, nasce dalla relazione, vive per la relazione. La relazione è costitutiva dell’essere-uomo. L’uomo è in relazione con se stesso, la sua famiglia, l’altro sesso, gli amici e i colleghi, la società circostante, le società lontane e diverse cui in qualche modo è legato. Ma ogni relazione è anche inter-relazione, è reciprocità. Se ogni relazione è un dono che si riceve, essa è anche un compito e una responsabilità. Fallire la nostra missione è, allora, essere insipidi, non servire, diventare tenebra, vivere nel buio, dove non si vede nessuno, né l’altro, né noi stessi, neppure Dio! Non si può essere sale e luce solo per se stessi, ma a partire dall’altro e per l’altro. La luce, il sale, non vivono per se stessi, ma perché qualcun altro veda, per trasmettere sapore e senso..., al bisognoso, al sofferente, al mondo! «Voi siete il sale della terra... la luce del mondo». Ad “accendere la luce”, però, non siamo noi, bensì Dio: Egli ci ha chiamati alla vita, tutti siamo venuti alla luce, per essere sale e luce per qualcun altro, non solo per noi stessi. Ecco che quindi camminiamo nelle tenebre, la nostra vita non ha sapore vero, finché il fine ultimo di ciò che viviamo è il nostro “io”. Non capiamo quanto ci accade se tutto parte da noi e torna a noi: si crea una sorta di “cortocircuito”.
Invece, paradossalmente, anche l’esperienza più negativa, un lutto, una malattia, il male vissuto, può rivelarsi utile, sale e luce, per qualcun altro. Mi è successo qualcosa, anche di brutto, per amare qualcuno; se è solo per me, non ha senso! È bello trovare chi è capace di sfruttare i dolori vissuti per starti accanto, perché ha sofferto come te e ti comprende.
Non rinchiudiamoci allora in noi stessi, nei nostri non sensi, ma doniamoci agli altri, portiamo loro un po’ di sale e luce; scopriremo che le nostre ferite si rimargineranno “miracolosamente”, per grazia di Dio.

(A cura dell’Associazione italiana guide e scouts d’Europa cattolici)

Dare sapore alla vita.

Signore, mi chiedi di essere luce e solo tu sai quanto io sia tenebra
nel groviglio dei miei pensieri e giudizi interessati;
mi chiedi di essere vetta pur con gli abissi di male
che si agitano nel mio cuore pieno d’invidia e di gelosia;
mi vuoi come sale che insapora tutto di te
e, invece, sono lì che non riesco ad annunciare il tuo Vangelo.
Signore, rendimi come tu mi vuoi.
Se questo comporta sofferenza, sarà doloroso,
ma finalmente porterò frutti di santità.
E sarà gioia per tutti. Amen.