Ognuno per sé? No: ognuno per tutti. Il lavoro è un cantiere del Regno di Dio (Gv 5, 1-20)

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La nostra esistenza è regolata soprattutto dalla ragione. I rapporti tra gli uomini sono regolati da dialoghi, confronti, riflessioni, scambi. Abbiamo in comune la possibilità di intenderci, una logica che permette di andare d’accordo. Abbiamo però anche forti istinti che entrano in conflitto o in dialogo con  l’uso della ragione. Talvolta vanno oltre la nostra ragione che si perde a rincorrere ideologie, visioni false della vita. Tali sono l’istinto della sopravvivenza, della conservazione. Sono spesso bisogni naturali corporali che urgono anche se il cervello è distratto. Per fortuna che ci vien fame, che abbiamo sete, che vogliamo coccole… qualcuno si dimenticherebbe pure di mangiare se fosse possibile. Ma l’istinto deve essere regolato dalla ragione e dall’amore.

Quel povero uomo che giaceva ai bordi della piscina di Siloe non riusciva mai a entrarvi al momento giusto perché aveva attorno altri che badavano solo a sé. Mi viene in mente come la nostra società emargina tante persone che non ce la fanno da sole a raggiungere quello che spetta a tutti, per esempio i portatori di handicap, gli immigrati, i poveri. Le barriere architettoniche, ma soprattutto le barriere che abbiamo costruito nella nostra mentalità non permettono loro di avere quello che è diritto per tutti. Ebbene Gesù trova un ammalato ai bordi della piscina che aspetta di poter essere guarito. E’ sabato. Lui aspetta da 38 anni di poter ridare alla sua vita un barlume di autonomia, di potersi muovere, di non dipendere da nessuno. Gesù perentorio lo rimette in piedi a camminare diritto. Gli ridà la pienezza della sua umanità.

Ma c’è chi è più preoccupato dei quadri che degli uomini, delle cornici che del quadro. I farisei vedono nella guarigione di questo poveraccio, di questa nostra umanità, un insulto alla legge. Ma Dio ha tanto amato l’uomo da mandare suo Figlio. E’ così ogni esperienza di vita credente, deve liberare sempre, non costringere; deve guardare al bene profondo dell’umanità, non al bene della struttura. E’ facile a questo punto giudicare ogni norma come costrittiva, ma da quando c’è Gesù, la norma è Lui, è lo Spirito che ci abita e che infonde la speranza che la vita possa sempre essere libera, ma vera.

L’azione di Gesù nasce però da una invocazione, espressa di più con la frustrazione di non farcela. Voglio guarire, ma…

Quante volte ci siamo sentiti dire la frase: voglio guarire. E’ il figlio ammalato che sta in casa anche solo per pochi giorni ed è impaziente di tornare a giocare, è il marito colpito da un infarto, come un fulmine a ciel sereno, s’è salvato, ma ora deve ricostruirsi un nuovo modo di vivere; è il parente o la mamma alle prese con le chemioterapie che non promettono niente di buono. Signore voglio guarire. E’ l’anziano che vede ogni giorno di più che le forze vengono meno. Il suo pensiero ritorna spesso alla giovinezza quando poteva salire le scale saltando i gradini a tre o a quattro e che oggi non riesce più a muoversi. Si scoraggia e spesso non ha più la forza di gridare: Signore voglio guarire. E’ la nostra vita interiore malata che ha perso la pace interiore, la nostra coscienza assalita dal rimorso della colpa da cui sale con non minor forza il grido: Signore voglio guarire.

Vorremmo che fosse la preghiera del ladro che non bada a violenza e disprezzo per prendere quattro soldi che non gli daranno nessuna felicità, vorremmo che fosse la preghiera di chi aspetta solo di fare ritorsioni e vendette illuso di farsi giustizia, mentre ne crea un’altra più grande; Signore voglio guarire, vorremmo che fosse la preghiera di chi decide a tavolino le guerre e il terrore, di chi ha già armato la mano del giovane per quattro soldi e lo stringe per sempre nella follia omicida della mafia, vorremmo che fosse la preghiera dello spacciatore che vende morte per procurarsi la propria.

E Gesù si china sul malato che sta ai bordi di quella piscina e dice perentoriamente: Alzati prendi il tuo lettuccio e cammina. Ce lo vogliamo sentire ripetere questo imperativo deciso su tutte le nostre miserie, materiali e morali, sulle nostre malattie, sui nostri dolori senza speranza, sulle nostre famiglie distrutte dal dolore, chiamate ad assistere malati terminali, con nel cuore la disperazione e negli orecchi le invocazioni di aiuto. Signore voglio guarire dalla mia inedia, dalla disperazione, dalla cattiveria che mi avvelena l’anima, dal vizio che mi ha tolto ogni libertà, dalle maschere che mi metto per ingannare tutti, ma non te.

E Dio, che non ci abbandona mai, ci dirà sempre: alzati prenditi in mano la vita e cammina.

 

Voglio guarire: voglio un lavoro

Questo comando di Gesù ce lo vogliamo sentire su una sorta di malattia mortale che abbiamo: la mancanza di lavoro. Noi lo chiediamo: Signore voglio guarire, voglio un lavoro. E’ obbligatorio oggi interessarsi del lavoro, in piena crisi economica; significa essere cristiani attenti alla vita e fedeli al Signore della vita che è Gesù, perché il lavoro è il nodo principale che segna il cammino della dignità dell’uomo e della sua collaborazione all’opera di Dio creatore e salvatore. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”.  Il lavoro ci permette di essere  nel mondo da responsabili e nella storia della salvezza, cioè del ricupero pieno e definitivo della dignità dell’uomo, da credenti.

Ogni cristiano deve nutrire dentro di sé questo orizzonte ampio che va oltre ogni teoria economica, ogni definizione di lavoratori come pedine del mercato o come vite da scarto per continuare a pensare alla risorsa uomo in termini assolutamente irriducibili.

Noi vogliamo lavorare non solo per vivere, ma per essere; desideriamo che tutti gli uomini e le donne possano far parte di questo cantiere della vita con dignità, perché le risorse che essi sono per il mondo siano godibili per tutti, per la bellezza del creato, per il ricupero di vite distrutte dal disordine morale e sociale, per la crescita della solidarietà e della pace del genere umano.

Ogni lavoro è sacro, ogni applicazione della intelligenza, della forza, dei sentimenti e delle qualità umane si porta dentro un sogno di infinito che non può essere ridotto o cancellato per nessuno.

L’Azione Cattolica ha al suo interno un movimento di lavoratori che può diventare il cuore sociale dell’Azione Cattolica, perché l’aiuta a fare la carità nella verità, a vivere la fede nella solidarietà, a sperare oltre ogni speranza dando a tutti segni dell’amore di Dio, nascosto in ogni fatica umana.

 

Il lavoro è il luogo in cui incontri Dio e con Lui fai la storia tua e del mondo.

 

Il lavoro è incontro con altre persone fatto di dialogo, contrapposizione, tensione, ricerca di intesa, collaborazione e solidarietà. Questo rapporto fa la storia dell’uomo, degli stati, delle democrazie. Talvolta ha scritto anche la storia che si studia sui libri, sicuramente le piccole e grandi storie degli uomini. Allora vuol dire che qui, proprio perché si fa la storia c’è Dio, perché è solo Dio che costruisce la storia degli uomini.

 

Nel lavoro investo la mia vita, la dono agli altri. Non porto solo i miei muscoli, la mia intelligenza, le mie energie. Tant’è vero che anche senza volerlo la mia vita passa, si consuma, si limita, si circoscrive. Posso impiegare la mia vita di malavoglia o posso invece essere consapevole di un dono che nessun stipendio mi può pagare e che metto a disposizione perché la vita di tutti sia piena.

 

Il lavoro è sofferenza. E’ fatica, è vita dura, è spesso consumazione nel dolore, è la necessaria doglia del parto per crescere. La sofferenza non è casuale nella vita dell’uomo, non è un tragico incidente o una svista della vita, non è nemmeno una maledizione o una condanna, è sempre un mistero che si porta dentro una invocazione di senso. Al fondo di questa invocazione c’è sempre Dio, crocifisso in Gesù di Nazareth.

 

Il lavoro è opera di liberazione. In esso devo “fare piega”, sono costretto a superarmi, a maturare, a liberarmi dai miei egoismi, dall’individualismo, dalla prepotenza. E’ liberazione dell’umanità dalla fame, dalla miseria, dall’inedia. Un salmo dice: liberazione è il lavoro del Signore.

 

Il lavoro è il cantiere del regno di Dio. E’ il luogo in cui si stabiliscono le leggi di comportamento che possono favorire la giustizia, la solidarietà: è il luogo in cui le persone si preparano l’avvenire, in cui si sperimenta democrazia e collaborazione, in cui si fatica per far vincere la speranza sulla rassegnazione, la convivenza pacifica sull’individualismo. E’ una chiara freccia che indica la direzione del Regno che solo Dio costruisce. In questo cantiere siamo ancora con Lui, il Progettista del Regno, il Regno stesso.

 

Il lavoro è anche luogo segnato dal peccato, dallo sfruttamento e dal disprezzo della dignità delle persone. E’ luogo in cui talvolta si scatena l’egoismo e l’indifferenza, il sopruso e l’ingiustizia, spesso anche la morte colpevole, non frutto del caso. A questo proposito ci sembra bella la frase di papa Francesco di domenica scorsa: sia sempre tutelata la dignità e la sicurezza del lavoratore. Diventa allora luogo in cui siamo chiamati continuamente alla conversione. La conversione ha le sue radici nel cuore e quando arriva lì, vi trova Dio, l’unico capace di cambiarlo radicalmente.  

 

Il lavoro prima di essere un dovere è un luogo di grande dignità, si porta dentro ideali grandi. Ma non è solo una dignità, diventa anche un luogo di santità, proprio perché vi si sviluppa una profonda collaborazione col creatore. Non si può non incontrarvelo; non c’è alcuna nostra distrazione o cattiveria che lo esclude da questo cantiere. Quando noi ve lo scopriamo, è già troppo tardi, perché Lui è là da sempre.

 

E’ il Vangelo che allarga ogni orizzonte umano. Per allargare l’orizzonte si sale su un grande albero: il vangelo. Evangelizzare il lavoro e la vita sociale significa abilitare il lavoratore e cittadino a salire su questi alberi. Non è opera di estraneazione  o di fuga dalla realtà. Quando si sta dalla parte del senso, quando si aiuta l’uomo a cercare risposte ai suoi perché, si pongono le basi necessarie per lo sviluppo e il cambiamento, per la crescita e il miglioramento. Il cammino della civiltà dell’uomo prima di essere un cantiere di operatività è sempre stato un “albero” di riflessione in profondità.