“Di una cosa sola c’è bisogno”

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La pericope che narra l’episodio dell’incontro di Gesù con Marta e Maria (cf. Lc 10,38-42) è situata tra la “parabola del buon Samaritano” (cf. Lc 10,25-37) e l’insegnamento sulla preghiera impartito dal Maestro ai suoi discepoli (cf. Lc 11,1-13). Tale collocazione non è certo casuale, dal momento che Luca, nel riferire i particolari di questo incontro, pone l’accento sulla correlazione che esiste tra accoglienza, ascolto e servizio, lasciando intendere che si tratta di tre atteggiamenti che qualificano non solo il rapporto con il Signore, ma anche le relazioni fraterne!

Luca, nel presentare la figura di Marta, traccia l’identikit di Maria, dando particolare rilievo alla diversità della relazione che le due sorelle stabiliscono con il Signore. Maria è seduta ai piedi di Gesù, intenta ad ascoltare la sua Parola. Marta, invece, è affaccendata e distratta. È interessante rilevare che, analogamente a Luca, l’evangelista Giovanni, nel raccontare l’evento prodigioso della risurrezione di Lazzaro (cf. Gv 11,1-44) come pure l’unzione di Betania (cf. Gv 12,1-11), presenta Marta nell’atto di andare incontro a Gesù o di servirlo e Maria seduta ai piedi del Signore, in atteggiamento di supplica o di adorazione. Senza dubbio, sia Luca, sia Giovanni riconoscono in Marta e Maria due modi diversi, ma complementari, di rapportarsi col Signore Gesù.

Nel tentativo di precisare che il servizio, la cosiddetta diakonìa, nasce dall’ascolto della parola del Signore, Luca riporta integralmente l’interrogativo che Marta rivolge a Gesù: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?” (Lc 10,40). Ella, evidentemente risentita, non resiste più e protesta, sentendosi anche in diritto di criticare il Maestro. Quella di Marta è una domanda che, se da un lato rivela familiarità e confidenza, dall’altro tradisce la forte dose di irritazione e di invidia con cui esprime il proprio disappunto per essere lasciata sola a servire. Quello che più sorprende, comunque, è l’imperativo con cui Marta sigilla la propria richiesta: “Dille dunque che mi aiuti” (Lc 10,40). Tale imperativo si erge sulle “sabbie mobili” di un’accoglienza emotiva e di un servizio affannoso, non sostenuti o illuminati dall’ascolto.

Gesù risponde a Marta facendole sentire la forte carica di affetto che lo muove: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,41-42). L’osservazione di Gesù è chiarissima: egli ricorda a Marta il primato dell’ascolto, come condizione di condivisione e come spazio di una parola più profonda. La risposta che Gesù dà a Marta costituisce un vero e proprio “sinolo” di dolcezza e di fermezza: non ha nulla di retorico, ma contiene una nota di affetto, significata tanto dalla ripetizione del nome, quanto da quell’amorevole rimprovero con cui Gesù, con grande finezza pedagogica, non si limita a denunciare un limite, ma si preoccupa di indicare una prospettiva. Discrezione e mitezza, chiarezza e fortezza sono gli elementi costitutivi dell’opera di misericordia spirituale della correzione fraterna, che dà “splendore di bellezza” al clima di amicizia che si respira nella casa di Betania, in cui ai “silenzi pavidi e cortigiani” si preferisce il parlare “a viso aperto”.

Marta non è rimproverata per quello che fa, ma per come lo fa! “Tu ti affanni e ti agiti per molte cose” (Lc 10,41): la forza di questo rilievo pone l’accento sulla condizione di ansia interiore e di affanno esteriore, causati dal tentativo di voler fare più cose insieme. Nel prendere atto che Marta ha il cuore soffocato dall’agitazione e la mente assediata dalla preoccupazione, il Signore Gesù le ricorda che “di una cosa sola c’è bisogno” (Lc 10,42), lasciandole intendere che la causa del suo stato di ansia va ricercata nel mancato rispetto della “gerarchia” delle cose da fare e, come tale, non è affatto imputabile ad un carico di lavoro eccessivo, ma all’incapacità soggettiva di dare il giusto peso a ciascun impegno e stabilire il conseguente ordine delle priorità. Oltre a suggerire le ragioni di fondo dell’agitazione – nemica giurata della speranza! – in cui Marta viene a trovarsi, il Signore Gesù si preoccupa di indicarle la via di uscita, presentandole il modello da seguire e imitare: “Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,42).

“Accogliere, ascoltare, servire”: questa è la “regola d’oro” tanto della vita interiore, quanto della vita fraterna, ossia di ogni autentico processo di accostamento al Signore e di avvicinamento ai fratelli! L’accoglienza riservata all’ascolto della Parola apre la strada al servizio di Dio e dei fratelli. Come non si dà ascolto senza la primordiale diakonìa dell’accoglienza, così l’ascesi del servizio presuppone la mistica dell’ascolto. Se è vero che non esiste ascolto senza accoglienza, è pure vero che non si dà neanche accoglienza e servizio senza la mediazione dell’ascolto. Il passaggio dall’accoglienza al servizio genera preoccupazione qualora non sia accompagnato e sostenuto dall’elezione della “parte buona”, quella scelta da Maria: l’ascolto!

“Scegliere la parte migliore”: che cosa implichi questa scelta lo indica con estrema chiarezza la sorella di Marta, Maria, la quale, sebbene sia seduta ai piedi di Gesù, non è affatto immobile, ma rapita, slanciata, protesa verso il Maestro, in atteggiamento di incondizionato e appassionato ascolto della sua Parola. Mentre Marta è “tutta presa dai molti servizi”, Maria si lascia “prendere dalla parola del Signore”, convinta com’è che il “servizio di prima accoglienza” da rendere al Maestro è quello di ascoltarne la Parola; un ascolto fiducioso e attento che diventerebbe menzognero se non si traducesse in carità concreta e generosa, umile e sincera. “Il luogo in cui cresce la relazione con Cristo è la preghiera – avverte Papa Francesco – e il frutto più maturo della preghiera è sempre la carità”.

“La fede ispira la carità e la carità custodisce la fede”. La fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Come la fede senza la carità non riscalda, “in se stessa è morta” (Gc 2,17), così la carità senza la fede non divampa. Senza la fede la carità non ha luce, ma senza la carità la fede non ha voce; l’una e l’altra senza la speranza non hanno foce. Nella “grammatica” di Gesù non c’è verbo più nobile di questo: servire. Papa Francesco, al n° 281 dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, avverte: “La contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno”. Al n° 26 dell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate precisa: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio (…). Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione”. Il silenzio della preghiera, respiro della fede, “porta la vita davanti al Signore e il Signore dentro la vita, la quale è fatta di volti e di nomi”. La preghiera è l’unica “valuta” che, se coniata dalla carità, non si svaluta.

“La preghiera – scriveva Olivier Clément – non libera dai compiti di questo mondo: rende ancora più responsabili. Nulla è più responsabile della preghiera”. Contemplazione e azione sono, dunque, aspetti complementari dell’unica realtà che è la preghiera, insieme estatica e dinamica. Nella Regola di San Benedetto da Norcia queste due dimensioni vengono bene integrate nella nota formula “ora et labora et lege”. I ritmi del lavoro sono diversi da quelli dell’opus Dei, e tuttavia chi vive sotto lo sguardo di Dio, tenendo fissi gli occhi su di Lui senza “nulla anteporre”, non perde di vista i doveri della vita quotidiana. Sant’Ambrogio, commentando l’episodio dell’incontro di Gesù con Marta e Maria, così esorta i suoi fedeli: “Cerchiamo di avere anche noi ciò che non ci può essere tolto, porgendo alla parola del Signore una diligente attenzione, non distratta: capita anche ai semi della parola celeste di essere portati via, se sono seminati lungo la strada. Stimoli anche te, come Maria, il desiderio di sapere: è questa la più grande, più perfetta opera”.

La cura della vita interiore è il “campo-base” della vita fraterna, che educa a stabilire vincoli di sincera amicizia. Una comunione di tipo puramente spirituale, che non coinvolgesse la vita fraterna, sarebbe artificiosa. Il vivere con, “fonte di energia perennemente rinnovabile”, alimenta e sostiene il vivere per. Quanto questo sia vero lo si apprende nella casa di Betania: Marta, sbilanciata sulla preposizione semplice per, corre il rischio di dimenticare il con, cioè il fondamento. “Noi siamo insieme per semplificare tutto”: questa testimonianza – resa da Sorella Maria, dell’Eremo francescano di Campello sul Clitunno in provincia di Perugia – lascia intendere che la vita fraterna è uno strumento di discernimento vocazionale, oltre che di affinamento spirituale, di estrema precisione.

Invito alla riflessione e alla condivisione

Nella casa di Betania, Marta prepara il pasto a Gesù e ai suoi apostoli e Maria fa onore all’amato Ospite ascoltandolo come fedele discepola (cf. Lc 10,38-42). A Marta che rimprovera Gesù perché non si cura che sua sorella l’abbia lasciata sola a servire, Egli le ricorda che il servizio può scaturire solo da un ascolto attento e prolungato della parola di Dio. Sant’Agostino fa dire da Gesù a Marta: “Tu navighi, Maria è in porto”. Il cuore di Maria è già dove è il suo tesoro.

Tutti siamo assorbiti da tante attività e impegni, preoccupazioni, problemi; spesso si tende a riempire tutti gli spazi della giornata, senza avere un momento per fermarsi a riflettere e a nutrire la vita interiore, il contatto con Dio. I molti servizi nascono da una sorgente inquinata: l’affermazione del proprio io, il più duro a convertirsi, perché non riesce a intendere che l’ascolto è il servizio di prima accoglienza da assicurare a Dio e ai fratelli.

Riflettiamo su noi stessi e sul nostro rapporto con il Signore Gesù.

Andiamo incontro a Gesù per seguirlo e per servirlo? Ci mettiamo ai suoi piedi per ascoltarlo, supplicarlo, adorarlo, tenendo bene a mente che “la contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno”? Siamo consapevoli che l’ascolto è la forma più alta di contemplazione e che sa ascoltare solo chi ha un’anima musicale?

Analizziamo il nostro servizio.

Ci stiamo allenando a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione? I nostri impegni quotidiani, ecclesiali, associativi sono un attivismo che ci provoca ansia e agitazione e che in definitiva prosciuga le nostre energie o sappiamo dare il giusto peso agli impegni, stabilire una gerarchia delle priorità e scegliere tra le molte cose da fare, gestendo il nostro tempo?

Soffermiamoci su Maria, sorella di Marta.

L’atteggiamento di ascolto di Maria, lo percepiamo come un’inutile pausa tra gli impegni quotidiani o come una sosta fondamentale per comprendere il senso del nostro agire? Percepiamo i nostri momenti di preghiera come una perdita di tempo o come spazi irrinunciabili che ispirano le nostre azioni, le orientano e ci danno energia?

Riflettiamo sulle parole di Marta.

Ci capita di reagire con irritazione, come Marta, quando siamo stanchi di un servizio che non conosce la sosta della preghiera o quando l’ansia soffoca la speranza? Accade anche a noi, come è successo a Marta, di lasciarci andare a dure critiche. Quanto l’invidia acceca il nostro sguardo e quanto la gelosia avvelena le nostre relazioni?

Confrontiamo ora l’atteggiamento di Marta con quello di Gesù.

Nella ripetizione del nome di Marta sentiamo l’eco dell’affetto che ispira Gesù a compiere l’opera di misericordia spirituale della correzione fraterna? Nel riprendere i fratelli siamo capaci di sorvegliare la porta delle nostre labbra, coniugando dolcezza e chiarezza? Siamo in grado di parlare “a viso aperto”, senza limitarci a dare qualche pacca sulle spalle?

+ Gualtiero Sigismondi