“La pietà popolare vero tesoro del popolo di Dio”

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“La locuzione pietà popolare designa le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo o di una etnia e della sua cultura” (Direttorio su pietà popolare e liturgia, 9). La pietà popolare si configura come “connaturale espressione religiosa del popolo di Dio”, che occorre proteggere, promuovere e, se necessario, correggere. Purificata da eventuali eccessi e da elementi estranei e rinnovata nei contenuti e nelle forme, la pietà popolare consente non solo di veicolare e di riscoprire, nel loro significato più autentico, alcuni valori della tradizione cristiana, ma anche di raggiungere chi, altrimenti, rimarrebbe ai margini della vita di fede. Pertanto, le manifestazioni della religiosità popolare non possono essere considerate come un aspetto secondario della vita pastorale. Basti pensare alla pietà mariana che, per così dire, è il “sistema immunitario” della fede della Chiesa; quando la devozione mariana si indebolisce, diminuiscono pure le difese immunitarie tanto dei singoli quanto di una comunità.

La pietà popolare, “così ricca e insieme così vulnerabile”, “è un insieme di valori che, con saggezza cristiana – insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica –, risponde ai grandi interrogativi dell’esistenza. Il buon senso popolare cattolico è fatto di capacità di sintesi per l’esistenza. È così che esso unisce, in modo creativo, il divino e l’umano, Cristo e Maria, lo spirito e il corpo, la comunione e l’istituzione, la persona e la comunità, la fede e la patria, l’intelligenza e il sentimento” (CCC 1676). “La pietà popolare, o religione del popolo, piuttosto che religiosità” – come ebbe a precisare Paolo VI nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi –, se è ben orientata, soprattutto mediante una pedagogia di evangelizzazione, può essere sempre più, per le nostre masse popolari, uno strumento di incontro con Dio in Gesù Cristo. Per questo è importante che la pietà popolare continui a essere curata e alimentata, anche perché rivela il vero volto della Chiesa, la sua identità profonda di “Corpo di Cristo che si manifesta come popolo di Dio in cammino verso il Regno”.

La pietà popolare, che Paolo VI definisce “vero tesoro del popolo di Dio”, e che Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, qualifica come “autentica espressione dell’azione missionaria spontanea del popolo di Dio”, appartiene in modo primario alla nostra fede. “Non è vuota di contenuti, bensì li scopre e li esprime mediante la via simbolica, sollecitando i sensi, accentuando maggiormente il credere in Deum che il credere Deum”. “La nostra fede – scrive Georg Ratzinger – non si limita alla preghiera, all’interiorità e alla razionalità. La nostra fede afferra l’uomo intero. Tutto l’uomo è chiamato alla santità, e così egli deve tendervi con tutti i suoi sensi”. Molti guardano con una certa alterigia alla pietà popolare e, passo dopo passo, la vorrebbero espellere dalla vita della Chiesa. È doveroso ammettere, però, che lì dove viene praticata solo una “religione razionale”, la fede perde forza e, prima o poi, scompare del tutto. La fede non è un fatto solamente razionale; necessita anche di espressioni semplici e veraci, delle quali l’uomo avrà sempre bisogno. La fede ne risentirebbe pesantemente se non la si potesse più “toccare con mano”, se non coinvolgesse l’uomo intero, se non mantenesse un giusto equilibrio tra mente e cuore, tra pensiero e intuizione. La fede rimane viva solo quando è rivolta a tutto l’uomo: spirito, anima e corpo!

La pietà popolare si esprime in forme diversificate e diffuse che talora appaiono inquinate da elementi non coerenti con la dottrina cattolica, che creano confusione e possono favorire una pratica religiosa meramente esteriore e svincolata da una fede ben radicata e interiormente viva. C’è il pericolo di esplosioni ataviche, di una “liturgia esotica” parallela a quella ufficiale, come purtroppo capita là dove la religiosità non è evangelizzata con la luce della parola di Dio. In tali casi, a meno che incongruenze radicali non rendano necessarie misure chiare e immediate, occorre intervenire con prudenza e pazienza, tenendo presente che nella vita pastorale non si raggiunge alcun risultato significativo senza la collaborazione del tempo.

“La pietà popolare tende all’irrazionalità – osservava Benedetto XVI –, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare deve essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale popolo di Dio”. Potenziata e assunta nell’alveo della liturgia, che è la voce della Chiesa che canta e celebra il Mistero pasquale, la pietà popolare offre l’humus necessario per un culto fervente del popolo di Dio, ricupera tesori della tradizione cattolica, sconfessa frettolose creatività liturgiche che sono soltanto frutto di personalismi, senza radici, incapaci di integrare sentimenti e azioni rituali.

La liturgia conserva il suo carattere di “fonte e culmine” di tutta l’azione della Chiesa e di tutte le esperienze della sua vita di fede e di carità, e quindi anche della pietà popolare. Perciò ogni espressione della pietà popolare deve attingere alla liturgia, come dalla sua sorgente, la fede e l’impegno di vita. “È importante ribadire, inoltre, che la pietà popolare ha il suo naturale coronamento nella celebrazione liturgica, verso la quale, pur non confluendovi abitualmente, deve idealmente orientarsi”. L’evangelizzazione della pietà popolare non può dunque dimenticare che scopo di quest’ultima è condurre i fedeli alla mensa della Parola e dell’Eucaristia. Il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la Via crucis, il Rosario. “Bisogna che tali esercizi, tenuto conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, derivino in qualche modo da essa, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano” (Sacrosanctum Concilium, 13).

Nella pietà popolare s’incontrano molte espressioni di fede legate alle grandi celebrazioni dell’anno liturgico. Occorre, dunque, riservare una “delicatezza speciale” alla pietà popolare: “se evangelizzata è uno strumento potente, anzi, un vero soggetto di evangelizzazione”. Contro certe liquidazioni sommarie, non si può fare a meno di prendere atto dell’importanza e dell’insostituibilità della devozione dei semplici, radicata nella tradizione, in grado di coinvolgere profondamente e sinceramente strati popolari che solo per questa via hanno accesso all’esperienza cristiana. Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium ha ricordato che “nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi”. È la logica dell’inculturazione del Vangelo, che spinge a tradurlo nelle forme, a volte inadeguate e imperfette, delle culture locali, per renderlo comprensibile e praticabile da uomini e donne che, altrimenti, lo percepirebbero come un astratto teorema, estraneo alla loro vita.

“Nella pietà popolare – scrive Papa Francesco al n° 126 di Evangelii gaudium – è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione della fede. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci: sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione”. A promuoverle non è mai stata tanto la gerarchia ecclesiastica, quanto il laicato raccolto nelle confraternite, che rappresentano il più antico esempio di protagonismo dei fedeli nella Chiesa – molto prima che il Vaticano II ne rivalutasse il ruolo! – legato alle opere di misericordia. La simbiosi tra liturgia e carità ha sempre fatto da ammortizzatore ad una “religione del sacro” che porta tracce di eredità paganeggianti. La pietà popolare ha trovato nelle confraternite un sicuro alleato, quando queste non hanno rinunciato a compiere le opere di misericordia, ispiratrici della loro fondazione. Non si tratta, dunque, di smantellare le confraternite ma di fare in modo che, coniugando nova et vetera, non disconnettano la pietà popolare dal servizio della carità. La storia insegna che le confraternite hanno scritto pagine inedite di pietà popolare con la “fantasia della carità”, inserendosi nello spazio del grande silenzio della liturgia, il Venerdì e il Sabato santo. Non si tratta di un’occupazione, ma di un’invasione che assicura una lampada accesa al sepolcro di Gesù.

+ Gualtiero Sigismondi