Ho un popolo numeroso in questa città. XVII Assemblea nazionale - 25 aprile - 2 maggio 2021

L’AC: un dono per la Chiesa

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La specificità dell’Azione Cattolica nel Magistero di Giovanni Paolo II

La riflessione che segue considera direttamente il tema della peculiarità dell’AC nel magistero pastorale di Giovanni Paolo II: gli elementi più generali, che l’AC condivide con tutta la Chiesa e con le altre aggregazioni laicali, pur necessariamente tenuti presenti, rimarranno sullo sfondo. Non emergeranno quindi argomenti generali, anche di grande interesse, in quanto esigerebbero trattazioni molto ampie e porterebbero fuori dai limiti di questa riflessione. Lasciamo ad una breve parte introduttiva il compito di inquadrare in generale alcune grandi ‘fasi’ della teologia del laicato.

 

1. fasi salienti della ‘teologia del laicato’ nella Chiesa contemporanea

 

E’ noto che dagli inizi del secondo millennio, anche per problematiche complesse nella relazione papato-impero, i laici erano rimasti in sordina nella Chiesa: la loro posizione intraecclesiale era ritenuta inferiore rispetto a quella dei consacrati e dei sacerdoti (in genere vigeva un modello che potremmo definire di pura e semplice ‘sottomissione’ alla gerarchia ed ‘esecuzione’ delle sue direttive); non si parlava di vera e propria vocazione per i laici (S. Francesco di Sales fu una splendida eccezione), che sembravano chiamati semplicemente a vivere secondo la ‘natura’, essendo la ‘grazia’ riservata ai sacerdoti e consacrati. La loro posizione extraecclesiale, poi, veniva qualificata non in termini di missione, bensì di opera secolare, impegno mondano, ecc., che, anche quando era svolto nel migliore dei modi, rientrava nei doveri del cristiano verso il ‘saeculum’ ma non certo nella missione salvifica della Chiesa, riservata – ancora una volta – a chi aveva ricevuto il sacramento dell’Ordine.

A parte la riflessione, purtroppo isolata, di uomini come il Card. J. H. Newmann a metà del XIX sec. e il Card. Y. Congar a metà del XX, fu solo con il Vaticano II che la Chiesa cattolica, nella sua interezza, prese coscienza della vocazione e missione dei laici come parte integrante della vocazione e missione di tutta la Chiesa. A questa riscoperta ha certamente e decisamente contribuito la prassi dell’Azione Cattolica, che già dalla seconda metà dell’Ottocento si diffuse in vari paesi del mondo, e portò a rivedere dalle fondamenta l’emarginazione dei laici dalla vita ecclesiale.

 

Rileggendo a fondo la Scrittura e i Padri, il Vaticano II recuperò la fondamentale ‘ecclesialità’ di tutti i battezzati: la Chiesa non si identifica con la gerarchia bensì con l’insieme di coloro che hanno ricevuto il battesimo. A questo allargamento ecclesiologico hanno contribuito diverse ‘riscoperte’ messe in atto dall’ultimo Concilio: il sacerdozio comune, la missione come realtà fondata sul battesimo, la teologia dei carismi, l’idea che esiste una ‘infallibilità’ globale del popolo di Dio, fondata sul sensus fidelium, all’interno della quale si pone l’infallibilità dei pastori; e infine il desiderio, già presente specialmente in Pio XI, di valorizzare il laicato come risorsa della Chiesa nei confronti della società.

Il recupero di tutte queste dimensioni è stato reso possibile dalla scelta dell’idea di popolo di Dio come categoria fondamentale per indicare la natura della Chiesa – non solo quindi come metafora, alla maniera delle idee di Corpo, Sposa, Vigna, Gregge, ecc. – rappresenta un progresso mai abbastanza sottolineato. La categoria di 'popolo di Dio' mette in evidenza ciò che unisce tutti i membri della Chiesa, prima che le loro distinzioni, ed evita così l’identificazione tra Chiesa e gerarchia; mostra il carattere 'pellegrinante' della Chiesa, il suo essere-in-cammino verso la pienezza, ed evita quindi l’identificazione tra Chiesa e Regno. E stata dunque l’adozione di questa basilare categoria biblica a favorire più di tutto il recupero del sacerdozio comune (cf. specialmente LG 10-13), del sensus fidelium e dei carismi (cf. specialmente LG 12) e, di riflesso, il riconoscimento pienamente ecclesiale dei laici. Essi sono quindi considerati dal Vaticano II ‘attori’ della missione, non semplici destinatari e neppure solo ‘partecipi’ dell’apostolato gerarchico.

La natura missionaria dell’intero popolo di Dio, chiamato, radunato e inviato dalla Trinità (cf. LG 2-4 e AG 2-4), è forse il dato più importante – più ancora della ‘comunione’ – dell’ecclesiologia conciliare. L’affermazione “la Chiesa peregrinante per sua natura è missionaria” (AG 2) è probabilmente il perno della visione che il Vaticano II offre della Chiesa. Di qui deriva la sottolineatura continua dell’unica missione che tutto il popolo di Dio porta avanti: “c'è nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione” (AA 2); “la vocazione cristiana (…) è per sua natura anche vocazione all’apostolato” (ancora AA 2); “non vi è nessun membro che non abbia parte alla missione di tutto il corpo” (PO 2); fino all’esplicita applicazione ai laici: “l’apostolato dei laici è la partecipazione alla stessa salvifica misisone della Chiesa, e a questo apostolato sono tutti deputati dal Signore stesso per  mezzo del battesimo e della confermazione” (LG 33);

 In sintesi dunque il Vaticano II ha presentato la “missione” come realtà radicata nella Trinità ed essenziale alla Chiesa e come realtà propria della Chiesa tutta intera. La riscoperta della missione come realtà trinitaria, essenziale e propria di tutti i battezzati, si riflette nel post-Concilio in una consapevolezza pastorale sempre più ampia che la vita e l'attività di ogni cristiano - e quindi anche del laico - è parte della missione salvifica di tutta la Chiesa verso il mondo. Il laico, dunque, che immette la carità evangelica nelle strutture temporali compie un'attività 'sacra' o - con linguaggio più adeguato - partecipa alla missione salvifica di tutta la Chiesa.

Il guadagno fondamentale che la dottrina conciliare sui laici consegna alla Chiesa è la loro piena legittimazione come collaboratori della gerarchia nell’unica missione ecclesiale. Stando ai testi conciliari:

- a titolo di “cristiani”: in quanto tali, partecipano della missione di tutti i battezzati nella Chiesa e nel mondo; nella Chiesa, attraverso l’esercizio del sacerdozio comune nella liturgia, nell’annuncio della parola di Dio e nella vita di carità; nell’ambito ecclesiale i laici possono anche “essere chiamati in diversi modi a collaborare più direttamente con l’apostolato della gerarchia” ed “essere assunti dalla gerarchia per esercitare, per un fine spirituale, alcune funzioni ecclesiastiche” (LG 33) e possono svolgere ministeri di supplenza (cf. LG 35: su questi testi si innesterà poi il lancio dei “ministeri laicali” nel 1972); nel mondo, i laici partecipano della ‘secolarità’ di tutta la Chiesa, cioè dell’estroversione che essa vive per natura, esistendo “per” il mondo, “per” la missione: come cristiani, quindi, i laici assumono a pieno titolo la “missione salvifica” della Chiesa nella società;

- a titolo di “laici”: in quanto cristiani a più diretto contatto con il mondo, i laici hanno un’indole secolare che li contraddistingue rispetto agli altri. Sebbene il Concilio non riservi ai laici l’indole secolare – potendo anche i chierici e i religiosi, almeno in determinate circostanze, vivere pienamente la ‘secolarità’ - individua comunque nell’animazione delle realtà temporali l’accentuazione propria della vocazione laicale rispetto alle altre.

 

Dall’inizio degli anni settanta, però, è possibile cogliere i sintomi di una ulteriore evoluzione nella teologia del laicato, sulle onde comunque del rinnovamento conciliare: non si parla più solo di laici ‘collaboratori’ della gerarchia, ma si comicnia ad usare l’aggettivo ‘corresponsabili’. E’ tipico il titolo della pubblicazione degli Atti dell’assemblea episcopale francese di Lourdes 1973: “ Tutti responsabili nella Chiesa? Il ministero presbiterale in una Chiesa tutt'intera 'ministeriale'. Come si evince da sottotitolo, allora la corresponsabilità veniva interpretata come co-ministerialità: questo linguaggio avrà un’applicazione, come vedremo, anche a proposito dell’AC.

In una versione meno legata alla teologia dei ministeri e più alla teologia del laicato, ritroviamo la categoria di ‘corresponsabilità’ nell’Esortazione Christifideles Laici. Già alcuni anni prima, nell’Instrumentum laboris preparato per il Sinodo 1987, si leggeva che dopo il Vaticano II “molti fedeli laici hanno preso coscienza della peculiare responsabilità ecclesiale che hanno verso il mondo”, il cui venir meno “significherebbe sminuire la possibilità missionaria della Chiesa stessa” (n. 13). L’Esortazione di Giovanni Paolo II è ancora più esplicita: “in forza della comune dignità battesimale il fedele laico è corresponsabile, insieme con i ministri ordinati e con i religiosi e le religiose, della missione della Chiesa” (n. 15). E il sottotitolo della parte III del documento (nn. 32-44) è: “la corresponsabilità dei fedeli laici nella chiesa-missione”. Nel primo paragrafo di questa parte il Papa afferma che: “nel contesto della missione della Chiesa il Signore affida ai fedeli laici, in comunione con tutti gli altri membri del popolo di Dio, una grande parte di responsabilità” (n. 32).

Il paradigma impostato dal Vaticano II sta quindi assumendo non solo il modello della collaborazione, ma anche quello della corresponsabilità dei laici nella missione ecclesiale; e ciò non semplicemente in un senso tipicamente intra-ecclesiale, come sembrava suggerito dall’uso di questa categoria nella teologia dei ministeri, bensì anche in quello che un tempo era considerato campo extra-ecclesiale, cioè l’animazione delle realtà storico-temporali, e che ora invece viene considerato come campo proprio della missione di tutta la Chiesa.

 

Per l’importanza che riveste nella teologia del laicato, vale la pena di spendere qualche altra parola sull’Esortazione Christifideles Laici. Essa infatti opera due importanti sosttolineature, che sono in definitiva le stesse del Concilio, ma espresse in maniera più articolata e tenuto conto delle discussioni anche aspre del dopo-Concilio: il fedele laico è prima di tutto un cristiano, e poi un cristiano che sottolinea peculiarmente l’indole secolare della Chiesa.

 In primo luogo, quindi, Giovanni Paolo II riporta la collocazione del laico entro quella del “cristiano. Scrive al n. 10: “per descrivere la figura del fedele laico prendiamo ora in esplicita e più diretta considerazione, tra gli altri, questi tre fondamentali aspetti: il battesimo ci rigenera alla vita dei figli di Dio, ci unisce a Gesù Cristo e al suo Corpo che è la Chiesa, ci unge nello Spirito Santo costituendoci templi spirituali” (temi svolti ai nn. 11-13). Il documento si mostra cauto nei confronti di una sottolineatura della dimensione ‘ecclesiale’ dell’impegno laicale, preferendo (come vedremo subito) insistere sulla missione nel mondo. Questa cautela si esprime già all’inizio, quando Il Papa, in linea con il Magistero espresso da Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi n. 70, afferma che esiste tra le tentazioni quella di “riservare un interesse così forte ai servizi e ai compiti ecclesiali, da giungere spesso a un pratico disimpegno nelle loro specifiche responsabilità nel mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico” (n. 2). E poi successivamente, dove prende posizione verso un uso troppo generalizzato della categoria di “ministero”, ricordando che nell’assemblea sinodale non sono mancati “giudizi critici circa l’uso troppo indiscriminato del termine ‘ministero’ (…), la tendenza alla ‘clericalizzazione’ dei fedeli laici e il rischio di creare di fatto una struttura ecclesiale di servizio parallela a quella fondata sul sacramento dell’Ordine” (n. 23).

In secondo luogo – e soprattutto – il Papa riprende dal Concilio il tema dell'indole secolare come specificità del laico, e prende anche posizione circa la disputata questione se si tratti di una connotazione solamente sociologica o veramente teologica: e si decide per la seconda ipotesi. Il documento rilancia spesso il discorso dell’indole secolare del laico, alla quale è dedicato l’intero paragrafo 15, uno dei più rilevanti del testo e continuamente richiama i passi nei quali il Vaticano II aveva menzionato tale indole secolare; per concludere che “certamente tutti i membri della Chiesa sono partecipi della sua dimensione secolare; ma lo sono in forme diverse. In particolare la partecipazione dei fedeli laici ha una sua modalità di attuazione e di funzione che, secondo il Concilio, è loro ‘propria e peculiare’: tale modalità viene designata con l’espressione ‘indole secolare’”. Ancora “il ‘mondo’ diventa così l’ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici, perché esso è destinato a glorificare Dio Padre in Cristo”. Ed è qui che prende posizione a favore dell’indole propriamente teologica della categoria di laico: “l’essere e l’agire nel mondo sono per i fedeli laici una realtà non solo antropologica e sociologica, ma anche e specificamente teologica ed ecclesiale”; cita poi, facendola sua, la proposizione 4 che affermava: “l’indole secolare del fedele laico non è quindi da definirsi soltanto in senso sociologico, ma soprattutto in senso teologico. La caratteristica secolare va intesa alla luce dell’atto creativo e redentivo di Dio, che ha affidato il mondo agli uomini e alle donne, perché essi partecipino all’opera della creazione, liberino la creazione stessa dall’influsso del peccato e santifichino se stessi nel matrimonio o nella vita celibe, nella famiglia, nella professione e nelle varie attività sociali”.

 

Dall'inizio degli anni novanta ad oggi il clima si è nuovamente assopito, e all'inizio del terzo millennio non si può certo dire che la riflessione teologica sui laici sia in fermento. Spetterà ai pastoralisti dire se questo rilassamento teoretico è indice di una sostanziale recezione pratica di contenuti teologici abbastanza assodati o, al contrario, di un certo scetticismo nei confronti della vocazione e azione dei laici. Certo, in questa clima l’AC può svolgere una funzione analoga a quella che ebbe un secolo fa, quando anticipò e stimolò la riflessione di tutta la Chiesa sulla vocazione e missione dei laici.

 

2. Le ‘FONTI’ del pensiero di Giovanni Paolo II sull’AC

 

La ricchezza del magistero di Giovanni Paolo II sull’AC non si lascia facilmente schematizzare: vanno inevitabilmente perdute sfumature ed accentuazioni che renderebbero più completa ed articolata la riflessione. Nel tentativo comunque di cogliere la struttura portante di tale magistero, dapprima ne indichiamo le ‘fonti’ prossime, poi percorriamo alcuni nuclei tematici nei quali, a nostro parere, si concentra la particolarità dell’AC nel pensiero del papa.

Gli interventi del papa attuale sull’AC sono numerosi: il volume pubblicato dall’AVE nel 2003, “So che voi ci siete”, a cura di S. TANZARELLA, ne raccoglie 70 in oltre 300 pagine. Per facilitare i riscontri, nel corso della riflessione citeremo dall’utile numerazione a margine di questo volume (mettendo tra parentesi la sigla AVE seguita dai nn. di riferimento).

 

Quando Giovanni Paolo II parla dell’AC o all’AC, si riallaccia costantemente a due ‘fonti’, che gli offrono le linee portanti della riflessione: il Concilio Vaticano II e il papa Paolo VI.

 

Del Vaticano II, Giovanni Paolo II menziona, a parte i grandi testi del IV capitolo della Lumen Gentium sul laicato in generale, il n. 20 di Apostolicam Actuositatem (cf. AVE 87, 321, 336, 412; 671-72, 697), nel quale come è noto i padri conciliari vollero sintetizzare le note fondamentali e comuni di tutte quelle associazioni che, in vari paesi del mondo, sono denominate, appunto, ‘Azione Cattolica’: in questo testo, per Giovanni Paolo II, delinea bene l’identità e i lineamenti essenziali dell’AC (cf. AVE 321.372), costituendo “un testo fondamentale al quale i soci di AC devono fare costante riferimento nello svolgimento della loro attività apostolica” (AVE 412). Il papa lo riprende alla lettera, ricordando che l’AC ha come fine l’evangelizzazione e la santificazione del prossimo, la formazione cristiana delle coscienze, l’influsso sul costume, l’animazione religiosa della società; quest’opera, conclude il papa riferendosi nuovamente al testo conciliare, avviene “sotto la superiore direzione della Gerarchia medesima, la quale può sancire tale cooperazione anche per mezzo di un mandato esplicito” (cf. AVE 672). Dal Concilio, poi, il Papa riprende volentieri l’altro famoso passaggio specifico sull’AC: Ad Gentes 15, che la annovera tra i ‘ vari ministeri’, suscitati da una chiamata divina, che sono ‘necessari’ per ‘l’impiantazione della Chiesa e lo sviluppo della comunità cristiana’ (cf. AVE 682, 697, 775).

 

Al grande papa Paolo VI (come lo definisce, cf. AVE 7), Giovanni Paolo II si richiama più volte nel suo magistero sull’AC. Papa Montini infatti, come tutti sappiamo, oltre che avere svolto in giovinezza il delicato incarico di assistente nazionale della FUCI (mirabili restano i suoi discorsi ai ‘fucini’), da vescovo di Milano e poi da sommo pontefice seguì passo dopo passo l’evolversi dell’AC, la volle sempre fedele al suo carisma laicale ed ecclesiale, le indicò le piste più adeguate per rinnovarsi, senza snaturarsi, alla luce del Concilio. Giovanni Paolo II, quindi, si muove su un terreno sicuro quando, almeno sedici volte nel rivolgersi all’AC, cita Paolo VI (cf. AVE 7, 11, 13, 49, 65, 92, 110, 136, 160, 164, 196, 321, 327, 526, 598, 732). Ne deriva un ‘magistero nel magistero’, perché i riferimenti ai discorsi all’AC di papa Montini che si trovano nei discorsi del papa attuale, costituiscono una sorta di fil rouge, la cui ricchezza e attualità è evidente. Emergono infatti nel magistero di Paolo VI i tratti essenziali che, sulle piste del Concilio, Giovanni Paolo II rilancerà all’AC. Come poi Giovanni Paolo II, già Paolo VI prese posizione sia sul versante ‘intraecclesiale’ che su quello ‘extraecclesiale’ dell’AC. Sul primo versante, ne interpretò la ministerialità e la stretta relazione con la gerarchia; sul secondo, indicò il senso autentico dell’amore per il mondo e gli orizzonti dell’impegno nella società. Vale la pena di riascoltare quei passaggi, profondamente intrecciati al clima e alle problematiche degli anni settanta, che tuttavia Giovanni Paolo II, nel richiamarli, indica tuttora validi.

- Paolo VI offrì una famosa interpretazione del passaggio menzionato di Ad Gentes 15, affermò che “l’AC è chiamata a realizzare una singolare forma di ministerialità laicale, volta alla plantatio Ecclesiae e allo sviluppo della comunità cristiana in stretta unione con i ministeri ordinati” (discorso all’Assemblea nazionale, del 25 aprile 1977: cf. AVE, 327)

- Commentando un’altra nota peculiare dell’AC, lo stretto rapporto con la gerarchia, Paolo VI invita a superare le paure e i sospetti: si avverte dietro le sue parole il clima di contestazione e dissenso che percorse anche parte del laicato cattolico a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, e fu merito anche di papa Montini se tale clima non entrò sostanzialmente anche nell’AC : “Non temete – egli diceva – per l’efficienza della vostra attività, del vostro apostolato, quasi che il suddetto peculiare rapporto con la Gerarchia abbia a intralciare i movimenti dell’azione, a cui siete chiamati. È chiaro, infatti, che il laicato cattolico assumerà un’efficienza tanto maggiore e tanto più libera e responsabile nella comunità ecclesiale, quanto più aderente e qualificato sarà il rapporto che lo unisce alla Gerarchia, un rapporto cioè di leale collaborazione. La quale, a un certo momento, quando la vostra azione apostolica deve svolgersi al di fuori del recinto ecclesiale, nel mondo, diventerà incarico, diventerà fiducia e autoresponsabilità” (discorso all’Assemblea nazionale, del 1970: cf. AVE, 598).

- Paolo VI, poi, delinea i tratti dell’autentico ‘amore per il mondo’ al quale l’AC è chiamata: “L’AC deve riscoprire la passione per l’annuncio del Vangelo, unica salvezza in un mondo altrimenti disperato. Certo, l’AC ama il mondo, ma di un amore che trae ispirazione dall’esempio di Cristo. Il suo modo di servire il mondo e di promuovere i valori dell’uomo è primariamente quello di evangelizzare, in logica coerenza con la convinzione che nell’Evangelo è racchiusa la potenza più sconvolgente, capace di fare veramente nuove tutte le cose”.  (Paolo VI, discorso ai partecipanti all’Assemblea nazionale, 25 aprile 1977: cf. AVE 7).

- L’impegno nei grandi settori della vita sociale, culturale, politica ed economica, infine, è indicato da papa Montini come orizzonte dell’impegno laicale dell’AC: “La Chiesa vi chiede di assumere le vostre responsabilità nel mondo contemporaneo conservando la vostra identità, ma essendo intimamente presenti alla vita sociale, culturale, politica e economica dei connazionali, senza tuttavia dimenticare la dimensione universale delle varie realtà e la comunità internazionale dei popoli” (Paolo VI, discorso all’AC dell’11 gennaio 1975: cf. AVE 49).

 

3. Nuclei tematici della riflessione di Giovanni Paolo II sulla peculiarità dell’AC

 

Le idee fondamentali del papa attuale sul carattere proprio e specifico dell’AC si lasciano raccogliere attorno a quattro grandi temi: eredità feconda della storia, primato della formazione come anima della missione, stretto rapporto con la gerarchia, diocesanità. E’ evidente che tutti questi nuclei toccano, in diversa misura, anche le altre aggregazioni ecclesiali (associazioni, gruppi, movimenti, cammini), anzi – potremmo dire – riguardano tutti i cattolici in quanto tali. Ma, all’interno di essi, Giovanni Paolo II coglie un aspetto ‘specifico’ dell’AC.

Dal linguaggio di questo papa emerge sempre molto chiaramente il passaggio da un discorso generale sulla Chiesa o sui laici ad uno particolare sull’AC: a volte parla della peculiarità dell’AC (cf. AVE 341, 497, 598, 509, 626, 710), altre volte della sua specificità (cf. AVE 60, 108, 241, 320, 329, 387, 390, 397, 412, 626, 627, 793, 817) o particolarità (cf. AVE 8, 69, 477, 502, 509, 597, 671, 688, 690, 774) o singolarità (90, 243, 327, 554, 597, 613, 617, 627, 682, 862). Consideriamo ora, quindi, i contenuti che Giovanni Paolo II dà all’indole propria dell’AC.

 

3.1. Eredità feconda della storia.

Il papa attuale si è mostrato costantemente interessato alle ‘radici’ di ogni popolo, cultura, nazione, continente, religione. Per lui l’origine e la storia restano come paradigma costante e punto di riferimento per ogni autentico ‘rinnovamento’. La storia dell’AC, perciò, viene particolarmente apprezzata e richiamata nei suoi interventi, anche perché in un certo senso ‘pionieristica’ della riscoperta dei laici nella Chiesa contemporanea. Tale storia è quindi il primo motivo della peculiarità dell’AC nella Chiesa.

I riferimenti alla storia dell’AC sono quindi numerosi (cf. AVE, 66, 175, 197, 387, 457, 603, 671, 794), insieme alla menzione di laici di AC che ne costituiscono i modelli, come Mario Fani e Giovanni Acquaderni (cf. AVE, 767), Piergiorgio Frassati (AVE 202, 556, 726, 728, 732, 818, 869), Armida Barelli (cf. AVE 267), Alberto Marvelli (cf. AVE 818, 876), Gianna Beretta Molla (AVE 869) ed altri, come Vittorio Bachelet, Alcide de Gasperi e Aldo Moro (cf. AVE, 726: discorso alla FUCI). Un paio di passaggi meritano di essere riportati, in quanto riassumono il pensiero del Papa sulla storia dell’AC.

Il 12 gennaio 1980, racchiudendo in poche frasi la sua ammirazione per la storia centenaria dell’AC, affermava: “In questi oltre cento anni di storia, quanti esempi mirabili di impegno apostolico, di profonda vita spirituale; quanti sacrifici, quanti eroismi sono stati compiuti da uomini e donne, giovani, ragazzi e ragazze, bambini e bambine seriamente consapevoli che la loro adesione all’AC significava una personale, vitale e dinamica partecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa” (AVE, 46).

Guardare alla storia è, per Giovanni Paolo II, guardare al futuro: “Duc in altum, AC! Abbi il coraggio del futuro. La tua storia, segnata dall'esempio luminoso di Santi e Beati, brilli anche oggi per fedeltà alla Chiesa e alle esigenze del nostro tempo, con quella libertà tipica di chi si lascia guidare dal soffio dello Spirito e tende con forza ai grandi ideali (26 aprile 2002).

 

3.2. Primato della formazione come anima della missione

Un’altra particolarità dell’AC consiste, per il papa attuale, nel primato che essa riserva alla formazione dell’uomo e del cristiano (cf. AVE 6-8, 51, 89, 334-35, 394, 419, 512, 600, 609-10, 612, 624, 672, 682-683, 689, 701, 710, 732, 777, 790, 810, 835, 853, 856, 858). Caratteristica molto legata alla precedente, se è vero che “la formazione permanente e integrale dei propri aderenti e soprattutto dei responsabili è sempre stata la preoccupazione principale della vostra Associazione” (12 novembre 1992; AVE 610). Dalla formazione ed educazione, rileva il pontefice, dipende la fecondità dell’Associazione e la sua capacità di entrare nella storia. Alcuni tra i più importanti passaggi.

Giovanni Paolo II evidenzia, già all’inizio del suo pontificato, la capacità dell’AC di formare cristiani di ogni età e condizione: “da più di cento anni l’AC vive e lavora in questa diletta Nazione, nella quale la sua presenza si è rivelata valida fonte di formazione per tanti fedeli di ogni età e di ogni categoria, dai fanciulli agli adulti, dagli studenti ai lavoratori, dai maestri ai laureati; vivaio di vocazioni per la vita sacerdotale e religiosa; scuola di apostolato concreto e diretto nei vari luoghi di impegno e di lavoro. Quanti Vescovi e quanti sacerdoti provengono dalle fila dell’AC! Quante vocazioni religiose sono sgorgate dal seno dell’AC! E quanti papà e mamme sono stati, e sono tuttora, veri educatori e formatori della coscienza dei loro figli, grazie alla formazione ricevuta negli incontri di “Associazione”, e grazie all’apostolato esercitato con amore e con entusiasmo nella propria parrocchia e nella propria diocesi! (30 dicembre 1978; AVE, 6). Ancora, molti anni dopo: “l’AC è scuola di formazione permanente, perché abbraccia tutte le età e condizioni di vita; è palestra di educazione integrale umana, culturale e pastorale per il suo fine stesso, che è il fine globale apostolico della Chiesa. Ponete al centro di ogni vostro progetto formativo il primato della vita spirituale, come lo esige la risposta che tutti, come battezzati, dobbiamo dare alla fondamentale chiamata alla santità. (24 aprile 1992; AVE 600).

 ‘Formazione’ però non ‘ sinonimo di ‘introversione’; l’educazione cristiana, se è davvero tale, non porta a ripiegarsi su se stessi, ma comprende il dono di sé, lo sostiene e lo motiva. Per questo, ricorda il Papa, la “dimensione formativa sarebbe evidentemente intesa in modo ristretto ed errato se venisse isolata da quell’attività, di ‘azione’ appunto, come dice il nome stesso della vostra associazione, o peggio se le venisse assurdamente contrapposta. Al contrario, come la formazione è la radice della missionarietà, così la medesima formazione deve essere intrinsecamente missionaria, orientata all’azione apostolica. Da ciò deriva anche l’ampiezza del suo respiro. Un’autentica formazione di laici di AC deve abbracciare, accanto alle tematiche spirituali e teologali, la dottrina sociale della Chiesa e tutto ciò che rende idonei a immettere la forza redentrice del Vangelo all’interno delle realtà temporali” (25 aprile 1986; AVE 335). Giovanni Paolo II, specialmente nelle sue grandi encicliche sociali, ha reimesso la ‘dottrina sociale della Chiesa’ dentro il compito di evangelizzare; l’annuncio del Vangelo non è completo se non comprende questo capitolo; rimane intimistico e interioristico se non assume anche le determinazioni concrete che strutturano tale dottrina: la dignità della persona umana, la solidarietà, la sussidiarietà. Il Papa quindi supera il dibattito, tipico degli anni settanta, tra chi affermava la ‘scelta religiosa’ dell’AC e chi la riteneva superata: la ‘scelta religiosa’ per Giovanni Paolo II comprende intrinsecamente l’impegno sociale; in caso contrario non è neppure vera scelta ‘religiosa’. Per questo egli richiama più volte all’AC quegli aspetti che riguardano la missione di tutta la Chiesa: annuncio del Vangelo, costruzione della civiltà dell’amore, impegno per la giustizia, la pace e la dignità della persona. L’AC non ha di peculiare l’azione in questi settori – azione che condivide con tutte le altre aggregazioni ecclesiali – ma piuttosto la presenza in essi a partire dalla formazione: essa vi porta quindi una nota di profondità e quotidianità, come in poche frasi efficaci afferma il Papa: “Siete chiamati a favorire con il vostro quotidiano intervento un sempre più fecondo incontro tra Vangelo e culture” (8 dicembre 1998; AVE 788).

Facendo eco al documento programmatico della CEI per il primo decennio del terzo millennio, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 61, il Papa raccomanda l’8 dicembre 2001: “sappiate seguire fedelmente le indicazioni dei vostri Vescovi, che vedono nell'AC un'esemplarità formativa valida per tutte le Comunità ecclesiali d'Italia (AVE 810). L’AC ha quindi il delicato incarico di farsi ‘modello’ di cammino formativo anche per gli altri cristiani; la cura che essa pone nell’educare i suoi aderenti alla fede è punto di riferimento e di paragone per la formazione di tutti i battezzati.

 

3.3. Stretto rapporto con la gerarchia.

Nella stretta relazione con il papa e i vescovi, Giovanni Paolo II vede un’altra nota specifica dell’AC (cf. AVE 8, 52, 69, 91, 159, 160, 243, 245, 327, 328, 371, 387, 390, 394, 412, 478, 496, 509-10, 513, 598, 671-72, 724, 774). Tutte le aggregazioni laicali cattoliche, ovviamente, sono chiamate a questa relazione di ‘comunione gerarchica’; l’AC però lo è costitutivamente e strettamente, al punto che riceve un ‘mandato’ da parte della gerarchia.

Già nel discorso all’AC del 30 dicembre 1978, Giovanni Paolo II metteva in evidenza questa peculiarità, indicandola addirittura come ‘la sua caratteristica essenziale’: ”Io confido in voi, perché l’AC, per sua intima natura, ha particolari rapporti col Papa e quindi con i Vescovi e con i Sacerdoti: questa è la sua caratteristica essenziale. Ogni gruppo “ecclesiale” è un modo e un mezzo per vivere più intensamente il Battesimo e la Cresima; ma l’AC deve farlo in modo tutto speciale, perché essa si pone quale aiuto diretto della Gerarchia, partecipando alle sue ansie apostoliche” (AVE, 8). E in un altro discorso: “è questa la caratteristica che vi deve contraddistinguere, ma essa è anche la sorgente e il segreto della fecondità della vostra opera per l’edificazione della comunità ecclesiale (27 settembre 1980; AVE 91). Allo stretto legame con la gerarchia, il Papa attribuisce importanza anche apostolica: pur nelle varie orme prese nei diversi paesi e le mutazioni che si sono succedute nel tempo, l’AC è contraddistinta dal più stretto legame mantenuto con la gerarchia: non ultima ragione degli abbondantissimi frutti prodotti nella Chiesa e nel mondo nei molti anni della sua storia” (23 marzo 1994; AVE 671).

Il fondamento ecclesiologico di questa peculiarità viene opportunamente ravvisato dal Papa nel testo di LG 33 –da lui citato sei volte in questo contesto – che prevedeva, nel capitolo IV dedicato ai laici, la possibilità che alcune associazioni fossero chiamate “a collaborare più immediatamente con l’apostolato della gerarchia”; i padri conciliari pensavano primariamente all’AC, senza escludere ovviamente altre aggregazioni che in futuro potessero usufruire della stessa relazione con i Pastori. I laici, quindi, hanno il diritto di aggregarsi, ma sono il Papa e i vescovi a definire la qualità della loro relazione con la gerarchia ecclesiale; tale relazioni, infatti, che è uno dei criteri di ecclesialità, può realizzarsi a livelli differenti. L’AC rappresenta per ora il livello più alto.

Segno di questa maggiore ‘rappresentatività’ è il ‘mandato’, della cui possibilità parlava già AA 20, che Giovanni Paolo II ricorda più volte nei suoi interventi (cf. AVE 90, 243, 412, 672): proprio per sottolineare la stretta comunione gerarchica che connota l’AC, il Papa e i vescovi la ‘incaricano’ di svolgere il suo apostolato, consegnandole in tal modo una grande responsabilità e un alto grado di rappresentatività. Questo sembra il senso dell’interpretazione, molto impegnativa, che del ‘mandato’ ha offerto Giovanni Paolo II nel discorso del 27 settembre 1980: “ Desidero (…) ricordarvi che, voi dell’AC, avete una ‘vocazione’ speciale alla collaborazione diretta con i pastori della Chiesa. L’AC, infatti, è chiamata a realizzare una singolare forma di ministerialità laicale, volta alla plantatio Ecclesiae e allo sviluppo della comunità cristiana in stretta unione con i ministeri ordinati. Questa è la ragione per cui i laici di AC agiscono sotto la superiore direzione della gerarchia, la quale sancisce tale collaborazione anche per mezzo di un ‘mandato’ esplicito” (AVE 90).

Al Papa non interessa molto contestare la tesi della ‘clericalizzazione’ dei laici di AC, a cui sembrerebbe prestare il fianco la prassi del ‘mandato’, almeno quando è intesa malamente come ‘longa manus’ della gerarchia. Egli, anzi, ritiene che la concezione sottesa al ‘mandato’ sia un aiuto per evitare quelle cadute nella logica della contestazione che hanno caratterizzato altri settori della vita ecclesiale negli anni settanta. Afferma infatti molto esplicitamente, in un passaggio riassuntivo del suo pensiero circa il rapporto con la gerarchia e il ‘mandato’: “Le organizzazioni conosciute sotto il nome di AC (ma anche sotto altri nomi e di tipo simile) hanno come fine l’evangelizzazione e la santificazione del prossimo, la formazione cristiana delle coscienze, l’influsso sul costume, l’animazione religiosa della società. I laici ne assumono la responsabilità in comunione con il Vescovo e i Sacerdoti. Essi agiscono “sotto la superiore direzione della Gerarchia medesima, la quale può sancire tale cooperazione anche per mezzo di un mandato esplicito” (AA 20). Dalla misura della loro fedeltà alla Gerarchia e della loro concordia ecclesiale dipende e dipenderà sempre il loro grado di capacità edificativa del Corpo di Cristo, mentre l’esperienza dimostra che, se a base della propria azione si mette il dissenso e si segue quasi programmaticamente un atteggiamento conflittuale, non solo non si edifica la Chiesa, ma si innesca un processo autodistruttivo che vanifica il lavoro e generalmente conduce al proprio dissolvimento” (23 marzo 1994; AVE 672).

 

3.4. Diocesanità.

A proposito di questa quarta nota peculiare – in parte declinazione e in parte ampliamento della precedente – si nota chiaramente un ‘crescendo’ nel magistero di Giovanni Paolo II. Pur non mancando mai di sottolineare il rapporto dell’AC con il vescovo diocesano e l’intera Chiesa locale, questo richiamo si intensifica nel tempo, fino a raggiungere in culmine in occasione del messaggio all’ultima assemblea dell’autunno 2003.

Nei discorsi dei primi anni, dunque il Papa menziona la caratteristica del legame alla diocesi che contraddistingue gli appartenenti all’AC (cf. AVE 6) e ricorda, riferendosi allo Statuto del 1969, che parlava di “servizio alla Chiesa locale”, cioè alle diocesi e alle parrocchie (cf. AVE 92), che l’ecclesialità dell’AC “si traduce in impegno di associazione, che diventa scuola di apostoli e di discepoli, che vivono per la Chiesa locale in cui si trovano, a servizio della sua vita e del suo progetto pastorale” (9 dicembre 1983; AVE 239). Nel corso degli anni il Papa riprende con accentuazioni diverse lo stesso concetto (cf. AVE 319, 390-91-92, 239, 244, 509, 627, 680).

Un accento in parte nuovo si riscontra nel discorso del 5 settembre 1998, in cui Giovanni Paolo II parla dell’associarsi in AC, riconosciuto “dal Magistero come una forma di ministerialità per la Chiesa locale al fine di servirla nella diocesi e nella parrocchia, come anche nei luoghi e nelle situazioni in cui le persone vivono la propria esperienza umana (AVE 770). La ‘singolare’ forma di ministerialità che il Concilio e Paolo VI ravvisavano nell’AC, viene dunque attualizzato da Giovanni Paolo II in relazione alla Chiesa locale; viene, in altre parole, declinata in termini concreti, storici e geografici, nella diocesi di appartenenza.

Un terzo accento, dopo quelli del servizio e della ministerialità, è stato recentemente assunto dal Papa rilanciando l’idea della dedicazione. Il Consiglio permanente della CEI aveva indirizzato, il 12 marzo 2002, una Lettera alla Presidenza Nazionale dell’AC, nella quale si incontrava un passaggio particolarmente espressivo della diocesanità dell’associazione: “il legame diretto e organico dell'AC con la diocesi e con il suo Vescovo, l'assunzione della missione della Chiesa, il sentirsi ‘dedicati’ alla propria Chiesa e alla globalità della sua missione; il far propri il cammino, le scelte pastorali, la spiritualità della Chiesa diocesana, tutto questo fa dell'AC non un'aggregazione ecclesiale tra le altre, ma un dono di Dio e una risorsa per l'incremento della comunione ecclesiale”. La Presidenza della CEI focalizza così le particolarità dell’AC attorno alla sua ‘diocesanità’, fino a suggerire un’analogia tra i presbiteri diocesani e i laici di AC, proprio sul motivo della ‘dedicazione’ alla Chiesa locale. L’AC, si potrebbe dire, è connotata – rispetto alle altre aggregazioni ecclesiali – proprio dalla sua ‘diocesanità’; i laici di AC sono i ‘laici diocesani’, nel senso che assumono in toto la spiritualità e pastorale diocesana come perno attorno al quale ruota la loro vocazione e missione nella Chiesa.

Riprendendo alla lettera le parole della Presidenza CEI, il Papa aggiunse, il 16 aprile 2002: “La Chiesa ha bisogno dell'AC, perché ha bisogno di laici pronti a dedicare la loro esistenza all'apostolato e a stabilire, soprattutto con la Comunità diocesana, un legame che dia un'impronta profonda alla loro vita e al loro cammino spirituale. Ha bisogno di laici la cui esperienza manifesti, in maniera concreta e quotidiana, la grandezza e la gioia della vita cristiana” (AVE 839). E nel discorso del 19 febbraio 2003 la specificità dell’AC viene dal Papa concentrata proprio nel suo legame comunionale alla Chiesa locale: “Una spiritualità di comunione, vissuta con il Vescovo e con la Chiesa locale: ecco il contributo che l'ACI può dare alla comunità cristiana” (AVE 856).

La dedicazione alla propria Chiesa si gioca normalmente e quotidianamente nelle parrocchie. Da sempre il legame AC-parrocchia è strettissimo e caratterizzante l’Associazione (cf. AVE 855). E’ proprio negli interventi più recenti che Giovanni Paolo II insiste con maggiore forza su questo legame: “la Chiesa ha bisogno di voi, perché avete scelto il servizio alla Chiesa particolare e alla sua missione come orientamento del vostro impegno apostolico: perché avete fatto della parrocchia il luogo in cui giorno per giorno esprimere una dedizione fedele e appassionata” (12 settembre 2003: AVE 878). In tal modo il Papa indica nella dedizione quotidiana alla diocesi e alla parrocchia la nota maggiormente caratteristica dell’AC.

 

4. Conclusione: il ‘carisma’ dell’AC

 

Il Concilio Vaticano II, dopo secoli di ‘silenzio’ sui carismi (anche in reazione alla contrapposizione luterana tra carismi e istituzione), e di utilizzo del concetto solo in relazione agli ordini religiosi, aveva recuperato la dimensione carismatica di tutto il popolo di Dio e l’esistenza, in esso, dei doni di singoli e gruppi per l’edificazione comune (cf. LG 12). Dopo il Concilio, il tema dei carismi sembrava però nuovamente ‘requisito’ da pochi: alcuni giunsero a contrapporre la Chiesa ‘carismatica’ dei movimenti alla Chiesa ‘istituzionale’ delle diocesi, parrocchie e associazioni.

Giovanni Paolo II, che pure riconosce e valorizza i carismi dei movimenti, parla negli ultimi anni con decisione anche del ‘carisma’ dell’AC. Tutto quanto abbiamo detto circa le peculiarità dell’Associazione si riassume quindi nel concetto di ‘carisma’: la storia feconda dell’AC, il primato che essa assegna alla formazione come anima della missione, il suo stretto rapporto con la gerarchia e con la Chiesa locale: sono le componenti dell’inconfondibile carisma dell’AC. Il Papa quindi riconosce nell’Associazione un dono dello Spirito per i tempi odierni.

Il primo riconoscimento esplicito in tal senso è del 24 aprile 1992, quando si rivolge ai delegati dell’VIII assemblea nazionale con queste parole: “La vostra identità è quella di una singolare forma di apostolato laicale a servizio dell’intera comunità cristiana e per il bene della stessa società civile. Si tratta di una “vocazione speciale” affidatavi dal Signore, di un particolare “carisma” di diretta collaborazione con i Pastori, ‘sotto la spinta dello Spirito Santo, nella comunione coi Vescovi e coi Sacerdoti’” (AVE 597)

Pochi mesi dopo, in un due discorsi, riprende lo stesso motivo. Parlando agli Assistenti Ecclesiastici di AC, sostiene che l’assistente “è il servitore della comunione, il garante dell’unità associativa sul fondamento della più salda comunione col Papa e con i Pastori, che caratterizza il carisma dell’AC, e nell’apertura cordiale e fraterna a tutte le altre aggregazioni laicali nella Chiesa” (12 novembre 1992; AVE 614); e al MLAC ricorda che  esiste un “singolare rapporto di collaborazione con i Pastori che definisce il carisma specifico dell’AC e il suo stile missionario” (AVE 627).

Il 19 febbraio 2003 ritorna a menzionare il “carisma” dell’AC “di Associazione scelta e promossa dai Vescovi, mediante una collaborazione diretta e organica con il loro ministero per l'evangelizzazione del mondo attraverso la formazione e la santificazione del propri aderenti” (AVE 858)

Ma è nel messaggio del 12 settembre 2003 per l’Assemblea straordinaria di rinnovamento dello Statuto, che Giovanni Paolo II offre le puntualizzazioni più preziose in merito al carisma dell’AC: “La vostra lunga storia ha avuto origine da un carisma, e cioè da un particolare dono dello Spirito del Risorto, il quale non fa mai mancare alla sua Chiesa i talenti e le risorse di grazia di cui i fedeli hanno bisogno per servire la causa del Vangelo. Ripensate, carissimi, con umile fierezza e con intima gioia il carisma dell’AC!” (AVE 868); e, dopo avere ricordato alcune figure, continua: “Questo carisma hanno riconosciuto in voi i Pontefici e i Pastori che, nel corso dei decenni, hanno benedetto e sostenuto la vostra Associazione, fino ad accoglierla – come ha fatto la CEI – quale Associazione scelta in modo particolare e promossa dall’Autorità ecclesiastica, per essere più strettamente unita al suo ufficio apostolico” (AVE 869): ricorda poi le note caratterizzanti – missionarietà, diocesanità, unitarietà e laicità – declinandola sotto la voce ‘carisma’, e mostrando in tal modo la persuasione che l’AC è un grande dono dello Spirito del Risorto alla Chiesa del nostro tempo.