Discernimento: “esercizio alto di sinodalità”

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Il discernimento è un “esercizio alto di sinodalità”, fondato sui sacramenti dell’iniziazione cristiana. La sinodalità esprime il mistero della Chiesa come comunione, sia nella sua dimensione spirituale, sia sul piano dinamico dell’agire. “Chiesa e sinodo – afferma S. Giovanni Crisostomo – sono sinonimi”. Prescindendo da un esame delle fonti della nozione di sinodalità, da uno sguardo sulle sue realizzazioni storiche, dalle sue applicazioni ai diversi livelli della vita ecclesiale e dalla sua specificità rispetto ad altri concetti affini, come ad esempio la collegialità, occorre sottolineare che essa è venuta alla ribalta nella teologia cattolica dopo il rinnovamento operato dal Vaticano II.  E tuttavia, a più di 50 anni dal Concilio, non si è ancora sviluppato nella vita pastorale e nelle strutture ecclesiali quel livello di sinodalità che trova nel discernimento la sua più alta definizione e più concreta attuazione.

“Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!” (Gv 7,24). Questa esortazione che Gesù rivolge alla folla, raccolta nel tempio di Gerusalemme, viene ripresa e approfondita da Giovanni nella sua prima lettera: “Carissimi, non prestate fede a ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio” (1Gv 4,1). Anche San Paolo raccomanda: “Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1Ts 5,19-20). Che il discernimento sia una disciplina tanto necessaria quanto impegnativa lo si evince dal forte richiamo che Gesù muove ai farisei e ai sadducei: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? (Mt 16,3). Al verbo diakrìnein, impiegato da Matteo, che significa giudicare, Luca preferisce dokimàzein, che vuol dire discernere: “Come mai questo tempo non sapete valutarlo?” (Lc 12,56).

Il discernimento, cioè la capacità di “vedere distintamente”, non si improvvisa ma si apprende; esso dà concretezza a quanto più è proprio della sinodalità. Esistono due ambiti in cui si esercita: quello personale e quello pastorale. In senso stretto, il discernimento è un atto di intelligenza spirituale che consente di conoscere la volontà di Dio e di “operare ciò che a Lui è gradito” (cf. Eb 13,21). L’apostolo Paolo avverte che è necessario “rinnovare il modo di pensare per poter discernere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto” (cf. Rm 12,2). Il discernimento è un processo “aperto”, come un viaggio, il cui modello è quello compiuto da Abramo che, obbediente a Dio, “partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Il discernimento è un itinerario “sinodale”, poiché la comprensione della volontà di Dio passa sempre attraverso la “porta stretta” delle mediazioni umane. Considerato in tale prospettiva, il discernimento implica inevitabilmente il criterio della “gradualità”, che apre strade di avvicinamento progressivo alla meta.

Il discernimento non precede l’azione ecclesiale, ma è frutto del paziente cammino di verifica (verum facere) all’interno di un’autentica vita di comunione; è il momento conclusivo che possiede contemporaneamente una dimensione personale (soggettiva) e comunitaria (oggettiva), garantita da chi ha responsabilità di guida. L’esigente compito del discernimento, esprimendosi attraverso le diverse forme di sinodalità della vita ecclesiale, richiede l’inesauribile disponibilità alla conversione, a lasciare che lo sguardo, fisso su Gesù (cf. Eb 12,2), spinga mente e cuore a mettere le radici nel terreno fertile dell’umiltà, che tutto assorbe, impedendo alla zizzania dell’orgoglio di attecchire e di soffocare la maturazione di scelte concrete e condivise.

L’autorevolezza del discernimento comunitario e la grandezza di orizzonti con la quale matura il consiglio dipendono, dunque, dall’umile, silenzioso e attento ascolto della parola di Dio, svolto sotto la luce che viene dallo Spirito, pacificando e integrando, nella preghiera e nel combattimento spirituale, le tendenze ad affermare se stessi, la presunta superiorità dello sguardo che impedisce l’accesso alla sostanza della realtà, la pretesa di sapere già abbastanza e di imporre i propri schemi di comprensione, i propri parametri culturali, i propri retroterra ecclesiali. È un sano esercizio di umiltà decantare nell’amore per il popolo di Dio ogni prospettiva che non sappia superare, per così dire, la soglia dello specchio. Solo l’umiltà e la libertà del cuore donano la capacità di pensare in grande, di guardare alto e lontano, aprendosi al dialogo.

Il discernimento è, dunque, un “esercizio ad alta intensità sinodale”, che punta ad accogliere “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7). È un sentire profondo che, oltre ad avvertire tensioni e malumori, coglie la direzione da seguire, scorge l’affacciarsi dello Spirito sul corso degli avvenimenti quotidiani. È un procedere insieme, affrontando terreni impervi, confronti scomodi, percorsi di svuotamento del desiderio di “contare”, di soddisfare la fame di consenso che è sete di potere. Si tratta di un’esperienza ascetica, che non rinuncia ad attraversare i conflitti, che “non possono essere ignorati o dissimulati”. L’unità prevale sul conflitto, spazio ove alberga il maligno, a cui danno occasione persino i discepoli di Gesù, bramosi di occupare i primi posti e di prenotare quelli del Regno dei cieli (cf. Mt 20,20-28). Il potere si porta dentro una dinamica sottilissima e diabolica, che rende pesante l’aria e affannoso il respiro.

“Una condizione generale di base della sinodalità – si legge nel discorso tenuto da Papa Francesco, il 6 ottobre 2014, alla III Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi – è questa: parlare chiaro. Bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Parlare con parresìa e ascoltare con umiltà significa affermare con chiarezza la dinamica della sinodalità. Nel linguaggio cristiano della tradizione il termine parresìa (da pan tutto, e dalla radice rhe dire) significa esporre limpidamente tutto quello che nel Signore si sente di dover dire, senza pavidità e senza timore di esporsi al gioco dei fraintendimenti e delle strumentalizzazioni”. Parlare con franchezza e ascoltare con umiltà, questo è lo stile del discernimento, che segue un rigoroso protocollo:

  • considerare gli altri, con tutta umiltà, superiori a se stessi, “gareggiando nello stimarsi a vicenda”, senza rinunciare a praticare l’opera della correzione fraterna;
  • nutrire un po’ di diffidenza verso il proprio giudizio, sempre appellabile, manifestando fermezza nelle cose essenziali e libertà dai punti di vista troppo soggettivi;
  • trovare soluzioni condivise, cercando i punti di convergenza a partire da quelli di tangenza, tendendo al massimo bene possibile e non al minimo indispensabile;
  • coniugare analisi e sintesi, utilizzando non solo il “microscopio” ma anche il “telescopio”, perché “il tutto è più importante della parte e della semplice somma delle parti”;
  • riconoscere che “un’individuazione dei fini senza la ricerca dei mezzi necessari per raggiungerli è destinata a fallire”, poiché “la realtà è superiore all’idea”;
  • avere “memoria del futuro”, interpretando i “sogni” degli anziani e le “visioni” dei giovani, senza cedere la parola alla nostalgia o all’utopia, ma alla profezia;
  • avviare processi a lunga scadenza, senza lasciarsi sopraffare dall’ossessione dei risultati immediati, poiché “il tempo è sempre superiore allo spazio”;
  • tendere l’orecchio alla parola di Dio, tenendo la mano sul polso del tempo, poiché gli appelli dello Spirito risuonano anche negli avvenimenti della storia;
  • vivere il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, senza strappare alla dottrina il sigillo pastorale originario e costitutivo;
  • ammettere che “tutto concorre al bene”, sapendo scorgere in ogni circostanza della vita una corsia che conduce a Dio, il quale “tutto dispone con forza e dolcezza”.

Come la coscienza del singolo deve essere formata, così anche la coscienza ecclesiale del popolo di Dio ha bisogno di un’educazione permanente al discernimento, cifra fondamentale dell’agire pastorale. La Chiesa può compiere la sua missione nel mondo soltanto se pastori e fedeli si impegnano, insieme, a scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, non per applicare ai problemi nuovi i rimedi e le regole del passato, bensì per dare ad essi risposte adatte ad ogni generazione e alla varietà delle situazioni. L’ascolto reciproco ha il fine non di far prevalere un’opinione su un’altra, ma di creare le condizioni per un’intesa che sia la sintesi di tutte le prospettive e le esperienze. Senza ascoltare la realtà nella voce dei fratelli non è possibile comprendere né le esigenze del presente né le richieste dello Spirito, sempre proiettate verso il futuro ma ricche di memoria.

+ Gualtiero Sigismondi