Serve una Chiesa che abbia “passione cattolica” – Campo nazionale ACR, 5 agosto 2017

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“Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte – scrive Papa Francesco nell’esortazione Evangelii gaudium –, occorre essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se ne è andato o è indifferente”. “Effatà, cioè: Apriti!” (Mc 7,34): questo non è un comando ma una benedizione pronunciata da Gesù, emettendo un sospiro, in favore di un sordomuto; di questa benedizione ha continuo bisogno la Chiesa, che si trova nella stessa situazione descritta dalla parabola del grande banchetto, in cui l’invito a uscire, rivolto al servo, ha la precedenza sulla missione che il padrone di casa gli affida: compelle intrare (cf. Lc 14,15-24). La Chiesa, come la Luna, vive in pienezza la propria missione solo quando cammina nella storia per mostrare al mondo il riverbero della luce di Cristo “che, per così dire, la rigetta incessantemente tutta intera fuori di sé”.

Serve una Chiesa – sottolinea con forza il Papa – “in costante atteggiamento di uscita”. Serve una Chiesa “in assetto di missione permanente” per incontrare quanti si sono allontanati da essa ed inserirsi nella loro conversazione con chiarezza di dottrina e altezza di pensiero. “Serve una Chiesa che sappia decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli: una Chiesa che si renda conto di come le ragioni per le quali ci si allontana contengano già in se stesse anche le motivazioni per un possibile ritorno”. Serve una Chiesa che, riscoprendo le viscere materne della misericordia divina, riaccolga con gioia tanti suoi figli smarriti. “Per essere all’altezza di questo compito – rileva Papa Francesco – occorrono testimoni che siano in grado di camminare nella notte, di saper dialogare e anche scendere nel buio senza perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti senza farsi sedurre; di accogliere le delusioni senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità”.

Serve una Chiesa consapevole di essere un popolo di poveri, bisognoso di perdono. Serve una Chiesa “povera per i poveri”, “amica dei poveri”, pronta a combattere la miseria “che è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza”. Serve una Chiesa capace di spogliarsi di ciò che non è essenziale e di ogni “mondanità spirituale – nascosta dietro apparenze di religiosità –, che consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale”. Serve una Chiesa pellegrina, non sedentaria, poiché Dio lo si incontra camminando, lo si trova in ogni persona. “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade – confessa Papa Francesco –, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze (…). Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione”. Serve, dunque, una Chiesa aperta a esplorare le frontiere e non a frequentare i laboratori. “È sempre latente – lamenta Papa Francesco – il pericolo di vivere in laboratorio, ove si affrontano i problemi fuori dal loro contesto, anziché nei crocevia più di punta, nelle periferie esistenziali, nelle trincee sociali”.

Serve una Chiesa che sia la casa di tutti, non un nido protettore che contiene solo un gruppetto di persone selezionate! Serve una Chiesa “ospedale da campo”, capace di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli con la vicinanza, la prossimità. Serve una Chiesa fatta di pastori pronti a “camminare con il popolo, a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita”. Serve una Chiesa in cui i pastori non siano né rigoristi né lassisti. “Nessuna delle due tipologie – osserva Papa Francesco – è veramente testimone dell’amore di Dio, perché in entrambi i casi non ci si fa carico del peccatore, ma lo si scarica. Il rigorista lo inchioda alla freddezza della legge; il lassista, invece, non lo prende sul serio e così addormenta la coscienza del peccato”. Serve una Chiesa consapevole che “proporre la verità evangelica e la salvezza in Gesù Cristo con piena chiarezza e nel rispetto assoluto della coscienza – precisava Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi –, lungi dall’essere un attentato alla libertà religiosa, è un omaggio a questa libertà”. La Chiesa “non cresce per proselitismo ma per attrazione, non ha bisogno di apologeti delle proprie cause né di crociati delle proprie battaglie, ma di seminatori umili e fiduciosi della verità, che non trascurano il vincolo essenziale tra dialogo e annuncio”.

Serve una Chiesa che sappia riconoscere il bisogno di Vangelo che è presente ovunque. “Dio arriva sempre prima di noi – assicura Papa Francesco –, sempre ci precede! Anche nei posti più lontani, nelle culture più diverse, Dio sparge dovunque i semi del suo Verbo”. Serve una Chiesa convinta che il cuore umano è fatto per il grano e che il tempo della zizzania è già irrevocabilmente fissato (cf. Mt 13,24-30). “La Chiesa – raccomanda Papa Francesco – ha bisogno di uomini che siano custodi della dottrina non per misurare quanto il mondo viva distante dalla verità che essa contiene, ma per affascinare il mondo, per incantarlo con la bellezza dell’amore, per sedurlo con l’offerta della libertà donata dal Vangelo”. Serve una Chiesa consapevole, da un lato, che “la fede vede nella misura in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto dalla Parola” e, dall’altro, che la solidità della fede si misura dalla capacità di testimoniarla, “cioè di trasmetterla nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma”. Serve una Chiesa che testimoni il Vangelo in maniera più semplice, più profonda e più irradiante, “se necessario anche con le parole”.

Serve una Chiesa pronta a vivere una stagione evangelizzatrice più fervorosa e gioiosa, più generosa e contagiosa. “Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicare il Signore – avverte Papa Francesco – abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci”. Serve una Chiesa che non può fare a meno del polmone della preghiera, ma senza rifugiarsi in qualche falsa spiritualità: “la contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno”. Per essere evangelizzatori autentici occorre sviluppare anche il gusto spirituale di rimanere vicini alla gente. La missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo. “L’evangelizzazione non sarebbe completa – osserva Papa Francesco – se non tenesse conto del reciproco appello che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale, dell’uomo (…). La vera speranza cristiana, che cerca il Regno escatologico, genera sempre storia”. Dio è presente nei processi della storia: è come un ramo di mandorlo che fiorisce per primo in primavera (cf. Ger 1,11).

Serve una Chiesa capace di discernere i mezzi pastorali adeguati per affrontare le sfide attuali con la luce e la forza che vengono dal Vangelo. “Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in fantasia”. Serve una Chiesa consapevole che esiste una tensione bipolare tra idea e realtà: il divorzio tra l’una e l’altra crea una dicotomia che dimentica la logica dell’incarnazione, essenziale all’evangelizzazione. Serve una Chiesa non ossessionata da questioni limitate, ma sollecita ad allargare lo sguardo senza sradicamenti, a lavorare nel piccolo con una prospettiva più ampia, a riconoscere che “il tutto è più importante della parte e della semplice somma delle parti”. Serve una Chiesa pronta a riconoscere che il conflitto non può essere ignorato o dissimulato, ma se si rimane intrappolati in esso si perde la prospettiva.

Serve una Chiesa capace di “camminare insieme”, poiché la sinodalità è la migliore espressione della collegialità. Serve una Chiesa fatta di una “rete” di testimoni che ricerchino non l’unanimità, ma la vera unità nella ricchezza e nell’armonia della diversità. Come in una sinfonia molteplici strumenti suonano insieme, mantenendo ognuno il proprio timbro inconfondibile e le proprie caratteristiche, così nella Chiesa ciascuno porta quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri. Il “discernimento comunitario” non è un sistema di logica deduttiva e, tanto meno, la somma matematica dei diversi pareri; esso richiede serenità di giudizio e distacco da vedute personali, capacità di lettura dei segni dei tempi e, soprattutto, affinità con le intenzioni della Chiesa. “Le scelte non possono essere dettate dalle nostre pretese – ammonisce Papa Francesco –, condizionate da eventuali scuderie, consorterie o egemonie (…). Il nostro linguaggio sia quello del Vangelo: sì, sì; no, no; i nostri atteggiamenti quelli delle Beatitudini, e la nostra via quella della santità”.

Serve una Chiesa che abbia “memoria del futuro”, poiché il suo domani abita sempre nelle sue origini. Serve una Chiesa capace di rinnovarsi, coniugando la sapienza del Vangelo e l’esperienza della storia. Edificante, al riguardo, è la testimonianza di Paolo VI: “La Chiesa di Cristo è per i forti, è per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda e insignificante, è per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale, pagando di persona e portando la croce”.

+ Gualtiero Sigismondi